A ridosso delle dolci colline dell’Appennino tosco-emiliano, nell’area compresa tra i corsi del Reno e del Savena, si erge Bologna, città antica e inquieta, dove la storia da secoli si intreccia con il mito. Bologna fu un vivace insediamento etrusco e visse un fiorente periodo in età romana. Del periodo medioevale, invece, conserva ancora il fascino austero delle sue torri, dei lunghi portici e delle solenni chiese. Custode della più antica università del mondo occidentale, la città fu crocevia di studiosi, alchimisti, mercanti e uomini di fede, alimentando nei secoli molti racconti, spesso sospesi tra esoterismo e leggenda. Dietro il volto colto e razionale della “Dotta” Bologna si cela, infatti, una veste più oscura e misteriosa, popolata da simboli nascosti, antiche superstizioni e memorie di presenze demoniache tramandate dal folklore locale.

La storia di Bologna
Le origini di Bologna risalgono al IX secolo a.C., quando tra il corso dell’Idice e quello del Reno sorsero i primi villaggi della civiltà villanoviana, considerata una delle più antiche espressioni culturali dell’Italia protostorica. Tra il VII e il VI secolo a.C., in epoca etrusca, la città conobbe un periodo di grande prosperità. A quel tempo assunse il nome di Felsina (Felzna), divenendo un importante centro urbano e commerciale della Pianura Padana1. L’insediamento costituì per secoli un fondamentale crocevia di scambi, arti e cultura dell’Italia settentrionale. Con la progressiva discesa dei Galli Boi, tra il V e il IV secolo a.C., l’influenza degli Etruschi iniziò a indebolirsi, fino a lasciare il posto al dominio celtico, che trasformò profondamente il volto e l’identità della città.
Il periodo romano
L’antica Felsina entrò definitivamente nell’orbita romana tra il III e il II secolo a.C. Venne quindi rifondata come colonia latina nel 189 a.C., quando il Senato della Repubblica le attribuì il nome di Bononia2. L’origine del toponimo resta ancora oggi incerta: secondo alcune interpretazioni deriverebbe dal termine celtico Bona, ossia “luogo fortificato”, a testimonianza delle profonde influenze galliche presenti nel territorio3. Sotto il dominio di Roma, Bologna conobbe un periodo di straordinaria prosperità. Templi, edifici pubblici e monumenti ne ridefinirono presto il volto urbano. Furono costruiti il teatro, le terme, l’arena e un imponente acquedotto, mentre in età augustea le domus signorili si arricchirono di marmi pregiati e mosaici.
A questo periodo risale anche una delle arterie più importanti dell’antichità: la Via Emilia, fatta costruire a partire dal 187 a.C. dal console Marco Emilio Lepido. La strada, che collegava Rimini (Ariminum) a Piacenza (Placentia), trasformò Bononia in un nodo fondamentale della rete viaria e commerciale romana, favorendone lo sviluppo economico e politico nei secoli successivi.
Età paleocristiana
Tra la fine del III e il IV secolo d.C., mentre l’Impero romano iniziava a mostrare i segni della propria decadenza sotto la pressione delle invasioni barbariche, Bologna si rafforzò con la costruzione di una nuova cinta muraria difensiva. Secondo la tradizione, Ambrogio, vescovo di Milano, fece collocare presso le principali porte cittadine quattro croci di benedizione, dedicandole alle vergini, agli apostoli, ai martiri e ai santi. Simboli antichissimi della fede cristiana, esse proteggevano idealmente i bolognesi dai pericoli provenienti dall’esterno e dalle minacce di un’epoca sempre più instabile. Le antiche croci, profondamente legate alla memoria religiosa popolare, sono oggi custodite all’interno della Basilica di San Petronio.


