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La necropoli dei Monterozzi, un viaggio nell’oltretomba

Degli Etruschi, popolo dell’Italia antica tra il IX e il I secolo a.C., non conosceremmo quasi nulla se tali genti non avessero dato più importanza alla morte che alla vita. Persino nel momento in cui la loro potenza militare e culturale era al massimo splendore, nel VII-VI secolo a.C., essi edificavano tombe in pietra, destinate a perdurare per l’eternità, e case, templi in materiali deperibili come il legno. È come se gli Etruschi avessero compreso la transitorietà della vita e preferito ad essa l’aldilà senza fine. Manifesto straordinario di questa dimensione esistenziale è la necropoli dei Monterozzi di Tarquinia.

Gli Etruschi e i loro riti funerari

Tutto ciò che conosciamo sui Rasna (𐌀𐌍𐌔𐌀𐌓), come loro stessi si chiamavano, è noto dai rinvenimenti funerari. Essi avevano, infatti, l’usanza di conservare all’interno delle camere sepolcrali gli oggetti d’uso quotidiano propri del defunto [1], in un’ideale continuità tra la vita e la morte. Le stesse architetture delle tombe rappresentano una testimonianza del vivere comune, dei riti e delle usanze di questo popola antico.

necropoli dei Monterozzi
La Tomba Bettini presso la necropoli dei Monterozzi di Tarquinia ospita la rappresentazione pittorica di un banchetto eterno.

Le modalità di sepoltura e le tombe etrusche si sono evolute nel tempo, assimilando nuovi sistemi di credenze e riti [2]. Le più antiche camere sepolcrali a pozzo (X-VI secolo a.C.), nella fase detta Villanoviana, erano espressione del rito dell’incinerazione, e contenevano urne biconiche in terracotta. Progressivamente gli Etruschi adottarono il rito dell’inumazione e con esso nuove architetture funerarie. Tra queste vi sono le tombe a tumulo con dromos d’accesso (VIII-VI secolo a.C.); ipogee ricavate ad esempio nel tufo o peperino (VII-IV secolo a.C.); con copertura a tholos e colonna portante; a edicola costruite all’aperto (VI-V secolo a.C.); a dado scavate in blocchi di roccia rupestre in tufo (VI-II secolo a.C.).

necropoli dei Monterozzi
Una tomba a tumulo (in secondo piano) presso la necropoli dei Monterozzi di Tarquinia

La vita oltre la morte

Tutti gli aspetti della vita quotidiana degli Etruschi sono noti dai corredi funebri e dai monili, dai gioielli e dalle armi che accompagnavano il defunto nell’ideale passaggio attraverso complessi sistemi di simboli e riti. Così, dalle urne di incinerazione a forma di capanna è noto che le abitazioni fossero in legno e in argilla; i tetti in fango. Parimenti gli antichi templi, di cui ci sono pervenuti soltanto i basamenti e le ampie scalinate d’accesso. In buona sostanza, se ci soffermassimo soltanto su questo aspetto commetteremmo l’errore di immaginare gli Etruschi come un popolo ancora molto arretrato.

Urna di età villanoviana a forma di capanna, Walters Art Museum di Baltimora, Maryland, Stati Uniti

In realtà, proprio a cavallo dei suddetti secoli, le stesse tombe attestano di eccezionali reperti tra cui raffinatissimi abiti, splendidi gioielli ottenuti con tecniche di altissima oreficeria. Per porre un esempio, gli orafi etruschi erano in grado di decorare sottili lamine in oro con granuli di 0,1 millimetri, tecnica nota giustappunto come granulazione.

Un orecchino etrusco del IV secolo a.C. ottenuto con la tecnica della granulazione, British Museum of London

Allo stesso modo si attesta una copiosa produzione di manufatti in ferro, il quale era estratto principalmente presso l’Isola d’Elba e trasportato in Etruria via mare, e bronzo, in particolare straordinarie sculture. Si pensi, ad esempio, alla famosa chimera di Arezzo.

La chimera di Arezzo presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Gli Etruschi solcavano i mari con innovative tecnologie militari, che permettevano di orientarsi con i sestanti e di montare possenti rostri su quadriremi. È curioso venire a conoscenza che, nello stesso lasso di tempo, i Romani non fossero affatto ancora così evoluti e che molte delle loro architetture tipiche furono mutuate dagli Etruschi, come l’arco strutturale e l’organizzazione cittadina in cardi e decumani.

