Il Santuario di Oropa, nigra sum sed formosa

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Una consolidata tradizione popolare, diffusa tra le valli del biellese in Piemonte, afferma che fu Sant’Eusebio a portare la Madonna Nera a Oropa. Eusebio, primo vescovo di Vercelli dal 345, fu un fervente oppositore dell’arianesimo. Quand’egli si rifiutò di sottoscrivere gli editti del Concilio di Milano (355), più vicini alle posizioni teologiche ariane e dell’imperatore Costanzo II, questi lo esiliò in Terra Santa. Il vescovo poté rientrare in Piemonte soltanto nel 363, allorché Giuliano ascese al trono di Roma e, a quanto riferiscono le fonti agiografiche, portando seco dall’Oriente una preziosissima reliquia mariana scolpita dall’evangelista Luca.

Oropa
La Madonna Nera di Oropa. L’attuale scultura è del secolo XIII

La tradizione afferma che tale statuetta della Madonna, oggi dalla carnagione bruna, sia stata dapprima nascosta a Fontainemore, per evitare che gli ariani la distruggessero, e quindi condotta presso i monti biellesi di Oropa. Ivi fu collocata sotto un grande masso solitario, uno di quelli che oggi definiamo erratici e che sono tipici delle valli alpine. Il luogo prescelto, aspro e incontaminato, elevato a circa milleduecento metri di altezza, divenne sede di enorme devozione. Esso suscitò nei secoli a venire la costruzione di uno dei più importanti centri di culto del Nord Italia.

Oropa
Il Santuario di Oropa, vista dal Cortile Superiore

Il Santuario di Oropa

In verità, non vi sono fonti scritte dei primi secoli dopo Cristo che possano confermare la tradizione popolare di Oropa. Essa non ha attestazioni storiografiche antecedenti al XV secolo, e forse si diffuse a partire dalla Cronaca di Biella di Jacopo Orsi [1], sintomo di una devozione popolare crescente, ma non di un’attendibilità storica. Peraltro, l’Orsi si limita a riferire che “il beato Eusebio pose la prima pietra del sacello di Oropa” [2]. Una simile credenza si ritrova quasi immutata in altri due luoghi: presso il santuario mariano di Crea e la Cattedrale di Cagliari. Si racconta, infatti, che ivi Sant’Eusebio condusse dall’Oriente la statuetta di una Madonna. Circa la tradizione di Crea, essa viene citata nella Vita Antiqua, un’agiografica del santo ascrivibile tra i secoli VII-IX, ed è probabile che all’epoca fosse ben presente anche a Oropa.

La testimonianza tangibile più antica del culto mariano a Oropa è la presenza di un sacello, detto eusebiano, che il vescovo di Vercelli Aimone di Challant fece ampliare nel 1294. Anche la statuetta lignea della Madonna, in esso contenuta, è di fattura medioevale. La scultura risale alla prima metà del XIV secolo e fu realizzata da un autore gotico di cui non conosciamo il nome [3].

La storia del Santuario di Oropa

La prima chiesa del complesso di Oropa, realizzata da Aimone, era ben lungi dalle attuali forme. A partire dal 1599, infatti, iniziarono i restauri del sacello di Sant’Eusebio, per ringraziare la Madonna di aver liberato la città di Biella dalla peste. In questo periodo uno scalpellino aggiunse l’iscrizione lapidaria posta sopra la porta d’ingresso:

Advena, siste gradum, timeas intrare sacellum – quo pius Eusebius signa colenda tulit – et tulit et coluit. Testatur crypta.

Pellegrino, fermati! Non ardire entrare in questo santo luogo costruito dal pio vescovo Eusebio. È un luogo sacro. Da tanti secoli è conservato e venerato come una reliquia

Pochi anni più tardi, l’ampliamento dell’intero edificio permise la realizzazione della Basilica Antica (1625).