Fu proprio in questi secoli di trasformazione che sorsero i primi edifici del Complesso di Santo Stefano, ispirato ai luoghi della Passione di Cristo a Gerusalemme, uno dei luoghi più antichi e suggestivi di Bologna. Secondo la tradizione, il promotore di questa importante opera fu Petronio, vescovo della città nel V secolo a cui, secoli più tardi, venne dedicata la monumentale Basilica che porta il suo nome.
Bologna durante l’Alto Medioevo
Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, nel 476 d.C., Bologna subì una serie di devastazioni dovute alle invasioni barbariche da parte degli Eruli di Odoacre e, in seguito, degli Ostrogoti di Teodorico. Nel 727 Liutprando, re dei Longobardi, occupò la città che rimase nel Regnum Langobardorum fino alla discesa di Carlo Magno nel 774. Nei secoli successivi, Bologna andò incontro a un progressivo sviluppo demografico ed economico che ne rafforzò il ruolo nel contesto dell’Italia centro-settentrionale. Tuttavia, questa crescita avvenne in un quadro politico complesso. La città si trovò infatti coinvolta nelle tensioni tra il potere papale e quello imperiale, divenendo teatro delle lotte per le investiture. La compresenza di queste due autorità, spesso in conflitto tra loro, ne segnò profondamente la vita politica, istituzionale e religiosa.

Il libero Comune di Bologna
Intorno all’XI secolo, si sviluppò a Bologna lo Studium, destinato a evolversi nella futura Universitas Scholarium. L’Università si affermò rapidamente come uno dei principali centri europei di studi giuridici e culturali. La sua crescente reputazione valse alla città l’appellativo di “la Dotta”, simbolo del prestigio intellettuale raggiunto. Sul piano politico, il progressivo rafforzamento delle autonomie cittadine portò alla nascita del libero Comune, sancito anche da alcune importanti concessioni e un atto ufficiale dell’imperatore Enrico V4. Tuttavia, nel 1176 Bologna aderì alla Lega Lombarda, l’alleanza dei comuni dell’Italia settentrionale che si opponeva all’espansionismo imperiale di Federico Barbarossa.

Quando la pace di Costanza del 1183 segnò la fine degli scontri tra l’imperatore e la Lega, Bologna ricevette l’autorizzazione a coniare la propria moneta. In questo periodo, il Comune conobbe una fase di forte espansione, sia sul piano sociale e politico sia su quello economico e urbano. Si affermò progressivamente l’abolizione della schiavitù feudale, mentre la città tentava di estendere la propria influenza verso i territori circostanti, in direzione di Modena, della Romagna e di Pistoia.
Le torri e lo sviluppo urbano nel Medioevo
Anche il tessuto urbano si trasformò: tra il XII e il XIII secolo Bologna si arricchì di numerose torri, immagini del potere delle famiglie nobiliari e della competizione politica. Tra le più celebri spiccano la Torre degli Asinelli e quella della Garisenda, ancora oggi tra i principali simboli della città. A queste strutture si affiancò lo sviluppo di una rete di canali artificiali, che favorì i traffici commerciali nel territorio. Le cronache medievali e le stime degli storici suggeriscono che, in questo momento di grande sviluppo, a Bologna sorgessero fino a un centinaio di torri, a testimonianza della ricchezza e della complessità sociale raggiunta dal Comune nel pieno Medioevo.

Alla fine del XIII secolo, Bologna, con una popolazione stimata intorno ai sessantamila abitanti, si affermò come una delle principali città europee per dimensioni e importanza economica, oltre che come il più importante centro tessile italiano. L’intensa crescita demografica rese necessaria la costruzione di una nuova cerchia difensiva, nota come cresta, destinata a includere le aree urbane in espansione e a proteggere il crescente tessuto produttivo e commerciale. In questi stessi decenni, Piazza Maggiore iniziò a definirsi come il cuore politico e religioso della vita cittadina. L’area si circondò di nuovi edifici pubblici e luoghi di culto, come la Basilica di San Francesco e la Basilica di San Domenico.


