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L’Essere dai primitivi culti alla nascita della filosofia

La ricerca dell’uomo sull’essere, nella moderna e ampia accezione di principio metafisico, di ciò che va oltre la realtà dei sensi, nacque sin dai primordi. Essa corrispondeva ad una intuizione che oggi definiremmo fenomenologica: tutto ha un principio, e tutto ha una fine. Così è per il sole, che sorge al mattino e tramonta alla sera; per le stelle notturne durante le stagioni; così per il respiro e la vita degli esseri viventi… L’intuizione doveva portare seco una riflessione dai tratti forse angosciosi. Se, infatti, ogni cosa ha un inizio ed una fine, anche il mondo intero, doveva seguire lo stesso percorso. Certamente ciò non poteva ancora essere affrontato razionalmente ma, agli albori dell’umanità, si iniziava a concepire l’universo come un infinito ciclo vitale, in cui si alternavano momenti di distruzione ed altri di rinascita. Gli esseri umani iniziarono a concepire elaboratissimi corpus di religioni, miti, riti, simboli tesi a dispiegare i misteri dell’esistenza.

Essere

Raffigurazione grafitica di  bovidi del tipo Bos primigenius presso la Grotta del Romito a Papasidero (Cs), risalente al Paleolitico Superiore. L’associazione simbolica tra il toro e la vita, tra l’animale e la fertilità, è comune a gran parte delle culture primordiali sino al tardo Neolitico. Essa incarna il costante perire e ri-donarsi della vita attraverso cicli, i quali venivano idealmente accompagnati da rituali. La rappresentazione dell’animale come manifestazione del sacro consente, in un certo senso, di rabbonirlo, di renderlo più magnanimo. Essa ha l’efficacia extra-empirica di garantire il sostentamento, in quanto ierofania di popoli che vivevano di caccia.

La fenomenologia del sacro in relazione all’essere

L’antropologo Mircea Eliade, nel saggio Il mito dell’eterno ritorno del 1949 [6], fornisce un’interessante chiave di lettura per comprendere come le riflessioni sull’essere fossero già presenti, anche se inconsapevolmente, già negli uomini primitivi. Sebbene nelle culture primordiali non potessero ancora esistere delle vere concezioni filosofiche, l’essere veniva indagato e ricercato attraverso le manifestazioni del sacro, che Eliade definisce ierofanie. Il mito, il rito ed i simboli assurgono così ad inconsapevoli affermazioni di una ricerca pre-filosofica. Scrive Mircea Eliade che:

Evidentemente le concezioni metafisiche del mondo arcaico non sono state sempre formulate in un linguaggio teorico, ma il simbolo, il mito, il rito, esprimono, su piani diversi e con i mezzi che sono loro propri, un complesso sistema di affermazioni coerenti sulla realtà ultima delle cose, sistema che può essere considerato come una vera e propria metafisica. È essenziale perciò comprendere il senso profondo di tutti questi simboli , miti e riti per riuscire a tradurli nel nostro linguaggio usuale. […] È inutile cercare nelle lingue arcaiche i termini così laboriosamente creati dalle grandi tradizioni filosofiche: con ogni probabilità termini come “essere”, non essere”, “reale”, “irreale”, “divenire”, “illusorio” e altri ancora non si trovano nel linguaggio degli australiani o in quello degli antichi mesopotamici. Ma se mancano i termini vi è la cosa: soltanto, essa è “detta” – cioè rivelata in maniera coerente – da simboli e miti.

Secondo Eliade l’uomo primitivo desiderava vivere in una condizione a-storica che rendesse l’esistenza più accettabile, pervasa dalla ripetizione rituale e simbolica di miti ancestrali. Le cosmogonie delle origini consentivano di elevare il tempo presente ad un tempo mitico, in cui tutto veniva costantemente rigenerato. Per tale ragione esse erano contraddistinte dall’alternanza dei cicli di caos e di creazione, che dall’osservazione della natura traevano ispirazione.

