Il paesaggio del Wadi Rum è uno dei più incredibili al mondo. Una meraviglia straordinaria, sublime coi suoi monumentali castelli di roccia che la natura generò milioni di anni fa. L’acqua di un immenso fiume scavò la valle, il vento e le intemperie scolpirono con pazienza queste suggestive architetture nel granito e nell’arenaria. Archi imperfetti, pinnacoli e bastioni di pietra osservano severi le ampie distese di sabbia che li circondano. Dune dai colori caldi e intensi si muovono al soffio di un vento leggero e orme fugaci segnalano il passaggio di qualche beduino. Qui, nel sud della Giordania, il deserto non è mai stato del tutto inospitale. Le prime tracce della presenza umana risalgono all’VIII millennio a.C. e, da quel momento, sono state molte le tribù nomadi che hanno percorso i suoi invisibili sentieri.

Spesso queste genti hanno lasciato dei segni sul loro cammino, non certo sulla sabbia mutevole, ma sulle rocce d’arenaria, le uniche pagine che possono essere scritte nel deserto. Nel corso dei millenni, le pareti rupestri hanno raccolto petroglifi d’ogni genere, come fossero un diario a cielo aperto. Tali incisioni raccontano qualcosa di chi li ha lasciati e soprattutto testimoniano, con il passare dei secoli, l’evoluzione degli usi e delle culture nella regione.

I petroglifi del Wadi Rum, un diario lungo i millenni
Si stima che i petroglifi del Wadi Rum siano circa trentamila, buona parte dei quali è incisa sulle pareti del canyon che spacca il monte Jabel Khazali. Con il passare del tempo hanno mantenuto una certa uniformità stilistica, rimanendo sempre astratti e stilizzati. Tuttavia, quelli più antichi si possono distinguere per la colorazione più scura, color ocra. Per l’archeologo Edoardo Borzatti von Löwenstern, cui si devono i maggiori studi sul tema, i primi graffiti furono incisi tra il 7000 e il 3000 a.C.1. Tra di essi troviamo la raffigurazione del bue, sacro animale impiegato per trainare l’aratro. In quell’epoca la valle era fertilissima e gli uomini vi praticavano l’agricoltura. Sulle rupi del deserto giordano sono riprodotte anche scene di caccia con l’utilizzo dei kites, i recinti di pietra che nel Medio Oriente, durante il Neolitico, venivano utilizzati per intrappolare le prede in branchi.

Le incisioni del deserto
I primi cenni di scrittura, ancora rudimentali, indicano invece l’inizio del periodo storico. In seguito tra le incisioni rupestri compaiono uomini che cavalcano cavalli e dromedari, spesso armati di lance e archi. È questo il riflesso di un cambiamento progressivo dell’ambiente, che si andò desertificando, e di conseguenza delle abitudini umane. Da quel momento, il Wadi Rum iniziò a essere frequentato solo da beduini di passaggio che lasciarono ai posteri segni e scritte.

Sulle rocce essi non mancarono di apporre dei “segnali stradali” per indicare la giusta via da seguire. Le sagome di dromedari, antilopi e altri animali erano talvolta orientate nelle direzioni di oasi, fonti d’acqua e rifugi dove ripararsi dalla calura del deserto. Nel corso del tempo la valle venne percorsa da diversi popoli nomadi provenienti dalla penisola arabica. Dapprima giunsero i Thamudeni (VII secolo a.C.), poi i commercianti Nabatei (IV secolo a.C.), infine gli Howeytat, che ancora oggi vivono in queste zone.

Di pari passo con il progredire della tecnologia umana anche i petroglifi hanno subito un’evoluzione. Tra le rocce del Wadi Rum sono così apparsi i nuovi strumenti utilizzati dai moderni beduini: non più lance e cammelli, ma fucili, tralicci elettrici, motociclette e Land Rover. Durante la prima guerra mondiale, Lawrence d’Arabia stabilì nel Wadi Rum, “vasto, echeggiante e simile ad una divinità” come lui stesso lo definì1, la base operativa per guidare la rivolta araba contro gli Ottomani. Il suo volto fu scolpito sulle rocce e ancora oggi accoglie i visitatori che si avventurano in Giordania alla ricerca dei petroglifi, segni e immagini di popoli lontani che appartengono al deserto.
Samuele Corrente Naso