Tra guelfi e ghibellini
Bologna non fu risparmiata dalle lotte tra guelfi e ghibellini: i primi erano rappresentati dalla famiglia dei Geremei, i secondi da quella dei Lambertazzi. Il lungo conflitto si concluse soltanto alla fine del XIV secolo, con la restaurazione della “Signoria del popolo e delle arti”.
Il 3 febbraio 1327, nel pieno della cosiddetta “cattività avignonese” della Chiesa, avviata nel 1309 con lo spostamento della Santa Sede da Roma ad Avignone per volere di Clemente V, Bologna venne dichiarata capitale papale in Italia. Fu quindi iniziata la costruzione di un enorme palazzo, il castello di Porta Galliera, voluto dal legato pontificio Bertrando del Poggetto, per fungere da residenza fortificata del pontefice. L’opera, però, si rivelò profondamente impopolare: le pesanti imposizioni fiscali e il carattere repressivo del governo legatizio provocarono una sollevazione cittadina. Nel 1334 i bolognesi assediarono la fortezza e la rasero al suolo quasi completamente.

Nei decenni successivi, soprattutto tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, i legati pontifici tentarono più volte di ristabilire il controllo sulla città e di ricostruire la rocca, in un contesto politico segnato da conflitti con le signorie regionali. Tuttavia, anche questi tentativi fallirono: la struttura fu danneggiata tra il 1410 e il 1416. Un nuovo castello venne edificato ancora nel 1436, per ordine di papa Eugenio IV, ma resistette solo fino al 1443.
Dai Bentivoglio ai nostri giorni
Nel frattempo, Bologna era passata sotto il dominio dei Bentivoglio, che esercitarono una signoria di fatto tra la fine del XIV secolo e il 1506. A questa famiglia si deve il merito di aver assicurato una relativa stabilità politica e di aver favorito l’apertura alla cultura rinascimentale. Con la cacciata dei Bentivoglio, Bologna tornò stabilmente sotto il controllo dello Stato della Chiesa, nel quale rimase per circa tre secoli. Con la discesa di Napoleone in Italia, fu annessa alla Repubblica Cisalpina; durante il Risorgimento fu occupata dagli austriaci. Bologna venne infine incorporata nel Regno d’Italia nel 1861.

La Basilica di San Petronio
Nel 1390 ebbe inizio la costruzione della Basilica di San Petronio, promossa dall’autorità comunale come simbolo dell’identità civica e dell’autonomia della città. Il progetto, estremamente ambizioso, prevedeva la realizzazione di una chiesa dalle dimensioni eccezionali, lunga oltre 224 metri. L’edificio era concepito per competere con le grandi basiliche papali e, in alcune intenzioni, persino per superare la chiesa di San Pietro a Roma. I lavori procedettero però lentamente e rimasero incompiuti per secoli. Così nel 1508, con l’avvento della dominazione pontificia, Giulio II ordinò di collocare sulla facciata una sua gigantesca statua in bronzo, realizzata da Michelangelo, come segno della supremazia del papa. Tuttavia, durante un breve ritorno dei Bentivoglio (1511-1512), i bolognesi osarono distruggere anche quella.
Nel 1562-1563 la Basilica di San Petronio non era ancora terminata. Quindi, papa Pio IV, per limitarne le dimensioni, decise di ridurre i fondi disponibili, finanziando invece la costruzione dell’Archiginnasio proprio nell’area dello stesso cantiere. Analogamente, tra il XVI e il XVII secolo, l’autorità pontificia promosse la realizzazione del portico del Pavaglione, contribuendo a definire i limiti urbanistici dell’edificio.