L’Essere Supremo e il dibattito sui primordi delle religioni

I primi uomini concepirono l’essere nell’ottica dell’esistenza. Se un mondo esiste, un ente divino deve pur averlo generato! Ma in che forma essi idealizzarono le prime manifestazioni di questo essere? Da una parte, iniziarono a ricercare un’anima immateriale negli oggetti attraverso l’espressione di molteplici spiriti o divinità, attitudine oggi denominata animismo. Dall’altra, ecco apparire, contestualmente alle differenti espressioni culturali in tutto il Mondo, la concezione di un principio generatore, che la moderna antropologia identifica nell’Essere Supremo. L’Essere Supremo ha natura quasi sempre immanente: appartiene, cioè, agli elementi della natura, i quali possono essere concepiti attraverso i sensi.

“A causa della loro diffusione per tutta l’Africa equatoriale, i Pigmei danno diversi nomi all’Essere Supremo. I Pigmei del Gabon lo chiamano Kmvum e credono che egli incontri gli uomini attraverso l’arcobaleno che appare ad oriente dopo un forte temporale; pertanto, appena esso appare in cielo, volgono gli archi nella sua direzione e ringraziano Kmvum perché, per tramite dell’arcobaleno, ha fatto fuggire i tuoni. Gli Efe sud-orientali lo appellano invece Epilipili e lo considerano un dio che scruta e ascolta ogni cosa, giorno e notte, e punisce con il fulmine, il tuono e l’uragano”. [The Prayers of African Religion, J.S. Mbiti, Londra 1975]

[In foto: “Pygmies from Nala, in the Uele District” by American Museum of Natural History Library]

Soltanto con il progredire delle civiltà l’Essere Supremo inizió ad acquisire tratti di trascendenza, si parla in tal caso di teogonia. Ciò introdusse al mito. Gli uomini iniziarono, pertanto, a figurare l’origine dell’universo attraverso elaborate cosmogonie. Queste ultime colmavano mediante il mito, infatti, l’angoscia che scaturiva dall’inconoscibilità della propria dimensione dell’esistenza.

Le interpretazioni sull’Essere Supremo

Questo inestricabile quadro storico-religioso ha portato ad una legittima confusione, e a numerosi dibattiti, che hanno interessato l’antropologia del XIX e XX secolo. Molti studiosi hanno dibattuto su quale sia stata la primitiva forma del sacro. Il Positivismo, ad esempio, concepì con Comte uno schema evoluzionistico che poneva alle origini della religione il feticismo e, attraverso le fasi dell’animismo (Edward Burnett Tylor) e del politeismo, giungeva infine al monoteismo.

Le teorie evoluzionistiche dell’origine

Edward Burnett Tylor, in Primitive Culture del 1871, aveva già concepito l’animismo come l’attribuzione di una dimensione spirituale immanente agli oggetti o agli esseri materiali. Secondo Tylor, l’idea dell’esistenza di un’anima immateriale, contrapposta al corpo fisico, sarebbe nata negli uomini dal sogno. Durante il sonno ed il delirio, infatti, i primitivi dovevano avere la percezione che una parte di loro poteva essere libera dai legami materiali. L’animismo permetteva agli uomini primitivi di elaborare una cornice di senso per meglio affrontare i pericoli dello stato di natura, in funzione sostanzialmente apotropaica.

Essere Supremo

Tipologia di credenza affine all’animismo è lo sciamanesimo. Secondo Ugo Marazzi, esso è un “complesso di credenze, una concezione arcaica del mondo e dell’universo, al cui centro è la figura dello sciamano, intermediario professionale che opera da tramite tra il mondo degli uomini e il mondo degli spiriti” [Ugo Marazzi, Testi dello sciamanesimo siberiano e centroasiatico, 2009].

In foto: incisioni rupestri della Grotta dell’Addaura, presso il Monte Pellegrino a Palermo (10000 a.C. circa). Alcune figure dagli strani copricapi, che paiono sciamani, danzano in cerchio attorno ad alcuni uomini legati, forse vittime sacrificali. Si tratta di un primitivo rituale rivolto ad un Essere Supremo?