Oropa
La Basilica Antica e, sullo sfondo, la Basilica Nuova. Il Santuario di Oropa sorge su un fianco del Monte Mucrone

Dal sacello eusebiano alla Basilica Nuova

Essa è oggi il cuore del santuario di Oropa, in senso spaziale e figurato. Al suo interno è racchiuso il sacello eusebiano, vero centro di culto, dove centinaia di migliaia di persone l’anno si recano per la venerazione della Madonna. All’arricchimento del complesso contribuì persino la famiglia Savoia, poiché Carlo Emanuele I aveva fatto voto alla Madonna di Oropa per chiedere la guarigione da un male fisico. La Basilica venne quindi circondata da un portico, in seguito orientato a Sud nel corso del XVIII secolo. Il santuario era ora rivolto verso la pianura piemontese, e non più in direzione transalpina, al mutare degli interessi politici dei Savoia. Sul lato meridionale, pertanto, l’architetto Filippo Juvarra realizzò la monumentale Porta Regia.

La Porta Regia

Agli stessi anni si deve la realizzazione delle diciannove cappelle del Sacro Monte di Oropa (1620), patrimonio UNESCO dal 2003. Inoltre, ancora nel XVIII secolo, si decise di sbancare l’antistante colle di San Francesco al fine di costruire un cortile inferiore e una monumentale scalinata d’accesso alla Porta Regia.

Sorse infine la Basilica Nuova, la cui prima pietra fu posata nel 1854 e l’ultima soltanto nel 1960. L’imponente costruzione che oggi svetta in cima al complesso, ispirata a forme architettoniche classicheggianti, con cupola e lanterna, si rese necessaria per ospitare il crescente numero di pellegrini che si recavano a Oropa.

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Oropa, dal paganesimo al culto mariano

La tradizione attribuisce a Eusebio il merito di aver importato dall’Oriente non un semplice oggetto, ma un culto vero e proprio, un’iconodulia che, attraverso la rappresentazione materiale della Madonna, intendeva venerare la madre di Cristo che è nei cieli. La leggenda, d’altronde, affonda le radici in quel percorso di sincretismo religioso che si era realizzato in Piemonte a partire dal IV secolo. A quel tempo, infatti, la regione era in prevalenza pagana. Lungo il vasto territorio della regione, specie nei villaggi di campagna (pagi) venivano officiati i riti alle divinità romane; in prossimità delle Alpi, invece, erano ancora vividi i culti celtici [4].

Quando il cristianesimo si diffuse tra le genti pagane, si andò incontrò a un fenomeno di accomodamento culturale. I vescovi iniziarono a permettere la venerazione delle icone per rendere più familiare il nuovo culto. Il paganesimo, infatti, si rivolgeva alle statue, contenitori necessari della divinità che ne esprimevano la presenza reale. Ciò dà ragione del perché le raffigurazioni degli dei fossero così diffuse, e venissero collocate in ogni ambito della vita quotidiana. Il Cristianesimo sovrascrisse tale modalità di culto, traslando tuttavia la venerazione dal simulacro (proskinesis), alla realtà in essa raffigurata (douleia). Il processo non fu esente da controversie storico-teologiche, ma al tempo di Eusebio si era ancora lontani dai tumulti ideologici della lotta iconoclasta (VIII secolo).

Il Sacello di Sant’Eusebio. Durante la nostra visita, la Madonna Nera era esposta nella Basilica Nuova

I culti celtici della fertilità e i massi erratici

La tradizione popolare, inoltre, afferma che Sant’Eusebio nascose la statuetta della Madonna in un anfratto, ricavato al di sotto di un enorme masso. Nemmeno questo particolare può passare inosservato, ma si inserisce anch’esso in quel processo di adattamento dei culti che avvenne in Piemonte nel IV secolo. Qui, infatti, sono attestate ancora le credenze celtiche sui massi erratici [5]. La presenza di strutture rocciose solitarie, isolate dal contesto e apparentemente sorte dal nulla, era intesa come una vera ierofania, una manifestazione del divino. Oggi noi sappiamo che i massi erratici sono stati trasportati nelle valli alpine dallo scioglimento dei ghiacciai in tempi remoti, ma per le popolazioni dell’epoca si trattava di una manifestazione del sacro. Queste rocce che si credeva generate dalla terra, impiegate come ripari e chiamate balme, venivano consacrate alla Dea Madre a compimento dei riti per la fertilità.

