Da Catullo ai Patarini, storia e racconti di Sirmione

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La storia di Sirmione, splendido borgo incastonato tra le rive del Garda, è indissolubilmente legata al ricordo del poeta romano Gaio Valerio Catullo. Nel suo Liber1, egli menzionò tale luogo come passata dimora in cui aveva soggiornato:

“Con quale gioia e felicità ti rivedo Sirmione, gioiello delle penisole e delle isole, fra tutte quelle che il duplice Nettuno accoglie nei chiari laghi e nei vasti mari!

Catullo, Liber, Carme XXXI, Ritorno a Sirmione
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La vista sul lago di Garda dalle Grotte di Catullo

La misteriosa villa romana di Sirmione

Per tale ragione, fu naturale immaginare che quei decadenti resti di età romana, noti a Sirmione dall’antichità, dovessero appartenere a Catullo. Ma gli archi e le belle architetture di un tempo giacevano ormai sepolti nella terra, avvolti e travolti dall’indomita vegetazione del luogo. Le rovine furono ribattezzate come le Grotte di Catullo, e tale nome rimarrà in uso fino ai nostri giorni.

Tuttavia, a ben vedere, non si trattava di caverne, né tanto meno esistono comprovate analisi storiche che permettano di attribuirne al poeta la proprietà. Grazie agli studi condotti dalla Soprintendenza (1939-1948), e ai numerosi scavi effettuati a partire dal XIX secolo2, si sa con certezza che l’edificio era una villa di età imperiale, edificata agli inizi del I secolo. La residenza apparteneva a un personaggio molto facoltoso, ma non poteva essere Catullo ch’era vissuto più di cinquant’anni prima (84-54 a.C)3. In verità, gli archeologi hanno rilevato anche dei resti murari risalenti al I secolo a.C., appartenenti a un edificio preesistente4.

Le strutture architettoniche della villa che oggi è possibile ammirare, lungo i circa ventimila metri quadri dell’area in cui si estende, mostrano una sapiente disposizione degli spazi interni. La costruzione, su tre livelli, era caratterizzata da affascinanti criptoportici e ampie terrazze che si aprivano sul lago. Evocativi sono i nomi con cui oggi vengono chiamati quegli ambienti perduti, di cui si fa fatica a rintracciare l’originaria funzione. Così, dall’”aula dei giganti” si poteva raggiungere la “grotta del cavallo”, e le terme, percorrendo i corridoi con cubicula e osservando le imponenti sostruzioni architettoniche… Chi edificò un simile capolavoro, e chi vi abitò? Il mistero permane. 

La leggenda di Quinzia

Ai resti romani di Sirmione è associata una famosa leggenda, i cui semi si possono rintracciare ancora nei versi di Catullo. Scriveva il poeta che:

“Per molti Quinzia è bella, per me bianca, dritta, slanciata. Questi pregi li riconosco, ma non dirò certo che è bella: non ha grazia, né un pizzico di sale in quel corpo superbo. Bella è Lesbia, bellissima tutta fra tutte a ognuna ha rapito ogni possibile grazia”

Catullo, Liber, Carme LXXXVI, traduzione a cura di Mario Ramous, 1988

La tradizione narra che tale giovane fanciulla, Quinzia, di Catullo fosse perdutamente innamorata. Ma il poeta le preferiva Lesbia e, nonostante i tentativi amorosi, non riuscì mai a sedurlo. E quando giunse la voce che egli fosse morto, Quinzia si recò sulle rive del Garda e incominciò a piangere per la disperazione. Così le sue lacrime, ricadendo copiose sulla superficie del lago, raffigurarono il volto di Catullo come in un mosaico. Poiché in ogni leggenda c’è un pizzico di verità, ancor oggi qualche inguaribile romantico cerca sul fondo del Garda quelle tessere dimenticate.

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La darsena del Castello Scaligero di Sirmione con vista sul Garda

I Patarini a Sirmione

La storiografia ha comprovato da tempo che a Sirmione, in epoca Scaligera, vi fosse stanziata una nutrita comunità di Patarini. I Patarini furono espressione di una fede religiosa, in principio genuina, sorta sulla scia di alcuni scandali ecclesiastici del XI secolo. Essi denunciavano la dissolutezza del clero e la simonia, sostenendo che i sacramenti officiati da sacerdoti corrotti non fossero validi. Tuttavia, Papa Urbano II statuì, in seguito alla sua elezione del 1089, l’origine divina dei sacramenti, impartiti quindi da Dio e non dagli uomini, i quali soltanto li amministrano. Se così non fosse, nessun uomo ne sarebbe degno.

Da questo momento la Pataria si scisse: taluni si rimisero in obbedienza alla Chiesa cattolica, altri in aperta ribellione abbracciarono dottrine ereticali, come quella dei Catari. I Patarini furono quindi scomunicati e, a partire dal 1185, perseguitati sotto il pontefice Lucio III. Nel 1276 gli Scaligeri, guidati da Mastino I, assediarono Sirmione, deportarono gli eretici del luogo e li bruciarono al rogo nell’Arena di Verona5.