Totemismo

In questo contesto si inserisce anche il totemismo. Esso si concretizza attraverso un oggetto simbolico, di concezione animistica, detto totem. Il totem è la raffigurazione dello spirito guida di un collettivo, più che di un singolo individuo. Esso assume le fattezze di un animale prescelto, che si crede essere una sorta di antenato spirituale.

Secondo Tylor e buona parte dell’antropologia culturale, tra cui James Frazer e Sigmund Freud, le primitive forme di culto animistiche e totemiche erano quindi andate progressivamente sviluppandosi in modo sempre più complesso, fino a generare delle vere e proprie religioni.

Essere

Il totem è un’entità materiale o spirituale che simbolicamente raffigura uno spirito guida. Presso le tribù dei nativi americani Ojibway esso rappresenta un animale sacro, legato al culto degli antenati. Il termine totem deriva dalla parola ojibwa “ototeman”, che significa letteralmente “egli è del mio stesso clan”. Il totem, talvolta raffigurato attraverso un palo di legno scolpito, esiste pertanto in funzione dell’appartenenza ad un gruppo o ad una tribù.

Lo schema evoluzionistico teorizzato dal Positivismo era, tuttavia, destinato ad essere messo in discussione attraverso la scoperta della credenza dell’Essere Supremo.

Andrew Lang e l’Essere Supremo

Ad ipotizzare la concezione filosofica di un Essere Supremo primordiale fu l’etnologo Andrew Lang nel suo The making of religion (1898). Lang fu il fautore di una vera e propria rivoluzione concettuale riguardo i primitivi culti e credenze. Egli, infatti, introdusse un’espressione sostanzialmente filosofica che accomunava i popoli antichi. Sino ad allora nessuno aveva ipotizzato che potesse esservi una religione monoteistica delle origini, che si differenziasse in maniera marcata dalle credenze di tipo animistico.

Lang ipotizzò che l’Essere Supremo precedette le suddette forme di religione. In buona sostanza, secondo l’etnologo scozzese, si dovette dapprima concepire l’Essere in quanto principio del tutto, e soltanto in seguito questo fu proiettato nelle credenze animistiche. Ecco allora che il principio del tutto e dell’Essere Supremo assurse ad una dimensione trascendente.

L’Essere Supremo e le religioni monoteiste

Il gesuita Wilhelm Schmidt [1] concepì un ulteriore passaggio logico, che accomunava l’Essere Supremo di Lang al Dio delle religioni monoteistiche. Egli passò in rassegna tutte le virtù dell’Essere Supremo (immutabilità, eternità, onniscienza, bontà, onnipotenza e principio creatore) che si ritenevano comuni tra le differenti culture primitive. Quindi, pose in relazione tali caratteristiche con quelle di un Dio monoteistico, alla maniera delle odierne credenze. Mettendo in evidenza il carattere di principio creatore, Schmidt ne sostenne la totale corrispondenza: l’Essere Supremo nient’altro sarebbe che la primordiale espressione di Dio, in maniera similare a come oggi lo concepiamo (monoteismo primitivo).

Secondo Wilhem Schmidt, la divinità principale dell’antica Assiria, denominata Assur, possedeva le medesime caratterizzazioni del dio delle religioni monoteistiche.

L’entità è indicata, a seconda del contesto culturale di appartenenza, come un demiurgo creatore dell’universo, un capostipite, un essere di sole. Finalità sottesa di Schmidt era quella di fornire una prova ontologica dell’esistenza di Dio, attraverso le manifestazioni dell’Essere Supremo nell’età primitiva dell’essere umano. Se, infatti, tutte le culture primordiali veneravano un essere con le medesime virtù, allora esso doveva essere manifestazione del reale. Tale Essere Supremo doveva, quindi, essere asceso dalla dimensione terrena a quella trascendente nel corso del tempo.

