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Alatri, dove la pietra non ha tempo

La Civita di Alatri sorgeva sul pendio di un’altura che con grazia discendeva verso un torrente, diramazione del fiume Liri. Ivi, a cinquecento metri d’altezza sul livello del mare, o poco più, svettava l’Acropoli della città antica. Di essa si riconosce ancora il basamento quadrangolare di un tempietto in stile tuscanico, una cui ricostruzione è oggi sita al Museo Nazionale di Villa Giulia, ma soprattutto le imponenti mura megalitiche.

Alatri
L’acropoli di Alatri e la sua cinta muraria

Le mura megalitiche di Alatri

Ora, che le città avessero cinte difensive sin da tempi immemori è fatto banale e arcinoto, ma ad Alatri l’opera costruttoria supera ogni aspettativa di enigmaticità. Bisogna in primis considerare che l’intero tracciato si sia ben conservato per tutti i suoi quattro chilometri circa. Si tratta questo di un evento storicamente eccezionale, tale per cui le mura alatrensi appaiono come le meglio conservate in tutta l’architettura megalitica del Lazio. Ancor più straordinaria è la fattura della cinta, di forma pressoché trapeizoidale. Essa è difatti realizzata in opera poligonale, i suoi blocchi giganteschi e irregolari si incastrano tra loro perfettamente, raggiungendo in alcuni punti un’altezza di quindici metri. È per questa ragione che le mura furono dette ciclopiche sin dall’antichità, come a sottolineare che soltanto i mitici ciclopi le avrebbero potute realizzate. L’apposizione di enormi blocchi di roccia calcarea rende pertanto la costruzione megalitica, nell’originaria e letterale etimologia greca del termine.

Alatri
La Porta Maggiore, con la scalinata d’accesso ottocentesca, presso l’Acropoli di Alatri. L’apertura (4,5 m x 2,68 m) ha un architrave monolitico dalle impressionanti dimensioni, e assomiglia alla Porta dei Leoni di Micene.

L’opus poligonale

L’opus poligonale fu una tecnica architettonica diffusa nell’Italia centrale a partire dal VII secolo a.C., ma che si rinviene anche in epoche e contesti molto differenti tra loro. La sua caratteristica preponderante è l’assenza di leganti tra i massi sovrapposti, come ad esempio la malta. Chiaramente la ragione di tale usanza “a secco” è dettata dal rilevante peso delle pietre impiegate, che garantivano una sufficiente stabilità anche per opere di considerevole altezza, come ad Alatri. La statica della costruzione muraria era poi garantita dalla giustapposizione di massi più grandi lungo le fondamenta, e di blocchi maggiormente rastremati verso l’alto.

Alatri
Una porzione delle mura megalitiche di Alatri con i resti del Portico di Lucio Betilieno Varo del II secolo a.C.

Una classificazione formale dell’opera poligonale la si deve all’archeologo Giuseppe Lugli, i cui studi hanno contribuito grandemente alla conoscenza del territorio del Latius Vetus. Lugli propose quattro tipologie costruttive a seconda delle caratteristiche di sovrapposizione dei massi e alla loro lavorazione [1]. Nella prima e seconda maniera i blocchi appaiono poco o non levigati, e rispettivamente sono impilati senza e con l’ausilio di pietre di riempimento interstiziali. La terza maniera, cui l’opera di Alatri appartiene, si contraddistingue per l’impiego di massi geometrici poligonali levigati e perfettamente combacianti tra loro. In ultimo, il quarto modo prevede l’utilizzo di blocchi quadrangolari.

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La Porta Minore, anche detta “della fertilità”, sul lato settentrionale delle mura megalitiche di Alatri. La curiosa denominazione deriva dalla presenza di tre falli incisi sull’architrave, forse legati a riti propiziatori della fertilità.

Il problema della datazione

La maggiore difficoltà consta nel riuscire a determinare una datazione certa cui possano appartenere le mura alatrensi. Si tratta di un’annosa questione che ha interessato molteplici studiosi e, più in generale, la gran parte delle costruzioni megalitiche del Lazio. Tutt’oggi non vi è un parere unanime tra gli archeologi, piuttosto lo stato dell’arte è quello di una ricerca di prove indiziarie che aiutino a dipanare il mistero.

La vista dal limitare dell’Acropoli di Alatri

Già a partire dall’Ottocento Petit-Radel propose che l’opera poligonale fosse stata diffusa dai popoli pre-ellenici Pelasgi addirittura nel XVI secolo a.C. [2], supposizione in seguito ritenuta infondata. Ciò nondimeno, il merito dell’archeologo francese fu di porre al centro dell’attenzione l’enigma che le opere megalitiche rappresentavano e costituiscono tutt’oggi. Nel Novecento furono invece Luigi Pigorini e soprattutto Filippo Coarelli [3] a proporre uno studio più sistematico del fenomeno. Grazie alle loro illuminate ricerche, documentali e stratigrafiche, si è superata la dicotomia che sino ad allora aveva dibattuto circa datazioni romane o pre-romane dell’opera poligonale.

L’opus poligonale di Alatri attraverso i secoli

Oggi, seppur nella suddetta notevole incertezza temporale, è assodato che le mura megalitiche furono realizzate dai popoli italici del Lazio, come gli Ernici, i Volsci e gli Aurunci, quanto successivamente dai Romani. In particolare, è stato suggerito che ai primi sarebbe da attribuirsi l’opera poligonale di minor fattura (I e II maniera), forse in età protostorica. L’evoluzione della tecnica (III maniera) sarebbe invece, secondo lo stesso Coarelli, dovuta all’interazione con maestranze di provenienza greca (VI secolo a.C.), che in tal senso avrebbero riproposto davvero le antiche usanze pelasgiche. La quarta maniera dell’opera poligonale, infine, è assimilabile all’opus quadratum romano, con la sola differenziazione del materiale impiegato: pietra calcarea anziché il tufo. Sarebbe, pertanto, di realizzazione propria dei Romani.

Le mura megalitiche di Alatri, in considerazione del quadro temporale appena esposto e del contesto storico, sono tradizionalmente attribuite al popolo italico degli Ernici. La datazione più frequentemente proposta è quella del IV secolo a.C. per l’opera poligonale [3]. In ogni caso, è necessario tenere conto che un’opera così mastodontica, dalla rilevante complessità architettonica, potrebbe aver richiesto un tempo dilazionato per la sua realizzazione. Si nota, in effetti, una certa difformità tra gli strati dei blocchi inferiori delle mura, apposti forse dagli Ernici, rispetto a quelli più superficiali che invece potrebbero costituire un’aggiunta di epoca romana.

Samuele Corrente Naso

Note

[1] Giuseppe Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio, Roma, 1957

[2] Louis Charles François Petit-Radel, Recherches sur les Monuments Cyclopéens ou Pelasgiques, 1841.

[3] Filippo Coarelli, Lazio, Laterza, Bari, 1982.

[4] Armando Frusone e Giovanni Zomparelli, Alatri, tipografia Strambi, 1986.

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