Il rito della taranta

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Il tarantismo occupò un ruolo centrale negli studi di Ernesto de Martino1, che ne analizzò in maniera sistematica la dimensione culturale e simbolica. L’antropologo interpretò il fenomeno come un complesso sistema ideologico e rituale, radicato nella credenza popolare, secondo cui il morso della taranta, identificata con il ragno Lycosa tarantula, avrebbe provocato una particolare forma di malessere fisico e psichico. Alla presunta morsicatura veniva attribuita una sintomatologia ampia e mutevole: stati di depressione e melanconia, crisi catatoniche o deliranti, dolori muscolari e addominali, fino a manifestazioni di forte prostrazione emotiva. Il tarantismo interessava prevalentemente le donne e si manifestava soprattutto nei mesi estivi, in coincidenza con il periodo della mietitura.

Illustrazione della taranta di Athanasius Kircher
Athanasius Kircher illustra la “taranta” del Salento, in Magnes sive de arte magnetica opus tripartitum, 1641

Taranta e tarantate

Per indagare questo singolare fenomeno, Ernesto de Martino organizzò, insieme a un’équipe di studiosi provenienti da diverse discipline2, una serie di ricerche sul campo in Puglia tra il 1952 e il 1959. Durante tali spedizioni si recò in particolare a Galatina, dove, in occasione della festa dei santi San Pietro e San Paolo, le donne colpite dai sintomi del tarantismo, le cosiddette “tarantate”, venivano sottoposte a un rituale terapeutico, che lo studioso descrisse nei seguenti termini:

Il vano, l’unico della miserabile dimora, riceveva luce da una porta e da un finestrino così piccolo e così in alto che tutto sarebbe stato avvolto nella penombra se due candele non avessero, come potevano, diffuso nell’intorno il loro incerto chiarore. Addossato alla parete di fronte all’ingresso vi era un letto in disordine, il cui piano si inclinava verso il pavimento, come per favorire lo scivolare al suolo di qualcuno che non volesse o non potesse alzarsi con le sue forze. Al di sopra di questa stranissima alcova, alcune immagini sacre in una cornice di fiori di carta componevano alla parete un rustico altarino. Sul comodino, accanto al letto, quadri di San Paolo e San Pietro, e una boccia della miracolosa acqua di San Paolo, attinta dal pozzo di Galatina. […]“.

E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 2013.

Lo scenario del rito della taranta

Per delimitare lo scenario del rito, ovvero il perimetro cerimoniale della danza, un ampio lenzuolo disteso su coperte copriva il pavimento del vano, e sul lenzuolo, in un angolo, un cestino per la raccolta delle offerte, e immagini di San Pietro e San Paolo in colori vistosi. Qui nei limiti segnati dalla bianca tela si produceva la tarantata, anch’essa in bianco come la tela su cui danzava, la vita stretta da una fascia, la nera capigliatura tempestamente sciolta e ricadente sul volto olivastro, di cui si intravvedevano i tratti ostentatamente immobili e duri e gli occhi ora chiusi e ora socchiusi, come di sonnambola, mentre il chitarrista, il fisarmonicista, la tamburellista e il nostro barbiere-violinista si producevano a loro volta nella vibrante vicenda della terapia sonora”.

E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 2013.

Il rito si protraeva fintanto che i suonatori, incaricati di scandire il ritmo ossessivo della cerimonia, non erano più in grado di continuare a suonare. A meno che “Santu Paulu de le Tarante” decidesse di concedere la grazia alla tarantata, ponendo così fine alla crisi. Il legame con la figura di San Paolo deriva dall’intervento della Chiesa che, nel XVIII secolo, cercò di ricondurre il fenomeno entro la dottrina cristiana. A tal fine introdusse l’idea del miracolo e dell’intercessione del santo, nel tentativo di arginare e reinterpretare le credenze magico-popolari.

