Monte d’Accoddi, centro sacro della Sardegna

All’alba del terzo millennio a.C., a Monte d’Accoddi, qualcuno guardò al cielo. E al chiarore della notte vide nel firmamento l’immagine divina della madre, la grande Dea, generatrice e nutrice dell’Universo. Come gli esseri sulla terra, anche le stelle transitavano per un tempo, e poi rinascevano a nuova vita, e la luce al mattino rifulgeva oltre le tenebre. La dea madre recava in grembo ogni cosa, sulla terra come nel cosmo. Ella garantiva la continuità dei cicli naturali, stabiliva il tempo della vita sulla morte.

Ecco, dunque, il manifestarsi di espressioni culturali inedite, arcano riflesso di concezioni nuove del mondo e del divino. Gli antichi Sardi di cultura Ozieri, primi fra tutti, elevarono il rito verso il cielo, si distaccarono infine dalla mera pietra, che aveva accompagnato ogni sacra manifestazione della Sardegna, e che ancora l’avrebbe fatti nei millenni a venire. Si concretizzò, questa fase di cangiamento, nella realizzazione di architetture cultuali innovative. Non lontano da Sassari, sorse un santuario che si volgeva al cielo, luogo alto alla maniera degli Ziggurat mesopotamici [1]: a Monte d’Accoddi si accedeva da una rampa gentile, e presso il suo altare a terrazza monumentale venivano officiati sacrifici alla divinità. La dea della Sardegna, archetipo femminino che tutto rigenera, diveniva allora madre della terra e signora del cielo [2].

Monte d'Accoddi
Il complesso prenuragico di Monte d’Accoddi

La scoperta di Monte d’Accoddi

Quella collina sita a undici chilometri da Sassari, unica altura nella Nurra pianeggiante, aveva destato più di qualche sospetto. Bene o male tutti concordavano che dovevasi trattare di un mucchio di terra e pietra artificiale, ma che cosa si celasse, ivi sotto, era motivo di ipotesi differenti. Per Antonio Segni, già allora ministro della Pubblica Istruzione, che poteva mirare la collina dalle sue proprietà, si trattava di un grande tumulo funerario alla maniera etrusca. Era stato lui a finanziare i progetti di scavo a Monte d’Accoddi, convinto di trovarvi tombe e corredi di sepoltura.

L’archeologo incaricato dell’impresa, invece, non ne era affatto convinto: per Ercole Contu quel piccolo poggio nascondeva niente di più che l’ennesimo nuraghe, simile in tutto e per tutto agli altri sette-ottomila che si trovano in Sardegna [1]. Ma quando gli scavi incominciarono davvero si scoprì, non senza sbigottimento, che si erano sbagliati entrambi. In verità, ciò che si celava sotto la collina di Monte d’Accoddi non poteva nemmeno essere immaginato. Si trattava di qualcosa di totalmente altro rispetto a quanto l’archeologia aveva, sino ad allora, riportato alla luce sull’Isola.

Gli scavi effettuati da Ercole Contu (1952-1958) rivelarono un monumento di età prenuragica, più antico dei nuraghi conosciuti di almeno milleseicento anni. Si trattava di un’architettura inedita, costituita di terra e pietrame, che non poteva avere alcuna funzione sepolcrale. Lungo il perimetro, infatti, non presentava accesso a camere ipogeiche, come era consuetudine per le domus de janas, ad esempio. Scrive Ercole Contu che, “si trattava invece di un terrapieno, delimitato da una semplice camicia di muro rozzo, fatto per sostenere una terrazza, sulla quale in qualche modo venivano celebrati dei riti” [1]. A Monte d’Accoddi era stato scoperto un antichissimo santuario.

Monte d'Accoddi
Il complesso prenuragico di Monte d’Accoddi

Il santuario

L’edificio aveva la curiosa forma di una piramide tronca, contenuto com’era da argini in blocchi di calcare. Alla terrazza superiore (38 m x 31 m circa) chiamata anche “altare” per analogia alle costruzioni mesopotamiche degli Ziggurat, si giungeva dal lato sud per mezzo di una rampa inclinata, lunga circa 42 metri. Intorno alla costruzione la terra restituiva, inoltre, le fondamenta di un villaggio, numerose statuette femminili, un menhir in posizione sdraiata a ovest della struttura, e a est due lastre utilizzate per i sacrifici rituali, come attestano le ossa d’animali ivi rinvenute (bovini, cervi, suini ovini).

La lastra-altare forata

Una di esse, in calcare, era scolpita per ricavare numerose coppelle e soprattutto presentava ai bordi sette fori per accogliere i legacci della vittima. Il sangue era poi fatto defluire al suolo attraverso un inghiottitoio naturale. Erano questi indizi importantissimi, che permettevano di svelare in parte la funzione cultuale di Monte d’Accoddi: ivi la dea madre riceveva le offerte della comunità, volte a propiziare la rinascita della vita.