Un’osservazione di confine

Ciò nondimeno, l’osservazione delle sepolture, che tanti aspetti di tale civiltà ci ha permesso di scoprire, lascia aperti enormi interrogativi. In particolare, essa non permette di conoscere l’origine degli Etruschi, né a quale ceppo appartenga la loro lingua misteriosa… Si tratta, vale a dire, di un’osservazione di confine che non restituisce un’immagine di questo popolo antico in una dimensione del reale, piuttosto in un mondo mitico che con la realtà si intreccia in modo indefinito. Le tombe, le camere sepolcrali restituiscono uno spaccato del vivere comune, del pensiero astratto, delle paure e delle aspettative; delle dinamiche antropologiche, mitiche e rituali che hanno animato gli Etruschi lungo la loro storia.

La necropoli dei Monterozzi di Tarquinia

Poco distante dal centro cittadino di Tarquinia è custodita una delle più rilevanti aree archeologiche etrusche, la quale ospita oltre seimila tombe. Alcune decine di queste sono decorate con eccezionali pitture parietali, che fanno della necropoli dei Monterozzi il più importante centro di osservazione sull’arte figurativa etrusca. L’area archeologica è patrimonio UNESCO dal 2004 insieme alla necropoli della Banditaccia di Cerveteri. A Tarquinia è possibile osservare gli affreschi tombali attraverso dei pannelli protettivi in vetro temperato, cui si accede tramite rampe artificiali che ivi conducono dall’esterno.

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La necropoli dei Monterozzi di Tarquinia
Una delle scalinate d’accesso alle camere sepolcrali

Un destino per l’eternità

In primis, possiamo affermare che gli Etruschi, almeno fino al III secolo a.C., credevano nella continuità della vita dopo la morte. Delle decine di migliaia di tombe pervenuteci, la grandissima parte era provvista di corredo funebre e di tutti quei suppellettili che dovevano garantire al defunto di proseguire la propria esistenza in quanto persona. Così il soldato aveva con sé le armi, la donna i propri gioielli, il mercante i propri strumenti. Persino le abitazioni erano fedelmente riprodotte negli ambienti sepolcrali, a pianta semplice e rettilinea, con soffitto a cassettoni o idealmente sorretto da travi, colonne, tende, mobili e porte. Sembra quasi che gli Etruschi attribuissero a ciascuno uno scopo in vita, un destino ultimo che proseguiva per l’eternità.

Il demone Phersu

Non è un caso che l’odierno termine persona, coniato dai Romani, derivi dall’etimologia del demone Phersu. Phersu era la figurazione di una guida divina e volta al bene, che si rinviene molto frequentemente raffigurato all’interno delle tombe etrusche. Il demone veniva impersonato da un attore in maschera [3] e officiava il rito di passaggio verso l’aldilà. In buona sostanza, Phersu era l’habitus proprio del defunto, il ruolo che egli aveva nella società e che avrebbe rivestito per l’eternità.

Il demone Phersu, presso la tomba degli Auguri di Tarquinia, necropoli dei Monterozzi

A Tarquinia la rappresentazione di Phersu è frequente nelle tombe a tumulo del VI secolo a.C., come presso la Tomba degli Auguri nella necropoli del Monterozzi. Il passaggio dalla vita alla morte veniva vissuto in quei secoli in maniera serena, quasi che dalla realtà non ci fosse un distacco. Le pitture parietali appaiono sempre a carattere gioioso e godereccio, includendo cibi, banchetti, scene di caccia, posate e padelle, persino un tipico piatto radiale che aveva il compito di far defluire l’olio fritto del pesce. Sovente le figure mostrano il tipico sorriso arcaico, sinonimo di un trapasso naturale e spontaneo.

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La Tomba Cardarelli presso la necropoli dei Monterozzi di Tarquinia è la rappresentazione di un trapasso gioioso con suonatori, danzatori e giocolieri.

L’emancipazione delle donne

I dipinti avevano sostanzialmente connotazioni anti-classiche e ci permettono di cogliere molti indizi circa le usanze degli antichi Etruschi. Insieme agli straordinari sarcofagi fittili, essi suggeriscono che le donne avessero pari diritti rispetto agli uomini. Le donne venivano indicate con i propri nomi (Velelia, Ramutha, Thania, Larthia) e rappresentate a fianco dei mariti, spesso i coniugi erano raffigurati adagiati su letti conviviali detti kline. I dipinti di banchetti mostrano spesso le usanze gentili e poco formali degli Etruschi, i quali mangiavano distesi l’uno a fianco all’altro. Non è raro osservare gli sposi che si porgono vicendevolmente un uovo, simbolo di rinascita.

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La Tomba delle Caccia e della Pesca presso la necropoli dei Monterozzi di Tarquinia, ove è rappresentata una coppia di banchettanti.

