Il rito della taranta

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Il fenomeno del tarantismo ebbe grande rilevanza in seno agli studi di Ernesto de Martino1, che ne definì per primo gli aspetti culturali. L’antropologo vi riconobbe un sistema ideologico complesso, nella credenza popolare legato a una fantomatica patologia dovuta al morso della taranta, la Lycosa tarantula. Si riteneva che il morso di questo ragno, di grandi dimensioni, causasse una moltitudine di sintomi variegati, tra i quali si annoverano depressione, melanconia, catatonia o deliri, dolori addominali e muscolari. La presunta sintomatologia colpiva soprattutto le donne, e si manifestava in estate, precisamente durante il periodo della mietitura.

la taranta
XVII secolo, Athanasius Kircher illustra la “taranta” del Salento.

Taranta e tarantate

Per indagare il bizzarro fenomeno, insieme a un’equipe di studiosi qualificati2, De Martino organizzò una spedizione in Puglia tra il 1952 e il 1959. Si recò a Galatina dove, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, le donne che manifestavano i sintomi del tarantismo (le cosiddette “tarantate”) erano sottoposte a un rituale di cura, così descritto dallo studioso:

 “Il vano, l’unico della miserabile dimora, riceveva luce da una porta e da un finestrino così piccolo e così in alto che tutto sarebbe stato avvolto nella penombra se due candele non avessero, come potevano, diffuso nell’intorno il loro incerto chiarore. Addossato alla parete di fronte all’ingresso vi era un letto in disordine, il cui piano si inclinava verso il pavimento, come per favorire lo scivolare al suolo di qualcuno che non volesse o non potesse alzarsi con le sue forze. Al di sopra di questa stranissima alcova, alcune immagini sacre in una cornice di fiori di carta componevano alla parete un rustico altarino. Sul comodino, accanto al letto, quadri di San Paolo e San Pietro, e una boccia della miracolosa acqua di San Paolo, attinta dal pozzo di Galatina. […]

E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 2013

Lo scenario del rito della taranta

Per delimitare lo scenario del rito, ovvero il perimetro cerimoniale della danza, un ampio lenzuolo disteso su coperte copriva il pavimento del vano, e sul lenzuolo, in un angolo, un cestino per la raccolta delle offerte, e immagini di San Pietro e San Paolo in colori vistosi. Qui nei limiti segnati dalla bianca tela si produceva la tarantata, anch’essa in bianco come la tela su cui danzava, la vita stretta da una fascia, la nera capigliatura tempostamente sciolta e ricadente sul volto olivastro, di cui si intravvedevano i tratti ostentatamente immobili e duri e gli occhi ora chiusi e ora socchiusi, come di sonnambola, mentre il chitarrista, il fisarmonicista, la tamburellista e il nostro barbiere-violinista si producevano a loro volta nella vibrante vicenda della terapia sonora.”

E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 2013
Il video-documentario “La Taranta” che Gianfranco Mingozzi  realizzò con la consulenza di Ernesto de Martino.

Il rito proseguiva fintanto che i suonatori, i quali scandivano il ritmo del cerimoniale, non erano più in grado di suonare, a meno che “Santu Paulu de le Tarante” non decidesse di concedere la grazia alla tarantata. Il legame con la figura di San Paolo era dovuto all’intervento della Chiesa Cattolica, che nel 1700 circa aveva introdotto un elemento dottrinale, ossia il miracolo, per arginare le credenze magiche sul rituale.

La significazione del rito della taranta

Il rito della taranta costituiva una vera e propria terapia per guarire dal morso del ragno, e la musica ne era parte fondamentale. Il ritmo cadenzava i movimenti della tarantata, che idealmente finiva per personificarsi nel ragno. Dapprima muoveva la testa e le gambe, strisciando per il dorso come fosse impossibilitata ad alzarsi. Quindi si alzava e incominciava a sbattere i piedi per terra al fine di “uccidere il ragno”. Il rito proseguiva poi nella cappella di San Paolo, dove avveniva l’ultimo passaggio: la tarantata beveva l’acqua del pozzo adiacente alla chiesa, e ripeteva una breve sequenza di danza-esorcismo. In ultimo, stremata, la donna stramazzava al suolo, mentre simbolicamente il ragno la abbandonava. Era questo il segno che san Paolo aveva concesso la grazia; la donna era infine guarita dal morso del ragno.

Al di là della mera descrizione del fenomeno, de Martino volle indagare le motivazioni profonde di questi rituali così particolari. Cosa spingeva una donna a ballare seminuda, di fronte alla comunità, fino all’annullamento del pudore e dei pensieri? Si trattava soltanto di una manifestazione teatrale, o tale comportamento nascondeva motivazioni più serie?

È necessario, innanzitutto, dire che in Puglia non esisteva affatto un ragno velenoso che potesse indurre la sintomatologia descritta nel tarantismo. Come spiegare allora le numerose donne che giuravano di essere state morse da un ragno grosso e peloso, simile in tutte le loro descrizioni?

La crisi e il concetto della presenza

A tal proposito de Martino introduceva il concetto della presenza. La presenza demartiniana corrisponde alla capacità di preservare le esperienze, così da poter sopravvivere a determinate situazioni storiche o personali. La crisi della presenza si configura pertanto come una crisi esistenziale, viene intesa come un “esserci” all’interno di un contesto dotato di senso. Il rito aiuta l’essere umano a sopportare la “crisi della presenza” che si sperimenta di fronte a un lutto o a un forte dolore. Il ripetersi del rituale, sempre uguale a sé stesso, ricrea un contesto dotato di senso all’interno del quale la comunità si prende carico della sofferenza del singolo.

