Castelseprio, luogo d’arte e di potere

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Tra le verdi colline lombarde della valle Olona, circondate da querceti e castagni, ecco emergere vecchie rimanenze di un’antica civitas. L’area archeologica di Castelseprio appare sì lontana dal caos delle città da sembrar volgere le sue mura a un mondo incontaminato, arcadico.

L’insediamento, stratificatosi lungo i secoli, racchiude l’omonimo castrum, il monastero di Torba e un nucleo abitativo di cui permane solo una piccola chiesetta. Tuttavia, è proprio qui, in questa recondita casa di culto antico, che si cela l’essenza del mistero. La chiesa di Santa Maria foris portas ospita al suo interno enigmatici ed arcani affreschi, i quali suscitano emozioni contrastanti. Le scene raffigurate esulano dal contesto rurale e storiografico di appartenenza; il loro autore è ignoto e gli stessi episodi non sembrano appartenere all’iconografia classica tratta dai vangeli canonici. Un Cristo pantocratore dal malinconico sguardo accoglie il visitatore con centenaria attesa d’indefinibile nostalgia.

La chiesa di Santa Maria foris portas a Castelseprio

Un breve sentiero boschivo di ordinati ciottoli d’improvviso s’inarca e rivela una radura gentile, cui i raggi del sole baciano placidamente i pendii. Qui, come a coronamento di un’architettura monumentale, radicata nel paesaggio e che sembra da esso scaturire da tempi immemori, si erge Santa Maria foris portas. Si dice che l’edificio risalga al IX secolo, sebbene la sua datazione sia lungamente dibattuta2. La chiesa fu forse adibita alla funzione cimiteriale lungo i secoli, ed è probabilmente antecedente al tessuto urbano di Castelseprio, sorgendo non lontana dall’omonimo castrum.

Gli esterni

La chiesetta di Santa Maria foris portas presenta una struttura con pianta trilobata a croce greca e un vestibolo antistante l’ingresso. La sua architettura semplice ed elegante risente di influssi stilistici orientali: l’organizzazione spaziale è simile ad una cuba o ad un piccolo mausoleo bizantineggiante.

Esternamente, i muri in pietra e ciottoli sono supportati da contrafforti; in corrispondenza delle tre absidi sono presenti alcune lesene rastremate verso l’alto. Le absidi laterali, in particolare, furono distrutte fra XVI e XIX secolo, quando la chiesa perse la sua funzione sacra per essere adibita a lazzaretto. Fu proprio in questo arco temporale che Santa Maria foris portas fu soggetta ad alcune modifiche strutturali che riguardarono il rifacimento degli intonaci, la costruzione di una sacrestia esterna e l’abitazione del cappellano. Solo nella metà del XX secolo le absidi laterali furono ripristinate.

Gli interni

L’unica navata interna procede sobriamente verso l’area del presbiterio. Ivi, attraverso un arco, si apre il catino absidale, il quale ospita i pregevoli affreschi di epoca, iconografia ed autore incerti. Essi furono scoperti nel 1936 quando Antonio Morassi, ispettore della Soprintendenza ai Monumenti e Antichità, individuò per la prima volta tracce di pitture raffiguranti Maria, Simeone e una Natività. Ciò nondimeno, fu soltanto a partire dal 1944 che, grazie al contributo dello storico ed archeologo Gian Piero Bognetti, ebbero inizio i lavori di restauro e di eliminazione degli strati di intonaco che per secoli avevano nascosto quello straordinario tesoro artistico.

In prossimità dell’abside sono visibili frammenti degli originali pavimenti in opus sectile, i quali mostrano decorazioni geometriche di tipo triangolare ed esagonale, alternati a fasce rettangolari in marmo e calcare.

Gli affreschi del Maestro di Castelseprio

“Un monumento della pittura medioevale che sarà circondato d’incertezze e di dubbi ma non mai diminuito nell’immediata impressione di sorprendente opera d’arte: nei secoli più oscuri, un lampo di luce.”