Essere

“Io sono Colui che è. […] Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi” [Esodo 3,14]. Questo versetto, tratto dal libro biblico dell’Esodo, rivela la risposta che il dio ebraico Elohim fornisce al profeta Mosè, il quale gli chiedeva il suo nome. Il Signore, in buona sostanza, è l’Essere Supremo.

In foto: Roveto ardente, dipinto di Sébastien Bourdon (XVII secolo), conservato all’Ermitage di San Pietroburgo.

Gli studi di Raffaele Pettazzoni

La nozione fu presto messa in discussione da Raffaele Pettazzoni [2], il quale, invece, riteneva non vi fosse alcuna relazione tra l’Essere Supremo e il Dio delle religioni monoteiste. In particolare, egli identificò alcune culture primordiali in cui non v’era Essere Supremo, e quando invece esso veniva rintracciato, non possedeva sempre le stesse caratterizzazioni. Pettazzoni identificò tre categorie di Esseri Supremi: un’entità puramente mitologica, detta deus otiosus; un principio onnisciente; e un’altra detta Signore degli Animali, in relazione alla buona riuscita della caccia e dell’agricoltura.

L’attuale visione sull’origine delle religioni

Ciò nondimeno, la questione posta da Schmidt e Pettazzoni è per niente affatto conclusa e ancora oggetto di ampio dibattito. Gli odierni antropologi ed etnologi ritengono, in seguito a numerosissimi studi, di non avvalorare né la teoria dell’evoluzione di Tylor, né il monoteismo primordiale di Schmidt. Le religioni primitive dovevano essere, infatti, assai più complesse e diversificate rispetto ai suddetti semplici modelli esplicativi delle loro origini.

“Un oggetto diventa sacro nella misura in cui incorpora (cioè rivela) una cosa diversa da sé. […] Un oggetto sacro, quali che siano la sua forma e la sua sostanza, è sacro perché rivela la realtà ultima, o perché vi partecipa”. [Eliade Mircea, Trattato di storia delle religioni, 1976]

In foto: il complesso di Stonehenge.

La concezione filosofica dell’Essere

L’osservazione degli astri, del ciclo della natura e della fragilità della vita ponevano, pertanto, l’essere umano di fronte al senso del mistero. Esso non concerneva soltanto il principio supremo di tutte le cose, ma anche una più compiuta dimensione esistenziale. Elaborare l’essere attraverso il mito, pertanto, rispondeva all’esigenza di destorificare l’angoscia derivante dalla condizione di fronte allo stato di natura. Che senso dare all’esistenza, che prima è e poi non è? Essa acquisisce una cornice di senso soltanto in relazione all’essere, nella sua accezione più ampia. Nacquero così le prime vere e proprie riflessioni filosofiche.

“Il cosiddetto “tabù” – parola polinesiana adottata dagli etnografi – è precisamente la condizione delle persone, degli oggetti e delle azioni ‘isolate’ e ‘vietate’ per il pericolo rappresentato dal loro contatto. In generale, sono o diventano tabù tutti gli oggetti, azioni o persone che portano, in virtù del modo di essere loro proprio, o acquistano per rottura di livello ontologico, una forza di natura più o meno incerta”. [Eliade Mircea, Trattato di storia delle religioni, 1976]

Ciò che per l’uomo occidentale è tabù non necessariamente lo è in senso universale. Per porre un esempio, presso i Caribe dell’America Centrale erano pratiche comuni e culturalmente accettate l’antropofagia (cannibalismo) e la tassidermia umana a scopo rituale. In foto: rappresentazione di una famiglia di Caribe, Agostino Brunias.

