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Giorgione, il mistero dietro la Tempesta

Una folgore squassa il cielo d’improvviso. Il lampo, scintillante, si insinua tra i nembi minacciosi, ma d’un colore insolito, quasi irreale. È un verde d’indefinita realtà, sembra voler sfidare la città, impotente, che si staglia incerta all’orizzonte. Qui riecheggiano architetture classicheggianti, forse orientali. Alcune torri, una cupola, un campanile, barlumi di un’esistenza che sta per essere travolta dalla tempesta.

La Tempesta
La Tempesta, Giorgione, Gallerie dell’Accademia, Venezia

La Tempesta di Giorgione

Le finestre sono sbarrate, tutto è immobile. Anche gli alberi, tremolanti, sono sospesi in uno stato di indefinita quiete. È il balzo prima della tormenta, l’ultima attesa prima della prova. Presto, le sue fronde saranno scosse da raffiche poderose. Eppure, il dipinto non sembra permeato da una eccessiva preoccupazione: la natura stessa si mostra rassegnata, e permea ogni anfratto dell’opera. La vegetazione quasi avvolge il paesaggio, come se esso fosse soltanto un imprevisto che sbuca da una prospettiva sorprendente.

È seguendo i flutti e le anse di quel torrente, sinistro, che si può trovare rifugio nella città? Oppure esso è il pericolo incombente, che minaccia di travolgere, con la sua piena, ciò che l’uomo ha faticosamente costruito? Forse quel ponte di legno, che lo traversa, è sicuro; o forse crollerà, chi può dirlo? La città, allegoria di vita, sorge sulla riva destra del fiume; sull’altra sponda, appaiono solo alcune rovine: resti di una casa abbandonata, due colonne mozzate.

La Tempesta

Descrizione dell’opera

L’occhio dell’osservatore, pian piano, comincia a svelare nuovi dettagli, nuovi protagonisti. È questa la straordinarietà della Tempesta di Giorgione. Come in un dipinto rovesciato, è lo sfondo a catturare l’attenzione per primo; soltanto progressivamente si rivelano personaggi enigmatici ed elementi che tutto rimettono in discussione. Una donna seminuda è seduta, come abbandonata, su un prato che ricopre una sporgenza rocciosa. La fanciulla, con i capelli raccolti alla maniera rinascimentale, fissa tristemente l’osservatore, mentre allatta il suo bambino. Ella non ha riparo alcuno dalla tempesta, se non un’inconsistente mantellina che le ricopre le spalle. La protezione è qui una mera illusione, è figurazione delle false sicurezze. Ogni uomo, popolo e nazione, indossa la sua mantellina, convinto di essere al riparo dalle turbolenze della vita.

La Tempesta

Il drappo ricopre parzialmente anche il bambino, indifeso e innocente. Egli è vero emblema dell’inconsapevolezza davanti agli eventi, che sovente sconvolgono i piani dell’esistenza. La tempesta in arrivo e la donna con il suo bambino, nella loro primordiale nudità, sono in antitetico e sconvolgente contrasto. Ma ciò che tormenta l’osservatore è il perché la donna non abbia riparo. Possibile che nessuno, in città, possa ospitarla? Possibile che ella non abbia luogo ove riposare? La fanciulla è, pertanto, un’esclusa, chissà per quali ragioni. Nemmeno lo cerca il riparo, è consapevole, nella sua disillusione, che nessuno l’accoglierà. Ciò è tristemente comprovato dall’uomo che la osserva al di là del fiume. Basterebbe un piccolo salto per raggiungere la donna e soccorrerla, ma egli, piuttosto, la scruta con derisione.

Nella Tempesta di Giorgione tutto è contrasto e ostilità, tutto è un indecifrabile enigma.