Pietro Toesca, 1948

Il ciclo di affreschi della chiesa di Santa Maria foris portas è universalmente riconosciuto come un capolavoro della sua epoca. Esso ha suscitato, sin dalla sua scoperta, un’ammirazione enorme, in quanto unicum di altissima fattura artistica. Non se ne conosce autore, ma certamente dovette trattarsi di un pittore eccelso, indicato oggi come il “Maestro di Castelseprio”. Secondo lo storico dell’arte Carlo Bertelli la qualità degli affreschi di Santa Maria foris portas è “altissima, frutto di un artista di straordinario livello, in verità e per nostra fortuna uno dei più grandi dell’intero Medioevo”.

Il tema iconografico degli affreschi

Il Maestro di Castelseprio ivi impiegò una stesura di gentili tratteggi in porpora sull’intonaco fresco, poi stese i colori quand’esso si fu asciugato. Le scene del ciclo pittorico sono state variamente identificate come Storie dell’infanzia di Cristo4 o dell’incarnazione di Cristo5. Ciò nondimeno, sono accertate le fonti storiografiche da cui il Maestro attinse: si tratta di alcuni vangeli apocrifi, quali il Vangelo di Giacomo e lo Pseudo-Matteo. Tale costatazione, la quale non deve sorprendere essendo d’uso nella tradizione cristiana – persino odierna! – non riferirsi esclusivamente ai vangeli canonici, deriva dall’univoca interpretazione di alcune scene degli affreschi. L’esempio più rappresentativo è forse quello relativo alla Prova delle acque amare di Maria, episodio che non trova riscontro biblico, ma che è ben documentato nel Vangelo di Giacomo.

Gli affreschi della chiesa di Santa Maria foris portas sono collocati in una posizione difficilmente visibile dai fedeli. Ciò potrebbe suggerire che essi avessero una funzione liturgica rivolta essenzialmente a chi officiava i riti religiosi.

La questione della datazione e il maestro orientale

Gli affreschi della chiesa di Santa Maria foris portas sono stati oggetto di decennali studi volti a identificarne la presunta datazione, rappresentando un vero e proprio rompicapo. L’origine delle raffigurazioni, infatti, ha dato adito ad un dibattito ampio, il quale è ancora ben lungi dal restituire un’ipotesi condivisa tra gli studiosi. Le pitture parietali sono attribuite, con grande incertezza, in un arco temporale che varia tra il VI e il X secolo. Tuttavia, vi è un dettaglio che consente di stabilire almeno un limite temporale ante quem: su una delle pareti affrescate è presente un graffito recante il nome di Ardericus, arcivescovo di Milano in carica tra il 938 e il 945. Esso rivela che gli affreschi della chiesa di Santa Maria foris portas furono realizzati prima di quella data.

Stabilire una corretta datazione del ciclo pittorico è essenziale per attribuire correttamente la paternità storica e artistica dell’opera, nonché per comprenderne a pieno il significato iconografico. L’area del Seprio fu, infatti, interessata dapprima dall’insediamento dei Longobardi, discesi in Italia al seguito di Alboino (568), e poi dal sopraggiungere dei Franchi alla metà del secolo ottavo. Ben si comprende la rilevanza dell’attribuzione agli uni o agli altri, essendosi peraltro conservate pochissime testimonianze pittoriche di epoca altomedievale di tale maestria.

Origini culturali del Maestro di Castelseprio

Questione intimamente connessa a quella della datazione è inoltre la provenienza geografica e culturale del Maestro di Castelseprio. Si sa con certezza che l’artista degli affreschi di Santa Maria foris portas dovesse essere di lingua greca: una scritta rinvenuta sulla figura di una levatrice ne riportava il mestiere in tale antico idioma (“Emea”). Ecco che l’enigma incomincia a ingarbugliarsi tremendamente. Le pitture parietali, sì significative di un’area popolata dai Longobardi e dai Franchi tra il VII e il X secolo, sono opera di un artista bizantino o bizantineggiante, ellenistico o neo-ellenistico? Sorge dunque spontaneamente una domanda fondamentale per comprendere la portata del mistero degli affreschi di Castelseprio: come è giunto sin qui tale maestro, e perché?