Karl Jaspers e il Periodo assiale

La concezione dell’essere si traspose da mera interpretazione mitologica a riflessione filosofica a partire dall’800 al 200 a.C. Karl Jaspers notò, infatti, una svolta nel modo di pensare l’essere a partire da tale era, che lui definì Periodo assiale dell’umanità. Egli scrive che:

In questo periodo si concentrano i fatti più straordinari. Nella Cina vissero Confucio e Lǎozǐ, sorsero tutte le tendenze della filosofia cinese, meditarono Mòzǐ, Zhuāng Zǐ, Lìe Yǔkòu e innumerevoli altri. In India apparvero le Upaniṣad, visse Buddha e, come in Cina, si esplorarono tutte le possibilità filosofiche fino allo scetticismo e al materialismo, alla sofistica e al nichilismo. Nell’Iran Zarathustra propagò l’eccitante visione del mondo come lotta fra bene e male. In Palestina fecero la loro apparizione i profeti, da Elia a Isaia e Geremia, fino a Deutero-Isaia. La Grecia vide Omero, i filosofi Parmenide, Eraclito e Platone, i poeti tragici, Tucidide e Archimede.

Tutto ciò che tali nomi implicano prese forma in pochi secoli quasi contemporaneamente in Cina, in India e nell’Occidente, senza che alcuna di queste regioni sapesse delle altre. La novità di quest’epoca è che in tutti e tre i mondi l’uomo prende coscienza dell'”Essere” nella sua interezza, di se stesso e dei suoi limiti [3].

I primi passi del pensiero filosofico

Secondo Jaspers, durante il Periodo assiale l’umanità, prendendo le distanze dalla mitologia, mosse i primi passi del pensiero filosofico. Le antiche cosmogonie, le concezioni animistiche e totemiche dell’essere, venivano pertanto sovrascritte da più elaborate dottrine religiose e da una più consapevole indagine sullo stato di natura. Durante tale era l’essere umano compì un passo fondamentale nella sua determinazione di pensiero e verso una maggiore coscienza nel mondo. Il mito veniva superato definitivamente dal logos.

Essere

Karl Jaspers fa risalire la riflessione filosofica sull’Essere al Periodo Assiale.

In foto: Scuola di Atene di Raffaello, Stanza della Segnatura, nei Palazzi Apostolici facenti parte del percorso dei Musei Vaticani.

La risposta dell’essere umano di fronte all’abisso

Jaspers mise in evidenza come contemporaneamente, e diremmo in maniera sorprendente, in Cina, in India e in Occidente nacquero le prime riflessioni sull’essere. Queste sorsero come risposta al senso di angoscia esistenziale che cominciava ad attanagliare l’uomo, di pari passo con il progredire della sua consapevolezza. Scrive, infatti, Jaspers che

l’indiscusso esser-dentro della vita si allenta, dalla calma delle polarità si passa all’inquietudine degli opposti e delle antinomie. L’uomo […] diviene incerto di se stesso, e quindi aperto a nuove sconfinate possibilità.

La presa di coscienza dello stato di natura, l’allontanamento progressivo dell’essere umano dalle illusioni mitologiche, lo condusse verso un abisso. È questa l’angoscia dell’incertezza di fronte all’inconoscibilità dell’essere. Jaspers parla più propriamente di un esser-ci, cui l’uomo partecipa con l’elevazione di se stesso, attraverso nuove forme di pensiero che lo proiettano al di là della natura, nuovi modi di elaborare il mondo. In definitiva, l’essere umano iniziò ad elaborare la trascendenza attraverso religioni di morte e di rinascita, di metempsicosi, di salvezza e di redenzione. Tutte queste concezioni nascondono il desiderio profondo di essere qualche cos’altro, di elevarsi ad una dimensione che possa affrancare l’essere umano dallo stato di natura. Questa tensione spirituale conduce sino al limitare dell’esser-ci, alla ricerca di una condizione di autentica consapevolezza della presenza. È questo l’impulso che conduce alla filosofia, e che ha come oggetto proprio l’essere in quanto essere.