Il video-documentario La Taranta che Gianfranco Mingozzi realizzò con la consulenza di Ernesto de Martino

La significazione del rito della taranta

Il rito della taranta rappresentava una vera e propria pratica terapeutica finalizzata alla guarigione dal presunto morso del ragno, all’interno della quale la musica assumeva un ruolo fondamentale. Il ritmo incalzante degli strumenti guidava infatti i movimenti della tarantata che, nel corso della cerimonia, giungeva a identificarsi con il ragno stesso. In un primo momento la donna muoveva lentamente il capo e gli arti, trascinandosi sul dorso come se fosse incapace di rialzarsi. Poi si sollevava e iniziava a battere con forza i piedi sul terreno, in un gesto rituale che alludeva all’uccisione della taranta.

Il rito proseguiva nella cappella di San Paolo, dove si compiva la fase conclusiva della cerimonia. La tarantata beveva l’acqua del pozzo adiacente alla chiesa e ripeteva una breve sequenza di danza-esorcismo. Infine, stremata, cadeva al suolo, mentre simbolicamente il ragno abbandonava il suo corpo. Tale momento sanciva l’avvenuta concessione della grazia da parte del santo e, di conseguenza, la guarigione definitiva.

Una tarantata

Oltre la semplice descrizione del fenomeno, Ernesto de Martino cercò di indagare le motivazioni profonde che si celavano dietro rituali tanto complessi e particolari. Che cosa spingeva una donna a danzare in pubblico fino all’estremo sfinimento, superando ogni forma di pudore e abbandonandosi a uno stato di totale estraniazione? Si trattava soltanto di una rappresentazione teatrale, oppure quel comportamento esprimeva un disagio più profondo, di natura psicologica, sociale ed esistenziale?

Occorre innanzitutto precisare che in Puglia non esisteva alcun ragno realmente velenoso in grado di provocare la sintomatologia attribuita al tarantismo. Sorge dunque spontanea una domanda: come spiegare le testimonianze delle numerose donne che giuravano di essere state morse da un ragno grosso e peloso, descritto quasi sempre con caratteristiche simili?

La crisi e il concetto della presenza

A questo proposito, Ernesto de Martino elaborò il concetto di “presenza”, intesa come la capacità dell’individuo di mantenersi saldo nel mondo, conservando le memorie e le esperienze necessarie a dare un significato agli eventi della vita. La “crisi della presenza” si configura dunque come una profonda frattura esistenziale: l’individuo rischia di smarrire il senso del proprio esserci nella realtà. In tale prospettiva, il rito assume una funzione fondamentale poiché consente di affrontare e contenere il dolore provocato da eventi traumatici, come un lutto, una perdita o una sofferenza intensa, restituendo ordine e significato. La ripetizione codificata del rituale costruisce infatti uno spazio simbolico condiviso, entro il quale la comunità si fa carico della sofferenza individuale.

De Martino mostrò con particolare chiarezza il modo in cui tali dinamiche si manifestavano nel tarantismo attraverso il celebre caso della “tarantata” Maria di Nardò.

La storia di Maria de Nardò

“Maria era una raccoglitrice di tabacco e una spigolatrice, sposata da nove anni ad un contadino. Rimasta a 13 anni orfana di padre, al quale era particolarmente legata fu accolta con la madre, dopo la disgrazia, nella casa di uno zio successivamente in quella di una zia: essa aveva trascorso gli anni dell’adolescenza angustie d’ogni sorta. A 18 anni si era innamorata di un giovane, ma per ragioni economiche la famiglia di lui si era opposta al matrimonio, e il giovane l’aveva lasciata. Maria soffrì molto per quest’abbandono, poiché era al suo primo amore: ed ecco che «una domenica a mezzogiorno» fu morsa dalla taranta mentre era alla finestra, e fu costretta a ballare. Intanto su di lei aveva messo gli occhi una donna che aveva un figlio da sposare; Maria le sembrava una moglie possibile, anche se tarantata”.

Madre e figlio accompagnavano talora Maria alla cappella di Galatina, per rendere omaggio al Santo, e in una di quelle occasioni la madre le chiese se avrebbe accolto il figlio per marito. Maria, che aveva ancora nel cuore il suo primo amore, non si pronunziò. Madre e figlio non si dettero per vinti, e continuarono a sollecitare la ragazza: intanto entrò in scena un nuovo personaggio, S. Paolo, che apparve a Maria e le comandò di non sposarsi, chiamandola a mistiche nozze con lui. Un giorno per far precipitare la situazione Maria fu condotta fuori paese, in una masseria, dove i due la attendevano: le proposero di ricorrere al solito mezzo in uso da queste parti per affrettare il matrimonio, cioè di scappare da casa e di convivere per qualche tempo “more uxorio”. Di mala voglia cedette alle insistenze e restò nella masseria”.