Giorgione: un enigma nell’enigma

La vita di Giorgione è essa stessa un mistero indecifrabile. Le vicende personali e la biografia del pittore sono, piuttosto, frutto di una ricostruzione postuma, corroborata da pochissimi documenti scritti. La sua esistenza è attestata da un importante collezionista d’arte della Venezia del XVI secolo, Marcantonio Michiel. Egli ebbe, infatti, il merito di catalogare numerose opere appartenenti a collezioni private. Michiel certificò che un tale Giorgione avesse dipinto due opere magistrali, chiamate i Tre filosofi e la Tempesta.

Tre filosofi, Giorgione, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Di tale autore, tuttavia, le notizie erano piuttosto sparute, giacché la sua attività si era protratta per poco più di dieci anni. Persino le sue stesse opere, nel tempo, divennero di incerta attribuzione, venendo talvolta confuse con quelle del giovane collaboratore, Tiziano. Eppure, Giorgione fu uno dei maestri del Rinascimento veneto. A rivedere oggi le sue opere, si rileva una maestria straordinaria, che lo annovera tra i più grandi pittori della storia. Le difficoltà di interpretazioni storiografiche derivano dall’amara constatazione che egli non firmò quasi nessuna opera. Da qui le enormi controversie circa la ricostruzione del suo catalogo [1].

Della stessa vita di Giorgione si conosce molto poco. Una prima indicazione circa la sua data di nascita è del Vasari, il quale la fissa al 1478 [2]. Inoltre, tutte le fonti cinquecentesche affermano che Giorgione nacque a Castelfranco Veneto. Il nome completo dell’artista sarebbe stato, pertanto, Giorgio da Castelfranco, detto Zorzi. L’appellativo Giorgione sarebbe derivato, invece, dalla sua imponente statura.

Autoritratto come David, Giorgione, Herzog Anton Ulrich Museum, Braunschweig.

Non si sa come il giovane Giorgio giunse a Venezia, dove dovette completare il suo apprendistato presso la bottega di Giovanni Bellini. Qui iniziò a sviluppare quella pregevole tecnica che lo renderà famoso in tutto il mondo, e che prende il nome di tonalismo.

La tecnica del tonalismo

Si trattava, all’epoca, di una tecnica rivoluzionaria. Essa ridefiniva il concetto dei contorni incisivi e ben definiti, tipico del Rinascimento fiorentino. Fu Giorgione ad imprimere una decisiva svolta verso l’utilizzo di contorni più sfumati, attraverso il sapiente accostamento di colori in stati sovrapposti. La sua produzione artistica si concentrò, prevalentemente, su opere a soggetto sacro e dipinti da cavalletto. Proprio quest’ultima constatazione rende la Tempesta un dipinto enigmatico, di così difficile constatazione. Essa è quasi un dipinto fuori dal tempo, o fuori contesto.

La Tempesta (1502-1503 circa?) potrebbe essere il frutto della volontà di un prestigioso committente privato, il quale richiese una rappresentazione allegorica. In effetti, sebbene alcune attribuzioni siano controverse, a partire dal 1500 i dipinti di Giorgione cominciano a divenire più misteriosi e dal linguaggio quasi esoterico. I temi divengono più impegnati, o idealistici, come nei Tre filosofi. Al 1506, poi, risale l’unica opera autografa dell’autore: il ritratto della Laura, conservato a Vienna.

Laura, Giorgione, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Giorgione, purtroppo, morì giovanissimo nel 1510, a causa di un’epidemia di peste, lasciando mille interrogativi irrisolti sulle opere e la sua esistenza. Ciò nondimeno, la tecnica pittorica e le innovazioni dell’artista continueranno a vivere per decenni e nei suoi seguaci, tra tutti Tiziano e Sebastiano del Piombo.