Le Cento scuole di pensiero

Durante il Periodo assiale, la Cina si caratterizzò per quelle che vengono definite come Cento scuole di pensiero. Si tratta di una dicitura che vuole indicare il fiorire di molteplici pensieri filosofici, sorti tra il 770 e il 221 a.C., durante il Periodo delle primavere e degli autunni e il Periodo dei regni combattenti. Le differenti forme di pensiero, le quali concepivano l’essere in modi assai variegati, erano diffuse da intellettuali itineranti, i quali si spostavano da uno stato all’altro in cerca di una corte che potesse ospitarli. Non si trattava, pertanto, di vere e proprie scuole, ma di riflessioni autonome e talvolta poco dogmatiche. In ogni caso, alcuni di questi liberi pensatori riuscirono ad avere un’influenza più durevole e a dar vita a vere e proprie forme di religione.

Il Confucianesimo

In particolare, Confucio (551-479 a.C.) elaborò una concezione dell’essere basata su principi morali. L’individuo, quanto il sovrano, doveva prefigurare l’uomo junzi, nell’accezione di eticamente superiore. Confucio esprime questa idea di un ordine morale e sociale attraverso il concetto del li. Esso identifica il principio di armonia che l’essere umano può raggiungere con il mondo. Li esprime la tensione verso un ordine cosmico, che eleva l’uomo ad una condizione di essere superiore.

Secondo la biografia ufficiale, Confucio nacque nel 551 a.C. nello Stato di Lu (attuale provincia dello Shandong). La raccolta postuma “Detti di Confucio” racchiude il pensiero etico e filosofico del grande pensatore cinese.

In foto: Half Portraits of the Great Sage and Virtuous Men of Old, National Palace Museum di Taipei (Taiwan).

Il Legalismo

Contrapposta al pensiero di Confucio è la filosofia di Han Feizi e Li Si (III secolo a.C.), che prende il nome di Legalismo. Essa sosteneva che l’essere umano è, per natura, egoista e che soltanto l’imposizione di leggi possa guidarlo nella sua vita.

Lo Yin-yang

Un’altra importante scuola di pensiero fu quella dello Yin-yang. La sua filosofia tentava di spiegare l’essere attraverso la complementarietà delle forze primarie della natura. Lo Yin era figurazione del buio, del freddo, del femminile, del negativo; lo yang della luce, del caldo, del maschile, del positivo. Erano inoltre presi in considerazione i cinque elementi naturali: la terra, il fuoco, l’acqua, il legno e il metallo.

Il simbolo Taijitu rappresenta la complementarietà del principio dualistico dello Yin e dello Yang. Esso fu introdotto dal filosofo cinese Zhou Dounji durante il regno della dinastia Song (960-1279).

Il Taoismo

Durante il medesimo Periodo assiale, in relazione alle Cento scuole di pensiero, visse anche Laozi (369-286 a.C.). La sua figura si intreccia tra la realtà e la leggenda, e lui stesso era chiamato il vecchio maestro. Il Taoismo, o secondo la traduzione più corretta il Daoismo, concepiva l’essere umano all’interno della natura più che nella società. Obiettivo finale dell’esistenza sarebbe, pertanto, il raggiungimento dell’armonia con lo stato di natura. Tale equilibrio sarebbe in relazione con un mondo e una concezione dell’essere universale e sovrannaturale. La via per il raggiungimento dell’armonia, detta tao, è contraddistinta dall’essenza del WU che, in termini ontologici, corrisponde al Non Essere. È infatti un’astrazione universale che si eleva al di sopra dell’individuo, come espressione del tutto.

Il carattere cinese Dao simboleggia il percorso che l’essere umano deve compiere per raggiungere l’equilibrio con l’universo.

Le Upanishad indiane

Le Upanishad sono i primitivi testi della filosofia indiana, comparsi durante l’età assiale. Essi si presentano come un’interpretazione, in chiave logico-razionale, di alcune tipologie di racconti mitici. In particolare, le Upanishad possono essere viste come dei commentari ai Veda, testi sacri del popolo degli Arii, che invase l’India settentrionale nel XX secolo a.C.