E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 2013.

La seconda pizzicata

Qualche mattina dopo Maria si alzò fiacca e disappetente, poco disposta a sbrigare le faccende di casa: il concubino le ordinò con modi un po’ bruschi di stirargli la biancheria, e ne nacque una piccola lite. Mentre si recava a casa di una vicina per restituire il ferro da stiro, incontrò per via i SS.Pietro e Paolo che le dissero: «Lascia stare il ferro e vieni con noi». «E mio marito a chi lo lascio?» «Non ti preoccupare di tuo marito» fu la risposta. Era di domenica, a mezzogiorno, proprio nello stesso giorno e nella stessa ora in cui fu per la prima volta pizzicata dalla taranta ed ebbe la prima chiamata da S. Paolo”.

Maria, dopo aver vagato per tre giorni per i campi fece ritorno presso i suoi: S. Paolo, scontento di lei perché aveva contravvenuto al suo ordine di non sposarsi, la lasciò pizzicare una seconda volta, costringendola a ballare per nove giorni. Il conflitto giunse ad un compromesso: Maria consentì alle nozze col nuovo pretendente – cioè con l’attuale marito -, ma al tempo stesso mantenne il suo rapporto stagionale con la taranta e col Santo, rinnovando crisi e ballo ogni anno (con l’intento di scoraggiare i due, giacché queste crisi sono “costose”), con spiccata elettività per i mesi caldi, per il periodo catameniale e per l’approssimarsi della festa di Galatina”.

E. De Martino, La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 2013
Il ballo della taranta

Il contesto culturale del tarantismo

La storia di Maria di Nardò consente di cogliere con maggiore chiarezza il significato e il contesto culturale in cui si inseriva il fenomeno del tarantismo. Il presunto “morso del ragno” tendeva a manifestarsi in momenti di particolare fragilità psichica o di intenso stress emotivo. In questi casi, vigeva una sofferenza così forte che non poteva essere elaborata dalla persona autonomamente. Il morso della taranta era il pretesto per riunire la comunità e ricreare quella cornice di senso che aiutava a superare il dolore. Per tale ragione, da un punto di vista simbolico la donna personificava il ragno, ballava secondo i gusti di quest’ultimo, e guariva soltanto quando esso veniva allontanato.

A volte la tarantata guariva completamente, altre volte invece subiva numerose ricadute nel corso della vita. Era questo il ri-morso: il ragno tornava a mordere poiché il dolore non era stato ancora elaborato, ma si manifestava sotto forma di un profondo senso di colpa, un dispiacere o un’insoddisfazione per le scelte di vita passate.

“Il carattere fondamentale della tecnica religiosa sta nel contrapporre a questa destorificazione irrelativa una destorificazione istituzionale del divenire, cioè una destorificazione fermata in un ordine metastorico (mito) col quale si entra in rapporto mediante un ordine metastorico di comportamenti (rito). Con ciò è offerto un orizzonte per entro il quale si compie la ripresa delle possibili alienazioni individuali e la loro riplasmazione nei valori culturali“.

E. De Martino, Morte e pianto ritualeDal lamento funebre antico al pianto di Maria, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.

Samuele Corrente Naso

Note

  1. E. de Martino, Sud e Magia,1959; La terra del rimorso, 1961. ↩︎
  2. Una psicologa, uno psichiatra, un medico, uno storico delle religioni, un etnomusicologo e un’antropologa culturale. ↩︎

Autore

Samuele

Samuele

Samuele è il fondatore di Indagini e Misteri, blog di antropologia, storia e arte. È laureato in biologia forense e lavora per il Ministero della Cultura. Per diletto studia cose insolite e vetuste, come incerti simbolismi o enigmatici riti apotropaici. Insegue il mistero attraverso l’avventura ma quello, inspiegabilmente, è sempre un passo più in là.

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