La Signora del cielo

Con la realizzazione della rampa e del terrazzamento, tuttavia, v’è una novità assoluta: si viene a creare un luogo alto, rivolto al cielo, presso il quale ricercare la presenza del divino. L’edificio accoglieva quella particolare declinazione della dea madre come Signora del cielo, e rappresentava il punto focale di tutto il complesso cultuale. A tale divinità, infatti, sono riferibili le due statue stele rinvenute presso il monumento: l’una, in granito, mostra una figura femminina stilizzata [3]; l’altra, calcarea e frammentaria, fu scolpita con losanghe e spirali, motivo ricorrente nelle domus de janas noto come “dea degli occhi”.

Sull’altare superiore di Monte d’Accoddi era quindi posto un sacello di pianta rettangolare, presso il quale, s’ipotizza, i sacrifici erano condotti in processione lungo la rampa. Le cerimonie erano di certo accompagnate da danze rituali, elemento che si può evincere dal ritrovamento in loco di un vasetto a collo.

Il primitivo altare

Ercole Contu aveva ricavato l’intero perimetro del monumento: l’assenza di aperture suggeriva che non vi fossero vani interni. Tuttavia, circa venti anni dopo, fu inaugurata una nuova campagna di scavi per indagare gli strati più profondi del terrapieno. Tale analisi, resa possibile grazie al miglioramento degli strumenti tecnici di indagine archeologica, venne condotta da Santo Tinè dell’Università di Genova tra il 1979 e il 1989 [4]. Il professor Tinè era ancora convinto di rinvenire, sotto il gran mucchio di terra del Santuario, la sepoltura di qualche insigne sardo dell’antichità. Egli fece scavare, quindi, sino alla base del monumento, a otto metri di profondità.

Tuttavia, ancora una volta Monte d’Accoddi tradiva le aspettative, poiché non gli archeologi non ritrovarono alcuna tomba; aveva in serbo invece, altri inaspettati colpi di scena. Santo Tinè scoprì che gli strati inferiori erano costituiti da una particolare struttura a cassettoni che, tramite filari in pietra, delimitava porzioni definite di terra. Ma soprattutto egli rintracciò i resti di un edificio preesistente e ormai sepolto, assai simile a quello messo in luce da Contu, ma più piccolo e più antico. Questo primitivo altare a terrazza, di forma troncopiramidale e con rampa d’accesso, doveva esistere già all’inizio del III millennio a.C., sotto la fase tarda della cultura di Ozieri (3200-2900 a. C.) [1][3].

Monte d'Accoddi
Vista della rampa d’accesso dalla terrazza-altare

Il tempio rosso

Cosa ancor più eccezionale fu il ritrovamento sulla terrazza di porzioni del pavimento, e del muro perimetrale appartenenti all’originario sacello. Alcune alcune buche di palo indicavano la presenza di un portico e forse di un tetto a doppio spiovente. Santo Tinè, in buona sostanza, aveva scoperto il primo vero centro cultuale di Monte d’Accoddi. Il sacello, con gran sorpresa degli archeologici, rivelava tracce di colore: al tempo del suo utilizzo doveva essere interamente cosparso d’ocra, ed è oggi noto come il “tempio rosso”. L’utilizzo di questa particolare pigmentazione non era casuale. L’ocra rossa, in Sardegna come in molte società del Neolitico, simulava la presenza del sangue – principio vitale per che scorre negli esseri umani – e ne assumeva la medesima valenza simbolica.

Intorno al 2800 a.C., tuttavia, quando l’area di Monte d’Accoddi era stata ormai colonizzata dalle genti di cultura Filigosa, un evento funesto dovette accadere. Gli archeologi hanno rinvenuto tracce di combustione: è possibile che un incendio devastò il tempio rosso. La struttura fu quindi ricoperta dal poderoso riempimento di terra e pietrame che andò a formare l’altare oggi visibile, ancora a forma di tronco di piramide ma disposto più in alto, e di maggiori dimensioni rispetto a quello originale. Di conseguenza, anche la rampa divenne più lunga.

Monte d’Accoddi come axis mundi

A quel tempo, gli antichi Sardi usavano seppellire i defunti in posizione fetale e li ricoprivano d’ocra rossa per rimembrare la prima immagine dopo il parto, così da assicurare una nuova nascita nell’oltretomba. È possibile che Monte d’Accoddi fosse espressione del medesimo modo di concepire la realtà, ma stavolta in senso più ampio, si direbbe quasi cosmico. I sacrifici rituali condotti sulla terrazza-altare dovevano propiziare non più soltanto la rinascita dell’individuo attraverso la madre terra, ma dell’universo intero, di permettere la continuità dei cicli agrari e della fertilità del suolo, che dagli astri dipendevano [2]. Il monumento aveva il compito di collegare l’orizzonte dell’umano al cielo, di assumere pertanto il ruolo di axis mundi tra dimensioni differenti.