Come tutto ciò si riscontri nel tarantismo, De Martino lo esplicava con chiarezza attraverso il caso della famosa “tarantata” Maria de Nardò.

La storia di Maria de Nardò

”Maria era una raccoglitrice di tabacco e una spigolatrice, sposata da nove anni ad un contadino. Rimasta a 13 anni orfana di padre, al quale era particolarmente legata fu accolta con la madre, dopo la disgrazia, nella casa di uno zio successivamente in quella di una zia: essa aveva trascorso gli anni dell’adolescenza angustie d’ogni sorta. A 18 anni si era innamorata di un giovane, ma per ragioni economiche la famiglia di lui si era opposta al matrimonio, e il giovane l’aveva lasciata. Maria soffrì molto per quest’abbandono, poiché era al suo primo amore: ed ecco che «una domenica a mezzogiorno» fu morsa dalla taranta mentre era alla finestra, e fu costretta a ballare. Intanto su di lei aveva messo gli occhi una donna che aveva un figlio da sposare; Maria le sembrava una moglie possibile, anche se tarantata.

Madre e figlio accompagnavano talora Maria alla cappella di Galatina, per rendere omaggio al Santo, e in una di quelle occasioni la madre le chiese se avrebbe accolto il figlio per marito. Maria, che aveva ancora nel cuore il suo primo amore, non si pronunziò. Madre e figlio non si dettero per vinti, e continuarono a sollecitare la ragazza: intanto entrò in scena un nuovo personaggio, S. Paolo, che apparve a Maria e le comandò di non sposarsi, chiamandola a mistiche nozze con lui. Un giorno per far precipitare la situazione Maria fu condotta fuori paese, in una masseria, dove i due la attendevano: le proposero di ricorrere al solito mezzo in uso da queste parti per affrettare il matrimonio, cioè di scappare da casa e di convivere per qualche tempo “more uxorio”. Di mala voglia cedette alle insistenze e restò nella masseria.

E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 2013

La seconda pizzicata

Qualche mattina dopo Maria si alzò fiacca e disappetente, poco disposta a sbrigare le faccende di casa: il concubino le ordinò con modi un po’ bruschi di stirargli la biancheria, e ne nacque una piccola lite. Mentre si recava a casa di una vicina per restituire il ferro da stiro, incontrò per via i SS.Pietro e Paolo che le dissero: «Lascia stare il ferro e vieni con noi.» «E mio marito a chi lo lascio?» «Non ti preoccupare di tuo marito» fu la risposta. Era di domenica, a mezzogiorno, proprio nello stesso giorno e nella stessa ora in cui fu per la prima volta pizzicata dalla taranta ed ebbe la prima chiamata da S. Paolo.

Maria, dopo aver vagato per tre giorni per i campi fece ritorno presso i suoi: S. Paolo, scontento di lei perché aveva contravvenuto al suo ordine di non sposarsi, la lasciò pizzicare una seconda volta, costringendola a ballare per nove giorni. Il conflitto giunse ad un compromesso: Maria consentì alle nozze col nuovo pretendente — cioè con l’attuale marito —, ma al tempo stesso mantenne il suo rapporto stagionale con la taranta e col Santo, rinnovando crisi e ballo ogni anno (con l’intento di scoraggiare i due, giacché queste crisi sono “costose”), con spiccata elettività per i mesi caldi, per il periodo catameniale e per l’approssimarsi della festa di Galatina” .

E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 2013

Il contesto culturale del tarantismo

La storia di Maria de Nardò rivela qual è il significato e il contesto culturale in cui si inseriva il fenomeno del tarantismo. Il morso del ragno si manifestava sempre in momenti di forte dolore o stress emotivo. In questi casi, vigeva una sofferenza così forte che non poteva essere elaborata dalla persona autonomamente. Il morso della taranta era il pretesto per riunire la comunità e ricreare quella cornice di senso che aiutava a superare il dolore. Per tale ragione, da un punto di vista simbolico la donna personificava il ragno, ballava secondo i gusti di quest’ultimo, e guariva soltanto quando esso l’abbandonava.

A volte la tarantata guariva completamente, altre volte invece subiva numerose ricadute nel corso della vita. Era questo il ri-morso: il ragno tornava a mordere, poiché il dolore della tarantata non era stato ancora elaborato, ma si manifestava in un profondo senso di colpa, dispiacere, in un’insoddisfazione per le scelte di vita passate.

“Il carattere fondamentale della tecnica religiosa sta nel contrapporre a questa destorificazione irrelativa una destorificazione istituzionale del divenire, cioè una destorificazione fermata in un ordine metastorico (mito) col quale si entra in rapporto mediante un ordine metastorico di comportamenti (rito). Con ciò è offerto un orizzonte per entro il quale si compie la ripresa delle possibili alienazioni individuali e la loro riplasmazione nei valori culturali“.

E. De Martino, Morte e pianto ritualeDal lamento funebre antico al pianto di Maria, Bollati Boringhieri, Torino 2000

Samuele Corrente Naso

Note

  1. E. de Martino, Sud e Magia,1959; La terra del rimorso, 1961. ↩︎
  2. Una psicologa, uno psichiatra, un medico, uno storico delle religioni, un etnomusicologo e un’antropologa culturale. ↩︎
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