San Gregorio Magno rivela in una missiva destinata all’abate Mellitus che, al tempo di San Martino di Tours, contemporaneo di Eusebio, fosse in uso riconsacrare gli altari e i massi erratici celtici. Questa modalità di risacralizzazione è evidente anche a Oropa, la Basilica Antica ingloba sul fianco sinistro proprio un masso erratico. Ciò nondimeno, le credenze magiche apotropaiche connesse al culto dei massi erratici sopravvissero, in forma popolare, per molti secoli a venire. Ad esempio, a Oropa si credeva che le rocce favorissero la fertilità se attorno a esse si compivano nove giri, e nei pressi del Sacro Monte di Varallo, come in altri luoghi, le donne sterili vi strofinavano la schiena [6]. Appare evidente, a questo punto, la sovrapposizione cultuale della Madonna di Oropa alla Dea Madre celtica.

La Basilica Antica e, addossato sul fianco settentrionale, il masso erratico

Il culto della Madonna Nera

Una questione, che ha da sempre suscitato enormi interrogativi, concerne il colore bruno dell’incarnato di talune madonne sparse per l’Europa, tra le quali fa parte anche il simulacro della Regina Montis Oropae. Le cause di questa singolare caratterizzazione sono spesso variegate, dipendenti dal contesto locale: riutilizzo di simulacri pagani, inscurimento dovuto a cause ambientali, particolari iconografie… Invero a Oropa è assai probabile che la statuina lignea del XIII secolo fosse in origine dal volto chiaro. Tale costatazione si può immaginare sulla base dell’analogo caso di Crea, dove i restauri del 1981 hanno scoperto che la Madonna fosse in origine policroma, e solo successivamente sia stata ridipinta di nero.

Regina Montis Oropae

Ci si potrebbe chiedere, allora, quali ragioni possano aver condotto a inscurire appositamente le madonne dei santuari eusebiani piemontesi. Una prima spiegazione potrebbe essere fornita, ancora una volta, dalla tradizione. Non bisogna dimenticare che, secondo la leggenda, Eusebio importò la Madonna dall’Oriente. L’icona più venerata di Costantinopoli in età bizantina, l’Odighitria, colei che “indica la via”, era scura. L’iconografia bizantina prevedeva l’uso dell’oro o di un colorito bruno per rendere l’idea della dimensione spirituale del soggetto, e per coprire la luce divina che idealmente da essi promanava. A Oropa come a Crea, in definitiva, il volto della Madonna potrebbe essere stato ridipinto per rendere più verosimile la leggenda eusebiana e simulare un’ascendenza bizantina.

In alternativa, può darsi che le sculture si inscurirono col tempo per cause naturali e, credute tali da sempre, furono rese nere durante una ricolorazione tra il XVII e il XVIII secolo. Non è escluso, d’altronde, che tale rifacimento ebbe la sua giustificazione nella marcata devozione popolare, che riferiva alla Vergine le parole della Regina di Saba tratte dal Cantico dei Cantici, “nigra sum sed formosa“.

Samuele Corrente Naso

Note

[1] Jacopo Orsi, Cronaca Bugellae, 1488

[2] Lalla Groppo, Oliviero Girardi, Nigra sum. Culti, santuari e immagini delle Madonne nere d’Europa. Atti del convegno internazionale, Santuario e Sacro Monte di Oropa, Santuario e Sacro Monte di Crea, 20-22 maggio 2010.

[3] Sergio Noto, L.S. Olschki, La Valle d’Aosta e l’Europa, 2008

[4] Mario Trompetto, S. Eusebio di Vercelli, Biella, 1961

[5] Luigi Motta, Michele Motta, I massi di Oropa, in Massi erratici, Torino, Museo regionale di scienze naturali, 2013

[6] Elena Poletti Ecclesia, Antigorio, antica terra di pietra. Ambiente, geologia, archeologia, arte e tradizione di una valle alpina, 2012.

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