Monte d'Accoddi
Vista laterale di Monte d’Accoddi con il menhir, al quale si può ricollegare l’idea dell’axis mundi

L‘omphalos

Il sacello sull’altare a terrazza esprime dunque il concetto di centro sacro, che ritroviamo già nell’accezione del monte, naturale o artificiale, in numerose culture dell’antichità. Esso è un luogo d’incontro  con il divino, spazio privilegiato dove si manifesta il trascendente. Non dissimile in significato rispetto all’Omphalos di Delfi fu rinvenuta, poco oltre la zona archeologica, una grande pietra sferoidale, oggi posta a fianco della rampa [4]. Il masso, in arenaria, e sulla cui superficie furono ricavate piccole coppelle, era anch’esso un oggetto cultuale; doveva certo fungere da segnacolo del luogo sacro. Nei pressi dell’omphalos si trovava, peraltro, un’altra pietra sferoidale, in quarzite. La geometria, ricercata attraverso un’accurata lavorazione litica, esprimeva le credenze sulla ciclicità del cosmo e della vita.

Monte d'Accoddi
L’omphalos di Monte d’Accoddi

Per tutte queste evidenze, il complesso cultuale di Monte d’Accoddi segna forse il momento più alto delle civiltà prenuragiche [1]. Ad oggi non si conosce null’altro di simile in Europa, né nell’area mediterranea. Il Santuario della Nurra doveva possedere una grande rilevanza sacrale, e richiamare fedeli dalla Sardegna intera.

Il villaggio di Monte d’Accoddi

Nei pressi del santuario di Monte d’Accoddi gli archeologi hanno dissotterrato i resti di alcuni insediamenti abitativi, che si sono succeduti nel tempo. Le prime attestazioni risalgono al momento della cultura di San Ciriaco (3500-3300 a.C.), quando ancora non esisteva l’altare a terrazza, ma il centro cultuale era costituito al più dal solo menhir e da alcune lastre litiche per le offerte sacrificali. La frequentazione dell’area in questo periodo trova riscontro nelle ampie necropoli a domus de janas situate nei dintorni.

dea madre prenuragica
Dea madre prenuragica proveniente dalla necropoli ipogeica di Monte d’Accoddi. Museo nazionale archeologico ed etnografico G. A. Sanna di Sassari

Le testimonianze archeologiche più evidenti appartengono, tuttavia, alla fase tarda di Monte d’Accoddi. Esse sono riferibili alla facies di Filigosa, e a quella sua peculiare evoluzione nominata di Abealzu (2700 a.C circa) [5]. Di questo villaggio rimangono le fondamenta di differenti casupole, a singolo filare con muretti a secco. Tra queste è celebre la capanna dello Stregone, a pianta trapezoidale, così chiamata per via di alcuni curiosi oggetti in essa custoditi, come delle conchiglie e una punta di corno bovino. L’abitazione ha restituito centinaia di reperti archeologici in pietra e terracotta, fornendo un’istantanea delle abitudini quotidiane dei sardi Abealzu. I differenti ambienti ospitavano un focolare, sul quale v’era ancora collocato un tripode, una dispensa e alcuni utensili per la tessitura.

Resti del villaggio

Monte d’Accoddi ebbe infine una sporadica frequentazione nell’età del bronzo, quando gli antichi rituali erano ormai in disuso. Di un utilizzo differente dell’area troviamo testimonianza nella sepoltura di un bambino, attribuibile alla Cultura di Bonnanaro (1800 a.C), ultimo custode dell’axis mundi, luogo sacro e ormai perduto.

Samuele Corrente Naso

Note

[1] E. Contu, L’altare preistorico di Monte d’Accoddi, Guide e Itinerari, 29, Carlo Delfino editore, Sassari 2000.

[2] G.Lilliu, Simbologia astrale nel mondo prenuragico, in Atti dei convegni Lincei, 2001

[3] A. Moravetti, Gli altari a terrazza di Monte d’Accoddi, in Darwin Quaderni. Archeologia in Sardegna, 2006

[4] S. Tinè, Monte d’Accoddi e la cultura di Ozieri, in La cultura di Ozieri. Problematiche e nuove acquisizioni, Ozieri, gennaio 1986-aprile 1987, ed. Ozieri, 1989.

[5] Paolo Melis, La religiosità prenuragica. Nel volume: A. Moravetti, P.Melis, L. Foddai, E. Alba, La Sardegna Preistorica, Corpora delle antichità della Sardegna, 2017, Carlo Delfino editore & C.

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