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Particolare del Castello Scaligero di Sirmione

La vicenda dei Catari

Qui si ferma la storiografia ufficiale, ma la vicenda dei Patarini a Sirmione segue parimenti il filo della leggenda. La loro storia, infatti, si ricollega all’eresia dei Catari, i quali sono stati oggetto di molte speculazioni, soprattutto in relazione al loro coinvolgimento nel segreto del Santo Graal, il calice da cui bevve Cristo durante l’Ultima Cena.

I Catari, detti in Francia anche Albigesi, non credevano nella dottrina della resurrezione, né nella doppia natura del Cristo. Essi tramandavano una conoscenza filosofica basata su una visione dualistica del mondo: Dio era per loro il signore delle cose spirituali e Lucifero il creatore di ciò ch’è materiale. I Catari furono accusati di eresia e scomunicati nel 1165 dalla Chiesa cattolica poiché dichiarati impenitenti. Invero, si tentò anche di risolvere la disputa teologica attraverso i tentativi di evangelizzazione di San Bernardo di Chiaravalle in Linguadoca, ma quando fu assassinato il legato pontificio Pierre de Castelnau nel 1208, Innocenzo III decretò l’invio di una crociata contro di loro. La persecuzione degli Albigesi si protrasse per decenni allorché capitolò anche l’ultima roccaforte a Montségur, in Occitania, nel 1244.

Orbene, l’eresia fu dichiarata estinta ma è noto che alcuni Catari preferirono la fuga alla forca. Un gruppetto di essi si trasferì certamente proprio a Sirmione, unendosi al contingente Patarino e resistendo, in tal modo, per altri trent’anni.

Il tesoro dei Catari

Una leggenda della Linguadoca, ripresa variamente negli ambienti occultisti del Novecento, e in particolare da Otto Rahn6, narra che a Montségur fosse custodito un oggetto dal valore inestimabile, un vero e proprio tesoro dei Catari. Esso sarebbe stato tratto in salvo nottetempo durante i giorni dell’assedio alla roccaforte. Otto Rahn fa notare la corrispondenza linguistica tra il nome del castello di Munsalvaesche, dove Wolfram von Eschenbach colloca nientemeno che il Santo Graal nel suo Parzifal (1200-1205), e la roccaforte di Montségur. La leggenda afferma che il manufatto sarebbe stato celato in un luogo sicuro al momento della distruzione della fortezza. Nessuno sa dove il Graal fu condotto: è possibile che il calice di Cristo giunse a Sirmione, baluardo dei Patarini?

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L’ingresso al Castello Scaligero di Sirmione con il ponte levatoio

Il Castello Scaligero di Sirmione e il fantasma di Ebengardo

Alla metà del XIII secolo gli scaligeri maturarono la necessità di costruire una roccaforte di difesa a Sirmione7. Essa sorse su precedenti strutture stratificate sin dall’epoca romana, quando v’era forse un castrum8, e rappresenta oggi un raro esempio di castello lacustre. La fortificazione, infatti, è bagnata su tutti i lati dalle acque del Garda e ospita al suo interno una darsena.

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Sirmione e il Castello Scaligero

Come ogni buon castello che si rispetti, anche quello di Sirmione ha il suo fantasma. Ivi, infatti, si narra che vivesse felicemente una coppia di giovani fidanzati, Ebengardo e Arice. Tuttavia, la loro storia d’amore era destinata ben presto a divenire una tragedia; da Verona giungeva il cavaliere Elalberto che, innamoratosi di Arice, non esitò a pugnalarla quando ella lo rifiutò. Le grida della fanciulla richiamarono sul posto Ebengardo che, accecato dalla rabbia, assassinò a sua volta Elalberto. Secondo la leggenda, da quel giorno Ebengardo non trovò più pace, e ancora oggi il suo fantasma vaga triste per il castello alla ricerca della sua amata Arice. 

Samuele Corrente Naso

Mappa dei luoghi

Note

  1. Catullo, Liber, Carme XXXI, Ritorno a Sirmione. ↩︎
  2. G. Orti Manara, La penisola di Sirmione sul Lago di Garda, Verona 1856. ↩︎
  3. E. Roffia, Le “Grotte di Catullo” a Sirmione. Guida alla visita della villa e del museo, Milano 2005. ↩︎
  4. A. Mazza, Il Bresciano – Volume II. Le colline e i laghi, Bergamo, Bortolotti, 1986. ↩︎
  5. M. Carrara, Gli Scaligeri, Dall’Oglio editore, 1971. ↩︎
  6. O. Rahn, Kreuzzug gegen den Gral. Die Geschichte der Albigenser, Broschiert, 1933. ↩︎
  7. C. Perogalli, E. Pifferi e A. Contino, Castelli in Lombardia, Como, Editrice E.P.I., 1982. ↩︎
  8. Ibidem nota 4. ↩︎
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