L’ipotesi della datazione “alta”

Gian Paolo Bognetti10, l’uomo che diede avvio ai lavori di ristrutturazione, attribuì gli affreschi di Santa Maria foris portas alla seconda metà del VII secolo, identificandone la naturale collocazione nel contesto longobardo dell’epoca. Lo studioso giunse a questa conclusione sulla base di un’analisi stilistica, rilevando forti contrasti tra l’impostazione classica del ciclo pittorico e alcuni elementi di forte innovatività. Bognetti intravedeva nell’intera realizzazione della chiesa di santa Maria foris portas l’opera dei Maestri Comacini.

Sulla stessa scia s’inseriscono gli studi dello storico dell’arte Piero Toesca11. Egli, attraverso un raffronto con le pitture parietali della chiesa di Santa Maria Antiqua a Roma, attribuiva gli affreschi di Castelseprio all’inizio del VII secolo.

Ascendenze bizantine

Il già citato Bognetti, Chierici e De Capitani d’Arzago intravidero nel Maestro di Castelseprio una personalità di cultura orientale, custode di un’arte che si poneva in continuità con la tradizione classica ellenistica. Per De Capitani d’Arzago tale impostazione naturalistica del ciclo pittorico non poteva che ricercarsi in un contesto bizantino o bizantineggiante.

È ancora Bognetti a tentare di dipanare il mistero, specificando che si dovette trattare di “una studiata imitazione di istituti bizantini”, forse in funzione missionaria. In effetti, è utile ricordare che i Longobardi fossero di religione ariana: non sorprenderebbe, pertanto, se il Maestro di Castelseprio fosse stato inviato in funzione di evangelizzazione. L’artista potrebbe essere giunto a Santa Maria foris portas persino su invito di un sovrano longobardo, d’altronde la regina Teodolinda aveva già avviato il processo di conversione dei Longobardi al cattolicesimo all’inizio del VII secolo. Potrebbe essere illuminante, in tal senso, una riflessione sulla raffigurazione del Pantocratore a Castelseprio, emblema della natura divina del Cristo, e figura che rimarca esattamente l’ortodossia cattolica rispetto all’arianesimo.

L’ipotesi della datazione “tarda

Le considerazioni di Bognetti, tuttavia, non furono condivise da tutti gli storici dell’arte. Sin da subito Kurt Weitzmann, professore della Princeton University, pur condividendo l’idea di un’origine culturale bizantineggiante del Maestro di Castelseprio, collocò la datazione degli affreschi di Castelseprio al X secolo. Secondo lo studioso essi sarebbero opera di un miniaturista della cosiddetta Rinascenza macedone13, già autore di manoscritti a tema sacro come il Rotulo di Giosuè della Biblioteca Apostolica Vaticana e un Salterio custodito presso la Bibliothèque nationale de France a Parigi14.

Una datazione “intermedia”

Più recentemente, le ricerche di Grabar15 e Carlo Bertelli16 hanno condotto ad una terza ipotesi, secondo cui il ciclo pittorico sarebbe stato realizzato nel IX secolo, in piena epoca carolingia. Bertelli non si limitò a identificare il Maestro di Castelseprio in un pittore di Bisanzio, fuggito dalla lotta iconoclasta che imperversava allora nell’Impero, ma individuò persino il committente degli affreschi in un tale Giovanni, conte di Milano e del Seprio a partire dall’844. Giovanni, personalità di grande carisma presso l’imperatore Lotario, avrebbe così accolto in Lombardia un po’ di quella straordinaria vena artistica bizantina che si andava forzatamente reprimendo in Oriente.

