Alatri, dove la pietra non ha tempo

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La Civita di Alatri sorgeva sul pendio di un’altura che con grazia discendeva verso un torrente, diramazione del fiume Liri. Ivi, a cinquecento metri d’altezza sul livello del mare, o poco più, svettava l’Acropoli della città antica. Di essa si riconosce ancora il basamento quadrangolare di un tempietto in stile tuscanico, una cui ricostruzione è oggi sita al Museo Nazionale di Villa Giulia, ma soprattutto le imponenti mura megalitiche.

Le mura megalitiche di Alatri

Ora, che le città avessero cinte difensive sin da tempi immemori è fatto banale e arcinoto, ma ad Alatri l’opera costruttoria supera ogni aspettativa di enigmaticità. In primis l’intero tracciato è ben conservato per tutti i suoi quattro chilometri circa. Si tratta questo di un evento storicamente eccezionale, tale per cui le mura alatrensi appaiono come le meglio preservate in tutta l’architettura megalitica del Lazio. Ancor più straordinaria è la forma geometrica trapeizoidale della cinta. Realizzata in opera poligonale, i suoi blocchi giganteschi e irregolari si incastrano tra loro perfettamente, raggiungendo in alcuni punti un’altezza di quindici metri. È per questa ragione che le mura furono dette ciclopiche sin dall’antichità, come a voler dire che soltanto mitici giganti le avrebbero potute realizzate. L’apposizione di enormi blocchi di roccia calcarea rende pertanto la costruzione megalitica, nell’originaria e letterale etimologia greca del termine.

L’opus poligonale

L’opus poligonale fu una tecnica architettonica diffusa nell’Italia centrale a partire dal VII secolo a.C., ma che si rinviene anche in epoche e contesti molto differenti tra loro. La sua caratteristica preponderante è l’assenza di leganti tra i massi sovrapposti, come ad esempio la malta. Chiaramente la ragione di tale usanza “a secco” è dettata dal rilevante peso delle pietre impiegate, che garantivano una sufficiente stabilità anche per opere di considerevole altezza, come ad Alatri. La statica della costruzione muraria era poi garantita dalla giustapposizione di massi più grandi lungo le fondamenta, e di blocchi maggiormente rastremati verso l’alto.

Una classificazione formale dell’opera poligonale la si deve all’archeologo Giuseppe Lugli, i cui studi hanno contribuito grandemente alla conoscenza del territorio del Latius Vetus. Lugli propose quattro tipologie costruttive a seconda delle caratteristiche di sovrapposizione dei massi e alla loro lavorazione [1]. Nella prima e seconda maniera i blocchi appaiono poco levigati o per nulla, e rispettivamente sono impilati senza e con l’ausilio di pietre di riempimento interstiziali. La terza maniera, cui l’opera di Alatri appartiene, si contraddistingue per l’impiego di massi geometrici poligonali levigati e perfettamente combacianti tra loro. In ultimo, il quarto modo prevede l’utilizzo di blocchi quadrangolari.

Il problema della datazione

Circa lo studio delle mura alatresi, la maggiore difficoltà consta nel riuscire a determinare una datazione certa. Si tratta di un’annosa questione che ha interessato molteplici studiosi e, più in generale, la gran parte delle costruzioni megalitiche del Lazio. Tutt’oggi non vi è un parere unanime tra gli archeologi, piuttosto lo stato dell’arte è quello di una ricerca di prove indiziarie che aiutino a dipanare il mistero.

Già a partire dall’Ottocento Petit-Radel propose che l’opera poligonale fosse stata diffusa dai popoli pre-ellenici Pelasgi addirittura nel XVI secolo a.C. [2], supposizione in seguito ritenuta infondata. Ciò nondimeno, il merito dell’archeologo francese fu di porre al centro dell’attenzione l’enigma che le opere megalitiche rappresentavano e costituiscono tutt’oggi. Nel Novecento furono invece Luigi Pigorini e soprattutto Filippo Coarelli [3] a proporre uno studio più sistematico del fenomeno. Grazie alle loro illuminate ricerche, documentali e stratigrafiche, si è superata la dicotomia che sino ad allora aveva oscillato tra datazioni romane o pre-romane dell’opera poligonale.

L’opus poligonale di Alatri attraverso i secoli

Oggi, seppur con notevole incertezza temporale, è assodato che le mura megalitiche del Lazio furono realizzate tanto dai popoli italici del Lazio, come gli Ernici, i Volsci e gli Aurunci, quanto successivamente dai Romani. In particolare, è stato suggerito che ai primi sarebbe da attribuirsi l’opera poligonale di minor fattura (I e II maniera), forse in età protostorica. L’evoluzione della tecnica (III maniera) sarebbe invece, secondo lo stesso Coarelli, dovuta all’interazione con maestranze di provenienza greca (VI secolo a.C.), che in tal senso avrebbero riproposto davvero le antiche usanze pelasgiche. La quarta maniera dell’opera poligonale, infine, è assimilabile all’opus quadratum romano, con la sola differenziazione del materiale impiegato: pietra calcarea anziché tufo. Sarebbe, pertanto, di realizzazione propria dei Romani.

Le mura di Alatri, in considerazione del quadro temporale appena esposto e del contesto storico, sono tradizionalmente attribuite agli Ernici. La datazione più frequentemente proposta è quella del IV secolo a.C. per l’opera poligonale [3]. In ogni caso, è necessario tenere conto che un’opera così mastodontica, e dalla rilevante complessità architettonica, potrebbe aver richiesto un tempo molto lungo per la sua realizzazione. Si nota, in effetti, una certa difformità tra gli strati dei blocchi inferiori delle mura rispetto a quelli posti più in alto, che invece potrebbero costituire un’aggiunta di epoca romana.

Samuele Corrente Naso

Note

[1] Giuseppe Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio, Roma, 1957

[2] Louis Charles François Petit-Radel, Recherches sur les Monuments Cyclopéens ou Pelasgiques, 1841.

[3] Filippo Coarelli, Lazio, Laterza, Bari, 1982.

[4] Armando Frusone e Giovanni Zomparelli, Alatri, tipografia Strambi, 1986.

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