Le Matres Matutae di Capua

Tra le campagne di Curti, in un’area appena sopraelevata, fu rinvenuto un antico podio di tufo [1]. E non solo in quel fondo sito in località Petrara, appartenente alla famiglia Patturelli, v’erano i resti di un complesso edificio di culto, ma decine di madri scolpite, le Matres Matutae dell’antica Capua, incominciarono a riemergere dalla terra. Il luogo non era lontano dalla Porta Iovis, l’ingresso orientale della città sulla Via Appia, e fu da subito intuita l’eccezionalità della scoperta.

Era il 1845, e i Patturelli decisero di ricoprire tutto per timore di perdere la proprietà del fondo; soltanto nel 1873 i reperti vennero “riscoperti”, ma l’intento era di rivendere i pezzi più pregiati sul mercato dell’antiquariato. Gli scavi restituirono un patrimonio eccezionale, costituito da più di cento sculture in tufo di matres con infanti e altri soggetti minori, numerose terrecotte, vasi e iscrizioni in lingua osca. Una parte dei reperti transitarono all’estero, e solo grazie alla fondazione del Museo Provinciale Campano di Capua, nel 1874, i rimanenti furono trattenuti in loco.

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Alcune Matres Matutae presso il Museo Provinciale Campano di Capua

Il santuario di fondo Patturelli

Al salvataggio materiale dei rinvenimenti del fondo Patturelli si contrappose, tuttavia, una cospicua perdita del patrimonio conoscitivo. Gli scavi non furono documentati e le strutture architettoniche del santuario, intatte al momento del ritrovamento, vennero smembrate. Ciò costituisce oggi un limite allo studio dei reperti capuani: le modalità selvagge di scavo da parte dei privati – non si potrebbero altrimenti definire – hanno oscurato il contesto archeologico di rinvenimento, che noi sappiamo essere altrettanto importante quanto la testimonianza materiale. A partire dagli scarni resoconti dell’epoca, Herbert Koch ha tentato di ricostruire l’edificio di culto, che aveva probabilmente le fattezze di un altare tempio [2]. Una scalinata, lungo la quale erano disposte delle sfingi alate, permetteva l’accesso alla piattaforma sopraelevata con l’ara.

La ricostruzione di Herbert Koch

Da alcuni confronti stilistici, con altri analoghi manufatti italici rinvenuti, la possibile datazione del podio è ascrivibile al II secolo a.C. Ciò nondimeno, nella sua interezza, il santuario è ben più antico.

Lo studio delle terrecotte

Lo studio delle terrecotte rinvenute nel fondo Patturelli, quali lastre, acroteri e antefisse, ha permesso di collocare nel tempo il culto che ivi si svolgeva. L’osservazione delle antefisse per serie decorative, ad esempio, rivela che esse furono realizzate principalmente tra il VI e il III secolo a.C. È ragionevole ipotizzare, pertanto, la presenza di edifici sacri già dal periodo arcaico. Era questa l’epoca in cui Capua, insediamento degli Etruschi, rivaleggiava con la magnogreca Cuma; in cui i Sanniti si insediarono dapprima come manodopera servile e in seguito assunsero il dominio della città (425 a.C.). La produzione delle terrecotte, inoltre, attesta la continuità del culto durante il periodo ellenistico, dove si osserva una ripresa dei modelli antichi. I soggetti più raffigurati sono delle graziose teste femminili, con motivi vegetali, e un giovane Eracle imberbe, segno che persino a Capua lavorarono artigiani greci provenienti da Cuma, ma la variabilità iconografica è vastissima.

Alcune serie di antefisse provenienti da fondo Patturelli, Museo Provinciale Campano di Capua

Le Iovilas

Circa la ricostruzione storica e architettonica del Santuario, appaiono poi di fondamentale importanza le iscrizioni in lingua osca scoperte su numerose stele in terracotta o tufo, dette Iovilas. Le frasi delle Iovilas sono state bene o male tradotte, ma il significato semantico è incerto poiché è perduto il contesto di rinvenimento. In ogni caso, le iscrizioni fanno perlopiù riferimento alla celebrazione di un rito propiziatorio, con la consacrazione di carne o frumento da parte di una persona o un gruppo familiare. Il testo è accompagnato dall’indicazione della data in cui svolgere la cerimonia e dei meddices, i magistrati sanniti di Capua.

Proprio grazie a una di queste Iovilas sappiamo che il santuario delle matres era collocato in un bosco sacro (luco), che anticamente si credeva abitato dalla divinità. È probabile che le famiglie aristocratiche avessero qui dei piccoli sacelli cerimoniali a uso privato, con coperture in cui venivano montate le antefisse e le altre terrecotte.