Il castrum di Castelseprio

Non lontano dalla chiesetta di Santa Maria foris portas è possibile esplorare i resti del castrum longobardo di Castelseprio. Esso sorge presso un’area d’antichissima presenza umana, giacché i lavori di scavo archeologico, realizzati nel corso del XX secolo, hanno restituito testimonianze di insediamenti differenti e numerosi che vi si sono succeduti nel corso dei secoli. Già tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro (X-VIII secolo a.C.) si dovette stabilire a Castelseprio un primissimo nucleo abitativo17.

Quest’area della media Valle Olona fu poi strategicamente rilevante per i Romani, che vi edificarono sotto Diocleziano alcune torri di difesa e avvistamento, per contrastare le invasioni barbariche a partire dal III secolo. Castelseprio, infatti, ben si prestava alla funzione d’avamposto militare, vero punto nevralgico per il controllo della via Novaria-Comum18, il quale aveva probabilmente il nome di Severum19. Dal toponimo castrum Severum, poi traslitterato in Sibrium, gli studiosi fanno discendere l’odierno nome di Castelseprio20.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, la valle fu occupata dagli Ostrogoti di Teodorico. Ad essi si deve la costruzione di un castrum propriamente detto, con ponte di accesso e torri quadrangolari (V- VI secolo). I Goti reimpiegarono le strutture esistenti, integrandole e rimodellandole anche al fine d’innalzare nuovi edifici militari o religiosi. Nacquero così la torre di Torba e la basilica di San Giovanni Evangelista.

L’arrivo dei Longobardi a Castelseprio

Si stanziarono quindi a Castelseprio i Longobardi, i quali giungevano a Milano il 5 settembre del 569 al seguito di Alboino. I Longobardi riutilizzarono le preesistenti strutture militari trasformandole ad uso civile; nuove abitazioni furono erette anche al di fuori della cinta muraria, principalmente nell’area sudoccidentale. La cittadella prese progressivamente a trasformarsi in un centro urbano dedito alle attività agricola e artigianale, come testimoniato dai rinvenimenti di utensili da cucina, oggetti in legno, crogioli, ugelli e scorie in ferro. Infine Castelseprio fu promosso a contado in epoca carolingia (IX secolo), rappresentando uno snodo importante di tutta la viabilità della valle.

L’antico castrum andò distrutto – ma non perduto – nel 1287, ad eccezione degli edifici religiosi, allorché fu assediato dai Visconti nell’ambito delle lotte tra le signorie di Milano. Un decreto dell’arcivescovo Ottone Visconti impose che mai più Castelseprio venisse ricostruita, e tale è il motivo per cui oggi ne possiamo ammirare i rovinosi resti.

Le strutture religiose e civili del castrum

La presenza di strutture difensive poste su alture, a controllo del territorio, costituiva una peculiarità del nascente regno goto, soprattutto nell’area dell’Italia settentrionale e alpina. All’interno del castrum gli edifici e le abitazioni erano prevalentemente edificate in legno e pietra. Esse si svilupparono intorno al nucleo della basilica di San Giovanni Evangelista e all’annesso battistero.

La basilica di San Giovanni Evangelista, nucleo centrale del castrum, è datata tra il V e il VI secolo. Tuttavia. la sua versione definitiva è opera dei Longobardi, i quali provvidero a un generale ampliamento e alla ristrutturazione. La pianta ad aula rettangolare era suddivisa in tre navate, ciascuna con ingresso e abside terminale. Piccole porzioni residuali della zona di calpestio suggeriscono che la pavimentazione dovesse essere in cocciopesto. Un portico precedeva l’ingresso principale, e in prossimità della porzione absidale della basilica era situato un battistero a otto lati, alla maniera paleocristiana, con due vasche: ottagonale a immersione con rivestimento in marmo, e circolare in laterizio. Nelle immediate vicinanze sono stati rinvenuti i resti di una cisterna rettangolare con copertura; di una torre difensiva, probabilmente facente parte del complesso difensivo eretto intorno al IV-V secolo, poi adibita a campanile in età carolingia; di alcuni vani, forse pertinenti ad una sacrestia.