La presenza delle donne in questi contesti fu probabilmente causa di maldicenze da parte dei Greci e dei Romani, tanto che Etruria era tra questi sinonimo di prostituta. Un’ipotesi affascinante vuole che Roma stessa sia stata fondata dagli Etruschi e che il mito di Romolo e Remo allattati dalla lupa nient’altro fosse che un richiamo alla terra della Tuscania. La lupa era, infatti, l’animale tradizionalmente associato alla prostituzione. È noto, d’altro canto, che gli Etruschi governarono Roma con la dinastia dei Tarquini, che generò tre dei primi sette re.

Le divinità dell’oltretomba

Le pitture parietali delle tombe di Tarquinia, così come quelle sparse lungo la dodecapoli etrusca, ospitano sovente raffigurazioni di dei, demoni, spiriti guida dell’oltretomba. Caratteristica, ad esempio, è la presenza dei delfini, i quali hanno spiritualmente il compito di guidare il defunto verso l’aldilà. Si tratta di un retaggio del primissimo periodo storico degli Etruschi in cui essi erano dei temibili pirati tra i popoli del mare. Analogamente il mare e le acque sono considerate figurazione del trapasso.

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La Tomba delle Leonesse presso la necropoli dei Monterozzi di Tarquinia. Si noti il dettaglio con i delfini lungo il perimetro della camera.

È utile osservare che gli Etruschi non consideravano la morte come uno stato dell’essere ma in quanto momento di passaggio. In Italia abbiamo uno straordinario reperto che ha ascendenze etrusche e che rappresenta precisamente questa forma mentis, si tratta della Tomba del Tuffatore di Paestum. In questo senso si comprende bene come lo studio delle camere sepolcrali e delle loro pitture sia un’osservazione di confine.

Il percorso dell’oltretomba

Per quanto concerne le divinità etrusche dell’oltretomba bisogna operare un importante distinguo di carattere storico. Vi è, infatti, una prima fase di morte spensierata e gioiosa, in cui il mero compito degli esseri trascendenti è di accompagnare il defunto verso l’aldilà. Così Calu, divinità raffigurata con sembianze canine [4], è la personificazione stessa del momento della morte, al pari del greco Tanathos. Culsu è invece la furia che vigila sulla porta d’ingresso dell’oltretomba, e aveva il compito di accogliere i defunti per condurli da Calu, recidendo con un paio di forbici il filo del destino. Culsu, essere femminile, è associata alla divinità maschile Culsans, che nei miti etruschi era il guardiano delle soglie e, al pari del romano Giano, è bifronte giacché guarda al passato come al futuro. Una volta oltrepassata la porta d’accesso all’aldilà i defunti erano presi in consegna da Scilla, demone gentile dalle sembianze di pesce bicaudato, che le accompagnava nella nuova vita. Qui il demone femminile alato Vanth illuminava la via con la sua fiaccola, custodendo il rotolo del destino.

Il sopraggiungere dell’angoscia innanzi alla morte

A partire dal V-IV secolo a.C., complice un periodo di declino della civiltà etrusca inaugurato dalla sconfitta contro la flotta siracusana a Cuma nel 474 a.C., e le influenze culturali provenienti dal mondo greco, la concezione della morte iniziò a cambiare. Tale prospetto è evidente nelle pitture parietali che divengono espressioni di un’angoscia esistenziale e un’incertezza profonda sul destino ultimo. Cominciò, in sostanza, a farsi strada l’idea di una sorta di psicostasia, che cioè l’anima dovesse meritare il trapasso felice verso un regno dei morti alla maniera dell’Averno greco, ed espiare le proprie colpe. Si spiega, in tal senso, il comparire di affreschi sepolcrali con demoni di giudizio e di correzione, come Tuchulcha e Charun.

Il traghettatore Charun era colui che fissava un chiodo sulla fronte dei defunti con un martello durante il viaggio nell’oltretomba, al fine di liberarne l’anima. Esso era raffigurato con becco d’avvoltoio e orecchie appuntite.

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La Tomba dei Due Caronti presso la necropoli dei Monterozzi di Tarquinia (III secolo a.C.) ospita una raffigurazione di Charun con martello e della porta dell’Ade.
Tomba dei Due Tetti presso la necropoli dei Monterozzi di Tarquinia (II secolo a.C.). Si noti la raffigurazione di Charun e della porta dell’Ade.

Tuchulca, invece, dai capelli di serpente, colpiva le stesse anime con una falce per purificarle dalle colpe della vita terrena. Infine le divinità Aita e Phersipnai, tra loro consorti, presiedevano il banchetto eterno nel regno dei morti.

Samuele Corrente Naso

Note

[1] Mario Torelli, Storia degli Etruschi, Bari, Editori Laterza, 1984

[2] Mauro Cristofani, Dizionario illustrato della civiltà etrusca, Milano, Giunti Editore, 1999.

[3] Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, Milano, 1984, Settima Edizione Rinnovata.

[4] Mauro Cristofani (a cura di), Etruschi, Giunti Gruppo Editoriale, 1984.

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