Le Matres Matutae di Capua

Già all’epoca dei primi scavi destò scalpore il riemergere di decine e decine di rozze statue femminili presso fondo Patturelli. Le sculture in tufo, Matres Matutae, apparivano lontane dai canoni estetici e dalle proporzioni della statuaria antica. Qualcuno ebbe persino a definirle “mostruose che sembran rospi”, ma il valore di testimonianza storica che in esse si cela non è da ricercarsi nella bellezza materiale, quanto piuttosto nei meandri dei significati connessi a un culto. In verità, non conosciamo con esattezza a che cosa servissero queste madri, riprodotte dalla fine del VI secolo al II secolo a.C. attraverso canoni ben definiti e reiterati. Tuttavia, è chiaro che gli abitanti di Capua le impiegassero in riferimento a una qualche funzione sacra del Santuario.

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Una mater presso il Museo Archeologico dell’Antica Capua, Santa Maria Capua Vetere

Le tipologie figurative delle Matres Matutae di Capua

L’osservazione delle sculture fornisce qualche indizio sul loro significato: le madri sono sempre raffigurate sedute su un trono; lo sguardo è fisso verso l’orizzonte e tra le mani abbracciano uno o più infanti avvolti in fasce. Le donne indossano una veste greca (chitone), annodata lungo la vita da una cintura, un mantello e sovente monili. Le circa centosessanta sculture rinvenute a fondo Patturelli conservano nel tempo la medesima impostazione iconografica, sebbene evolvendo nello stile figurativo. Così, le madri arcaiche del VI secolo a.C. hanno una ieratica e geometrica spazialità, contraddistinta da pochi elementi decorativi, e rammentano coeve sculture etrusche e magnogreche.

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Il tipo “arcaico”, Museo Provinciale Campano di Capua

Un secondo tipo, detto “italico”, racchiude il maggior numero di esemplari ed è ascrivibile al IV secolo a.C. Le madri sono qui robuste, rigide nella posa e nei tratti del volto e della veste. Sovente hanno in grembo più di un infante, talvolta persino numerosi, e appaiono riprodotte in maniera seriale; tali madri provenivano, forse, da una comune bottega. In alcune di esse sono stati rintracciati stilemi greci, poiché contraddistinte da una maggior cura dei dettagli.

Infine vi sono le madri di età romana. Si tratta di soli tre esemplari, ma la presenza di un’epigrafe in latino, in una di esse, non lascia adito a dubbi. Questa scultura, inoltre, accoglie un fanciullo in toga, ritto accanto alla donna. È probabile che tali madri romane appartengano all’ultima fase del culto presso il Santuario di Capua.

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Una mater di età romana, Museo Provinciale Campano di Capua

Le Matres Matutae e la divinità del Santuario

Le statue delle matres erano collocate probabilmente lungo un muro di cinta che delimitava l’area del Santuario, e circondavano l’altare monumentale con podio. Gli archeologi hanno ipotizzato che le sculture potessero essere una sorta di ex voto alla divinità del luogo per la buona riuscita del parto. Si può immaginare che le donne di Capua si recassero al Santuario per propiziare la nascita dei propri figli, e in seguito vi facessero collocare le sculture come ringraziamento.

L’odierna denominazione delle statue, note come Matres Matutae, deriva dal nome della divinità tutelare romana del mattino, e della nascita, Matuta. Tuttavia, come visto, il culto che aveva luogo presso fondo Patturelli era ben più antico dell’evo romano, avendo attraversato un periodo etrusco e sannitico, ragion per cui l’identità della dea è controversa. Benché si ritenga che il simulacro sia stato rinvenuto nell’area del Santuario, il suo riconoscimento è ancora incerto, soprattutto a causa del cattivo stato di conservazione.

La scultura raffigurava forse la divinità del Santuario di fondo Patturelli, Museo Provinciale Campano di Capua

La scultura, di dimensioni maggiori rispetto alle altre, mostra la divinità assisa in trono, la quale mantiene nelle mani alcuni simboli, forse una colomba e un melograno. In base al confronto con analoghi culti coevi, essa è stata riconosciuta in Uni, Spes, Venus Iovia o persino nella triade Iuppiter Flagius-Iovia Damusa-Vesolia. Non ultima, l’identificazione con la dea Demetra-Kore-Cerere, a cui è rivolta un’iscrizione – si tratta di una preghiera incisa su piombo – rinvenuta a fondo Patturelli. Gli scavi archeologici, in effetti, hanno rilevato la presenza di un’ampia necropoli nei pressi del Santuario e Cerere, dea della fertilità e della terra, era colei che idealmente garantiva la continuità della vita nei momenti di passaggio: il parto, la trasformazione all’età adulta, la morte [3].

Samuele Corrente Naso

Note

[1] C. Rescigno, Un bosco di madri. Capua, il santuario di fondo Patturelli tra documenti e contesti.

[2] H. Koch, Hellenistische Architekturstücke in Capua. RM, XXII, 1907

[3] M.L. Nava, Le Matres Matutae di Capua, Catalogo Mostra “Mater”, Parma 2015, Palazzo del Governatore

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