Importante testimonianza del passaggio dei Longobardi a Castelseprio è l’area cimiteriale posta in prossimità della basilica. In corrispondenza della facciata è stata individuata la tomba di un cavaliere, mentre i lavori di scavo realizzati tra gli anni ’60 e ’70 del XX secolo hanno restituito alcuni sepolcri in muratura, con annesse lastre tombali.

Il Monastero di Torba

La torre di Torba, già avamposto difensivo in epoca romana e ostrogota, perse la sua funzione militare a partire dall’VIII secolo. I Longobardi, infatti, trasformarono la struttura in monastero, accogliendo un nutrito gruppo di monache benedettine, che vi rimasero sino al 1453. A questo periodo risalgono gli attigui edifici del dormitorio, del refettorio e la piccola chiesa di Santa Maria. Il complesso è gestito dal Fondo Ambiente Italiano (FAI), che ringraziamo per la visita.

Gli affreschi della torre di Torba a Castelseprio

La torre di Torba conserva ancora alcuni frammenti dei preziosi affreschi di epoca longobarda. Al primo piano, le pitture parietali testimoniano la presenza di almeno una camera sepolcrale. È possibile così leggere sui muri consunti il nome della badessa Aliberga, associato ad una figura di monaca, e una croce con i bracci che volgono verso l’alfa e l’omega, principio e fine della vita terrena.

Anche le originarie pitture del secondo piano sono andate quasi totalmente perdute a causa della trasformazione dello spazio in cucina e refettorio dopo il XV secolo. Ciò nondimeno, si possono ancora individuare figure di santi e martiri, una processione con otto monache e la figura di Cristo pantocratore, forse in origine accompagnata dalle figure della Vergine e degli Apostoli.

La chiesa di Santa Maria di Torba

Adiacente alla torre è collocata la piccola chiesa di Santa Maria, risalente all’XI secolo. L’edificio si presenta a navata unica con abside21 e copertura a capriate. Santa Maria di Torba ospita inferiormente una cripta ad ambulacro dell’VIII secolo.