L’Induismo, che dai Veda trae origine, assume i tratti di una religione monistica, dove la molteplicità di tutti gli esseri è rappresentata attraverso un principio universale, detto Brahman, la cui ierofania si rivela in una moltitudine di divinità.

La Trimurti

Figure chiave dei Veda sono Brahama, dio creatore, Shiva (il Distruttore) e Vishnù (il Preservatore) che costituiscono la Trimurti. Essa, assimilabile ad una sorta di trinità induista, riepiloga il ciclo della vita attraverso un continuum di morte e di rinascita. La Trimurti, e alternativamente le varie divinità che la compongono, possono essere assimilate ad un Essere Supremo. Le Upanishad rielaborano la figura di Brahma come principio impersonale del tutto, essenza ontologica del non-essere:

«Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta, senza occhi né orecchie, senza mani né piedi, eterno, onnipresente, onnipervadente, sottilissimo, non soggetto a deterioramento, Esso è ciò che i saggi considerano matrice di tutto il creato. Come il ragno emette [il filo] e lo riassorbe, come sulla terra crescono le erbe, come da un uomo vivo nascono i capelli e i peli, così dall’Indistruttibile si genera il tutto.» [4]

Ad esso si contrappone Kama, il desiderio, che genera l’essere della realtà sensibile. L’essere umano è dominato dall’Aham (l’Io egoistico) che genera il karma, destino di sofferenza.

Gli Induisti identificano nella Trimurti l’Essere Supremo.

In foto: rappresentazione scultorea della Trimurti con Visnù, Shiva e Brahma, Los Angeles County Museum of Art.

Secondo la visione delle Upanishad, la salvezza dell’uomo è una gnosi, deriva pertanto dalla conoscenza e dalla filosofia, piuttosto che dai riti e dalla religione.

Il Buddismo

Il Buddismo origina dagli insegnamenti di Siddharta Gautama, vissuto in India tra il VI e V secolo a.C. Lo scopo finale dell’individuo, secondo tale dottrina, è tornare al non-essere originale. L’essere infatti, genera l’attaccamento alla vita e il desiderio, quindi il dolore che da essi inevitabilmente procede. È necessario, pertanto, seguire la retta via, detta Marga, che corrisponde alla via mediana dell’esistenza. Essa richiede di non eccedere in nessuna misura, e consente di giungere al Nirvana. Il Nirvana è il principio di estinzione del desiderio, è il ritorno al non-essere delle origini.

Non vi sono fonti univoche sull’esistenza di Siddharta Gautama. Secondo la tradizione, egli visse tra il 566 e il 486 a.C. Il suo appellativo Buddha significa in sanscrito “colui che si è risvegliato”.

In foto: Statua di Gautama Buddha, Tokyo National Museum.

Le prime riflessioni sull’essere nella filosofia occidentale

La filosofia occidentale nasce proprio dalle digressioni sull’essere nel momento in cui la civiltà, affrancandosi dalle mere spiegazioni dell’origine del mondo attraverso il mito, ricerca percorsi più razionali.

Parmenide

Il primo filosofo che pose la questione dell’essere nella filosofia occidentale fu Parmenide (VI-V secolo a.C.), fondatore della scuola di Elea. La digressione parmenidea sull’essere assume i connotati logici dell’espressione

“L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere” [5].

Il filosofo greco elaborò la concezione dell’essere in siffatto modo per risolvere il problema del divenire. Gli antichi Greci, infatti, prendendo le distanze dalle spiegazioni mitologiche della fine e dell’inizio dell’universo, cominciavano ad interrogarsi razionalmente riguardo al mutare di tutte le cose. Parmenide rifiuta in toto la concezione del divenire, sostenendo che esso è soltanto l’illusione dei sensi. Con la sua testimonianza logica, egli attesta che può esistere un solo essere: eterno, statico, indivisibile e sempre uguale a se stesso giacché, se tali condizioni non fossero soddisfatte, esso sarebbe il non-essere. Si tratta di un pensiero filosofico in strictu sensu, giacché il pensiero è l’unica cosa di cui il filosofo debba fidarsi. Parmenide non spiega che cosa sia l’essere: l’essere è in quanto essere.