Gli interni della Basilica
Ciononostante, la basilica ha raggiunto dimensioni imponenti: circa 132 metri di lunghezza e 66 di larghezza, con una navata centrale di circa 44 metri d’altezza. Il progetto originario, oggi perduto, viene attribuito ad Antonio di Vincenzo, con la consulenza di frate Andrea Manfredi da Faenza. La struttura è a croce latina e presenta un orientamento insolito, con abside rivolta a sud e facciata a nord, scelta che permette la penetrazione della luce solare per tutto il giorno. L’interno è caratterizzato da tre navate, separate da massicci pilastri in laterizio, e da sei campate a pianta quadrata, che conferiscono un senso di monumentalità e armonia spaziale.
Tra le decorazioni più singolari e di grande impatto della Basilica spiccano gli affreschi attribuiti a Giovanni da Modena, in particolare il celebre ciclo dell’Inferno. In questo dipinto, di forte valore simbolico secondo la sensibilità medievale, compare anche la figura del profeta Maometto, inserita nella rappresentazione delle pene infernali.

La facciata e il campanile
Della facciata, a salienti, venne completata soltanto la parte inferiore, caratterizzata da un raffinato linguaggio tardo-gotico e dall’alternanza cromatica tra la pietra d’Istria chiara e il marmo rosso di Verona. Il portale centrale, di straordinaria qualità scultorea, fu realizzato da Jacopo della Quercia, che vi scolpì un complesso ciclo di bassorilievi. Sulle strombature sono raffigurate le Scene della Genesi, mentre sull’architrave compaiono episodi del Nuovo Testamento. La lunetta ospita una composizione con la Madonna col Bambino affiancata dai santi Petronio e Ambrogio. Anche i portali laterali sono riccamente decorati: lungo le strombature si sviluppano alcune scene bibliche, mentre sugli architravi proseguono gli episodi neotestamentari. La lunetta del portale sinistro è dedicata alla Resurrezione, contribuendo a definire un programma iconografico unitario e di forte impatto teologico.

Il campanile di Giovanni da Brensa, alto 65 metri, ospita quattro campane del XV secolo: la grossa, la mezzanella, la piccola e la mezzana. La mezzanella era anche nota come la “scolara”, perché scandiva l’inizio delle lezioni universitarie dell’Archiginnasio.
La meridiana di San Petronio
Nella Basilica di San Petronio si trova una delle meridiane più grandi al mondo, incisa sul pavimento della navata. Il primo progetto fu realizzato nel 1576 da Egnazio Danti, domenicano e professore all’Università di Bologna, con l’obiettivo di costruire uno strumento scientifico di grande precisione per lo studio del moto apparente del Sole. L’installazione originaria andò tuttavia perduta nel 1693, a seguito di interventi strutturali sull’edificio. L’attuale meridiana fu quindi progettata e realizzata in seguito da Gian Domenico Cassini.

Con questo strumento è possibile determinare con precisione il momento del mezzogiorno solare, ossia l’istante in cui il Sole raggiunge il meridiano locale (meridies). I raggi solari filtrano attraverso un piccolo foro gnomonico situato in alto, nella volta della navata sinistra. Quindi, proiettandosi all’interno dell’edificio, formano un fascio di luce che attraversa lo spazio della chiesa fino a colpire il pavimento. Qui la luce si allinea con un lungo tracciato inciso nella pietra, che consente di seguire la variazione della posizione dell’astro nel corso dell’anno.