Daniela Campus e Samuele Corrente Naso

Mappa dei luoghi

Note

  1. I siti UNESCO facenti parte della rete “I Longobardi in Italia” sono: il Tempietto Longobardo e il Complesso Episcopale a Cividale del Friuli; il complesso monastico di San Salvatore – Santa Giulia a Brescia; la Basilica di San Salvatore a Spoleto; il Tempietto del Clitunno a Campello sul Clitunno; il complesso di Santa Sofia a Benevento; il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo. ↩︎
  2. Tutt’oggi la datazione della chiesa di Santa Maria foris portas e dei suoi affreschi è dibattuta. Essa è collocata tra V e IX secolo, anche se gli ultimi esami fisici e chimici propendono verso il secondo quarto del IX secolo. Giulio Bora, Gianfranco Fiaccadori, Antonello Negri, I luoghi dell’arte volume 2. Dall’arte longobarda al gotico internazionale, 2008; Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, Arte nel tempo vol.1 tomo II: Il Medioevo, 2016. ↩︎
  3. Annunciazione e visitazione, Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0; Prova delle acque, Redentore e sogno di Giuseppe, Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0; Pantocratore, Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0; Viaggio a Betlemme, Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0; Natività, Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0; Adorazione dei Magi, Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0; Presentazione di Gesù al Tempio, Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0; Arcone con arcangeli ed etimasia, Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0. ↩︎
  4. Gian Piero Bognetti, Alberto De Capitani d’Arzago; Gino Chierici, Santa Maria di Castelseprio, Milano, Fondazione Treccani degli Alfieri per la storia di Milano, 1948. ↩︎
  5. K. Weitzmann, The Fresco Cycle of S. Maria di Castelseprio, 1952. ↩︎
  6. Libro dei Numeri, Capitolo 5, versetti 18-28. Tale pratica serviva per verificare se una donna fosse adultera. ↩︎
  7. Ibidem nota 3. ↩︎
  8. La scena della verifica della verginità di Maria è raccontata nel capitolo 20 del vangelo di Giacomo. Si narra che la levatrice Salome, incredula di fronte al racconto di un’ostetrica che aveva potuto assistere al miracolo della nascita di un bambino da una vergine, volle testarne la veridicità: “Salome mise il suo dito nella natura di lei, e mandò un grido, dicendo: “Guai alla mia iniquità e alla mia incredulità, perché ho tentato il Dio vivo ed ecco che ora la mia mano si stacca da me, bruciata“. ↩︎
  9. Ibidem nota 3. ↩︎
  10. Ibidem nota 4. ↩︎
  11. P. Toesca, Gli affreschi di Castelseprio, in L’Arte 51, 1948-1951. La datazione al VII secolo proposta da Toesca è basata sul confronto tra gli affreschi di Castelseprio e quelli di Santa Maria Antiqua a Roma, i quali mostrerebbero un’incisiva impronta bizantineggiante. ↩︎
  12. Ibidem nota 3. ↩︎
  13. Ibidem nota 5. ↩︎
  14. MS Grec 139. ↩︎
  15. A. Grabar, Les fresques de Castelseprio, 1950. ↩︎
  16. C. Bertelli, Fondazioni medievali dell’arte italiana, 1983; Ultimi studi sulle pitture di Castelseprio e Torba, in Castelseprio e Vico Seprio. Aggiornamenti, atti del convegno Castelseprio Torba 22 settembre 2001, Castelseprio 2002, pp. 1-8. ↩︎
  17. Gli scavi archeologici realizzati nel corso del Novecento hanno portato all’individuazione di frammenti di ceramica, i quali hanno consentito di identificare la presenza di insediamenti abitativi sin dal X-IX/VIII secolo a.C., forse parte della vicina cultura di Golasecca. Parco archeologico e Antiquarium. Castelseprio, il castrum e il borgo. Testi dei pannelli didattici dell’Antiquarium. ↩︎
  18. Anonimo Ravennate, Cosmographia, fine VII secolo d.C.. Gian Piero Bognetti, Santa Maria foris portas di Castelseprio e la storia religiosa dei Longobardi, in Gian Piero Bognetti, L’età longobarda, II, 1966. ↩︎
  19. Nell’area di Castelseprio sono stati individuati reperti databili al IV e V secolo. Si tratta di frammenti di ceramica e vetro nonché del follis, la moneta stampata da Massenzio agli inizi del IV secolo, prima della sua sconfitta in occasione della Battaglia di Ponte Milvio del 312 contro Costantino. Tale conio era d’uso tra i militari, per cui il suo ritrovamento nell’area archeologica di Castelseprio attesterebbe la presenza di un fortilizio militare. Risulta ancora incerta, invece, la presenza di insediamenti romani antecedenti al IV secolo. Il rinvenimento di epigrafi latine utilizzate come materiale di reimpiego in strutture di epoca successiva ne rendono difatti complicata l’effettiva attestazione. Parco archeologico e Antiquarium. Castelseprio, il castrum e il borgo. Testi dei pannelli didattici dell’Antiquarium. Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, 2012. ↩︎
  20. Tale denominazione compare nella monetazione locale durante il regno di Desiderio (756-774) anche nelle varianti Sebrio, Sibrio, Sebrioc, Sebrioi, Sebriopv, Sebrios. Parco archeologico e Antiquarium. Castelseprio, il castrum e il borgo. Guida dell’Antiquarium. Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, 2009. ↩︎
  21. L’attuale abside ha sostituito quella originale nel XIII secolo. ↩︎

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