Cenni storiografici sull’opera

La Tempesta è un dipinto ad olio su tela, di dimensioni molto ridotte (83×73 cm). Sin da subito, le attenzioni degli studiosi si sono concentrate su chi potesse essere il committente di un’opera così enigmatica. L’opera è citata, per la prima volta, da Marcantonio Michiel nel 1530. Il collezionista la cataloga come “paesetto in tela con la tempesta con la cingana e il soldato, fu de man de Zorzi de Castelfranco“. La Tempesta era, dunque, conservata nell’abitazione privata di Gabriele Vendramin, che si suppone potesse essere il committente. In ogni caso, dopo vari passaggi di proprietà, il dipinto fu acquisito dal Comune di Venezia nel 1932. L’opera è oggi conservata presso la Galleria dell’Accademia di Venezia.

La Tempesta come dipinto allegorico

Il dipinto di Giorgione ha subito, nel corso dei secoli, le più svariate interpretazioni. É intuitivo che si tratti di un’opera allegorica, in cui vige un’accesa e significativa simbologia. In un certo senso, ciò fa della Tempesta un precursore della modernità artistica. Semmai, la grande difficoltà dei critici è proprio quella di identificarne l’allegoria e la significazione. Secondo Edgard Wind, l’opera ripropone il dualismo allegorico tra la Forza e la Carità, rispettivamente l’uomo e la donna del dipinto [3]. Tali, infatti, sarebbero le virtù della Roma antica, le quali permettono di sopravvivere agli imprevisti dell’esistenza.

C’è chi ha suggerito un’interpretazione alchemica per la presenza dei quattro elementi: terra, fuoco, aria ed acqua [4]. Riprendendo l’interpretazione della Condanna divina e destino dei progenitori dopo il Peccato originale dell’Amadeo (Cappella Colleoni, Bergamo), Salvatore Settis ritenne che le due figure della Tempesta raffigurassero Adamo ed Eva, quest’ultima nell’atto di allattare il loro figlio, Caino, dopo la cacciata dal Paradiso. La Tempesta sarebbe, quindi, un’interpretazione della condizione umana dopo il peccato originale [5].

La Tempesta
Tutto è un’allegoria

Un quadro molto attuale

Indipendentemente dalle sue interpretazioni, la Tempesta ha un significato intrinseco universale. Essa è davvero un’allegoria della condizione umana di fronte all’esistenza, in tutte le sue sfaccettature. L’opera è quanto mai attuale nelle sue molteplici declinazioni di significato. La Tempesta, magistralmente, raffigura la fragilità dell’uomo di fronte all’imprevedibilità della natura. La mantellina della donna e il bastone dell’uomo sono gli strumenti illusori attraverso cui l’umanità costruisce le sue false sicurezze, la pretesa di poter ordinare e governare le leggi di natura. Allo scatenarsi degli eventi tumultuosi della vita, l’essere umano può reagire attraverso l’amore, di cui l’allattamento è figurazione, o l’indifferenza.

La stessa città è talvolta un luogo inaccessibile ed esclusivo, nell’accezione di escludente. Si denota, in generale, come la Tempesta anticipi quella mancanza di umanità che, troppo spesso, pervade i tempi odierni. Quella donna è, forse, il barbone alla stazione della metro, o l’immigrato, o il prossimo in difficoltà che, talvolta, guardiamo con derisione, tenendoci a distanza. Giorgione, inoltre, sembra voler rivelare agli uomini d’oggi anche l’atavico contrasto tra l’antico e il moderno. In tal senso, i valori etici e morali degli antichi sono ormai in declino, al pari dei malmessi ruderi del dipinto. La città è destinata ad essere travolta dalla tempesta.

Samuele Corrente Naso

NOTE

[1] Giorgione, Alessandra Fregolent, Electa, Milano, 2001.

[2] Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Seconda edizione, Giorgio Vasari, 1568.

[3] L’eloquenza dei simboli, Edgard Wind, Adelphi, 1992.

[4] Giorgiones Geheimnis : eis kunstgeschichtlicher Beitrag zur Mystik der Renaissance, Gustav Friedrich Hartlaub, Munchen, Allgemeine Verlagsanstalt, 1925.

[5] La «Tempesta» interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto, Salvatore Settis, Einaudi, 2005.

 

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