Misteri e leggende di Bologna
Lungo le strade di Bologna si intrecciano numerose leggende e tradizioni popolari, spesso cariche di suggestioni simboliche. Tra le più note vi è quella secondo cui la Torre degli Asinelli e quella della Garisenda sarebbero state erette in una sola notte per opera del diavolo. Questo racconto potrebbe essere nato per spiegare la straordinaria verticalità e l’inclinazione della Garisenda, dovuta in realtà a cedimenti del terreno verificatisi già pochi anni dopo la costruzione. La sua evidente pendenza la rese ben presto un elemento distintivo del paesaggio urbano medievale. Persino Dante Alighieri la cita nel XXXI canto dell’Inferno nella Divina Commedia, utilizzandola come similitudine visiva per descrivere il gigante infernale Anteo:
“Qual pare a riguardar la Carisenda sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada sovr’essa sì ched ella incontro penda; tal parve Anteo a me che stava a bada di vederlo chinare, e fu tal ora ch’ i’ avrei voluto ir per altra strada”.
Dante Alighieri, Commedia, XXXI canto dell’Inferno.
La fama di città “diabolica” attribuita a Bologna è alimentata anche da alcune suggestioni legate al suo sistema di portici, che caratterizza il centro storico. La loro origine risale al Medioevo, quando la crescente densità abitativa spinse ad ampliare gli edifici verso l’alto. Queste modifiche strutturali furono rese possibili per mezzo di colonne in rovere, che avevano il compito di distribuire il peso esternamente. Lo sviluppo urbano ha dato vita a una rete continua di portici, tra i quali spicca il Portico di San Luca, che collega Porta Saragozza al Santuario della Madonna di San Luca ed è considerato il più lungo al mondo. Secondo una tradizione popolare, il percorso sarebbe composto esattamente da 666 archi.

La Pietra di Bologna
Tra i misteri di Bologna figura anche un singolare reperto epigrafico, una falsa iscrizione funeraria in latino, di datazione incerta, che ha suscitato nei secoli numerose interpretazioni simboliche, filosofiche ed esoteriche, attirando l’attenzione di diversi studiosi, tra cui Athanasius Kircher e Carl Gustav Jung. Si tratta della cosiddetta lapide di Aelia Laelia Crispis, nota anche come “Pietra di Bologna”.