Essere

La Scuola eleatica fu una delle più importanti scuole filosofiche pre-socratiche, fondata da Parmenide, che vide tra i suoi principali esponenti Zenone.

In foto: Zenone mostra le porta della verità e della falsità, presso Monastero dell’Escorial, Madrid.

Eraclito

Posizione diametralmente opposta è quella sostenuta dal filosofo Eraclito di Efeso (VI-V secolo a.C.). Egli sostiene che tutto scorre (pantarei), tutto si trasforma. La realtà è dunque mutevole nella sua essenza più profonda. Pertanto la principale caratteristica dell’essere è il divenire.

Tra essere e divenire

Essere e divenire divennero quindi i poli opposti della filosofia occidentale. Empedocle ed Anassagora (V secolo a.C.) tentarono di conciliare questi due aspetti antitetici della realtà. Concepirono, quindi, che essa potesse essere costituita da unità di materia, eterne ed immutabili come l’essere di Parmenide, che tuttavia generavano il divenire attraverso la loro interazione. Empedocle identificò queste unità nei quattro elementi naturali: terra, acqua, fuoco ed aria. Anassagora, invece, ritenne primigenie delle particelle chiamate semi, i quali mutano in relazione ad un Essere cosmico ordinatore e razionale.

Democrito e l’atomismo

Democrito (V-IV secolo a.C.) estremizzò la visione materialistica dell’Essere, teorizzando che ogni cosa, compresa l’anima, fosse costituita da atomi. Gli atomi venivano concepiti come unità indivisibili, alla maniera dell’ssere parmenideo i quali, tuttavia, erano immersi nel non-essere, detto vuoto. Il movimento degli atomi nel vuoto permetteva, pertanto, il divenire.

Essere

Nell’antica Grecia, il termine “mysterion” era un antico e segreto rito, riservato a pochi iniziati al culto. La Tomba del Tuffatore di Paestum (480 a.C.) è la rappresentazione figurativa del passaggio dalla vita alla morte? Recenti studi affermano che il soggetto del dipinto potesse essere un importante iniziato ai culti misterici. Qui l’essere umano si getta metaforicamente dalle colonne d’Ercole verso l’ignoto, espressione rituale di un passaggio, del divenire dell’esistenza.

Conclusioni

A partire dal Periodo Assiale, il dibattito filosofico sull’essere proseguirà ininterrotto lungo tutti i secoli, attraverso gli insegnamenti di Platone, Aristotele; intrecciandosi con le riflessioni della Scolastica cristiana sull’esistenza di Dio; interesserà molteplici culti e religioni in tutto il mondo; sarà rinfocolato dagli studi empirici di Cartesio, e dalle filosofie di Hegel, Nietzche, Heidegger e tanti altri; diverrà di grande attualità attraverso le scoperte scientifiche della fisica quantistica e dell’astronomia. Indagare sull’essere è, in fondo, la vera indagine, è tentare di rispondere alla domanda delle domande. Tuttavia, è davvero così importante ottenere una risposta? Non è forse nella domanda che si nasconde l’essenza stessa di un mistero?

Samuele Corrente Naso

(con la paziente collaborazione di Daniela Campus)

Note

[1] Wihlelm Schmidt, The Origin of the Idea of God, 1912-1954.

[2] Raffaele Pettazzoni, L’Essere Supremo nelle religioni primitive, 1957, Einaudi.

[3] Karl Jaspers, Vom Ursprung und Ziel der Geschichte, 1949; trad. Amerigo Guadagnin, Origine e senso della storia, Edizioni di Comunità, Milano 1965.

[4] Mundaka Upanisad I, 1, 6-7.

[5] Parmenide, Sulla Natura.

[6] Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Edizioni Boria, 1975

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