L’Aelia Laelia Crispis compare per la prima volta intorno al 1550 su una parete della chiesa di Santa Maria di Casaralta, quando il complesso religioso fu trasformato in una commenda e assegnato ad Achille Volta, Gran Maestro dell’Ordine dei cavalieri Gaudenti5. Le prime attestazioni del reperto risalgono, infatti, a quell’epoca: l’epigrafe viene riportata nel “Codice Waelscapple” del 15546 e in una lettera datata 15 gennaio 1567 dell’erudita Jan Van Torre a Richard White7. Una copia della pietra, eseguita nel XVII secolo, è oggi conservata presso il Museo Civico Medievale di Bologna.
“D(is) M(anibus) / Aelia Laelia Crispis / Nec vir nec mulier nec androgyna / Nec puella nec iuvenis nec anus/ Nec casta nec meretrix nec pudica / sed omnia / sublata neque fame neque ferro neque ueneno / Sed omnibus / Nec coelo nec aquis nec terris / Sed ubique iacet / Lucius Agatho Priscius / Nec maritus nec amator nec necessarius / Neque moerens neque gaudens neque flens / Hanc nec molem nec pyramidem nec sepulchrum / Sed omnia / Scit et nescit cui posuerit”.
“Agli dèi Mani. / Aelia Laelia Crispis / né uomo, né donna, né androgino / né bambina, né giovane, né vecchia / né casta, né meretrice, né pudica / ma tutto questo insieme. / Uccisa né dalla fame, né dal ferro, né dal veleno, / ma da tutte queste cose insieme. / Né in cielo, né nell’acqua, né in terra, / ma ovunque giace, / Lucio Agatho Priscius / né marito, né amante, né parente, / né triste, né lieto, né piangente, / questa né mole, né piramide, né sepoltura, / ma tutto questo insieme / sa e non sa a chi è dedicato”.
Il testo della lapide e la sua traduzione
Nella trascrizione seicentesca, per qualche ignota ragione, non furono riportati i versi finali dell’iscrizione originaria:
“Hoc est sepulcrum intus cadaver non habens / Hoc est cadaver sepulcrum extra non habens / sed cadaver idem est et sepulcrum sibi”.
“Questo è un sepolcro che non contiene alcuna salma / Questa è una salma non contenuta in alcun sepolcro / ma la salma e il sepolcro sono la stessa cosa”.
Le interpretazioni dell’iscrizione
L’enigmatica iscrizione ha scatenato la fantasia dei numerosi studiosi che hanno tentato di decifrarla. Per Richard White essa era un inno alla mitologica Niobe oppure l’espressione di alcuni concetti della filosofia antica, come l’anima razionale o l’idea platonica8. Il medico e umanista Nicolas Barnaud, nel 1597, ipotizzò che l’Aelia Laelia Crispis nascondesse il segreto alchemico della Pietra Filosofale9. Pietro Luigi Cocchi, nel 1838, invece, mise in relazione l’epigrafe con la storia dei Cavalieri Gaudenti. Secondo tale autore, la scritta nasconderebbe l’anagramma del nome del cardinale Giovanni Borgia, il quale fu l’artefice delle disgrazie dell’Ordine10. Vincenzo Totano Della Rocca, in uno scritto del 1856, affermò che Aelia Laelia Crispis fosse una donna realmente esistita e che la lapide, autentica, potesse riferirsi al rito funebre della pira, che ne avrebbe ridotto il corpo in cenere12.
Carl Gustav Jung, nel Mysterium Coniuctionis, affermò che l’iscrizione contenga la definizione dell’irrazionale11. L’enigma rappresenterebbe pertanto uno strumento di introspezione, di proiezione inconscia, in cui ognuno può vedervi una parte di se stesso. L’ipotesi oggigiorno più accreditata è invece quella del professor Bacchelli, il quale sostiene che l’Aelia Laelia Crispis fosse in realtà un’opera scherzosa dello stesso Achille Volta, che ne avrebbe inscenato il finto ritrovamento12.
Samuele Corrente Naso
Note
- G. Sassatelli, Gli Etruschi nella pianura padana, in G. Bartoloni (a cura di), Introduzione all’etruscologia, Hoepli, Milano, 2012. ↩︎
- Tito Livio, Ab urbe condita, XXXVII, 57, 7. ↩︎
- D. Vitali, Bononia/Bologna, in Celtic Culture: A Historical Encyclopedia, 2006. ↩︎
- G. Arnaldi, A Bologna tra maestri e studenti, in Roberto Greci (a cura di), Il pragmatismo degli intellettuali: origini e primi sviluppi dell’istituzione universitaria: antologia di storia medievale, I Florilegi, V, Scriptorium, Torino, 1996. ↩︎
- G. Perini, Contributo a Malvasia epigrafista: precisazioni documentarie sull’Aelia Laelia Crispis e altre lapidi bolognesi, Arte a Bologna, 4, 1997. ↩︎
- Corpus Inscriptionum Latinarum, IX, p. LXVIII, Maximilianus Waelscapple sive Waelscapplen, 1554. ↩︎
- R. White, Aelia Laelia Crispis. Epitaphium antiquum quod in agro Bononiensi adhuc videtur; a diversis hactenus interpretatum varie: novissime autem a Ricardo Vito Basinstochio, amicorum precibus explicatum, Patavii, 1568. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- N. Barnaud, Barnaudi Nicolai commentariolum in aenigmaticum quoddam epitaphium Bononie studiorum ante multa secula marmoreo lapidi insculptum, ex Officina Plantiniana, Lugduni Batavorum, 1597. ↩︎
- P. L. Cocchi, Nuove osservazioni e note del dottor Pietro Luigi Cocchi di Bologna sulle dipinture e sculture e sullo enimma Aelia Laelia Crispis di Casaralta, Tipi della Volpe al Sassi, Bologna, 1838. ↩︎
- C. G. Jung, Mysterium coniunctionis, voI. I, Torino 1989. ↩︎
- F. Bacchelli, Un enigma bolognese. Le molte vite di Aelia Laeli Crispis, Costa Editore, Bologna, 2000. ↩︎


