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Le Tavole Palatine di Metaponto

Sulla riva destra del fiume Bradano, all’interno dell’area archeologica di Metaponto, sorgono alcuni resti di colonne antiche.  Esse paiono aver sfidato il tempo imperiture, immortali con le aggraziate scanalature, gli eleganti capitelli dorici.  Sono dette “Tavole Palatine”, retaggio di ataviche vicende della storia.  Si narra, inoltre, che sotto l’ombra di siffatte colonne insegnasse nientemeno che il  filosofo-matematico Pitagora, con la sua celebre Scuola. È questo il caso in cui le pietre paiono vive: raccontano di millenni trascorsi, di come eravamo, e forse di come saremo.

 

Le Tavole Palatine
Le Tavole Palatine

 

Le Tavole Palatine di Metaponto,  molti interrogativi

Molte sono le domande che sorgono di fronte a quelle nostalgiche  rimanenze,  così eleganti da non sembrare affatto rovine. In primis, bisognerà affronterà il tema che concerne un appellativo così inusuale, Tavole Palatine. Si dovrà quindi svelare cosa davvero costituissero quelle colonne, che gli archeologi hanno tratto in salvo dall’oblio dei secoli.  Certo, è un lavoro a ritroso nella storia, e più si procede indietro più tutto diviene incerto, inafferrabile,  mitico. Ma non è questo ciò che rende il passato così affascinante?

 

Tavole Palatine
La via che conduce alle Tavole Palatine è ammantata di tranquillità.

 

Un appellativo dalle storiche vicissitudini

È noto che, almeno fino alla fine dell’Ottocento, gli abitanti del luogo non avessero piena consapevolezza di cosa fossero quei resti antichi. Rimasugli di un palazzo di pietra, vestigia di epoche perdute? Da un’errata concezione popolare, infatti, la quale s’intreccia romanticamente con la leggenda, nacque l’appellativo di Tavole Palatine. Il ricordo più antico di quelle colonne, all’epoca forse interrate, risaliva ai fasti dell’Alto Medioevo. Ivi l’Imperatore Ottone II s’era accampato, per breve tempo a dir la verità, con il suo esercito [1].

 

Ottone II, tratto dal Registrum Gregorii

 

Correva l’anno 982, parte del Sud Italia era soggetta alle incursioni dei saraceni, i quali erano stanziati in Sicilia. Questa era già, infatti, sotto il totale dominio islamico, con al comando l’emiro Abu l-Qasim Ali. L’Imperatore del Sacro Romano Impero aveva quindi deciso di discendere in Italia per scacciare, una volta per tutte, il nemico saraceno [2]. Ottone II poteva contare sull’aiuto dei ducati Longobardi del Sud e del Papa, speranzoso che la Sicilia potesse ritornare cristiana. Tuttavia, per progredire verso l’Isola, l’esercito dell’Imperatore necessitava di traversare la Puglia, la Basilicata e la Calabria,  governate ancora dai Bizantini. Basilio II si oppose fermamente alla discesa di Ottone; comandò alle sue truppe di arroccarsi nelle città e di resistere il più possibile all’avanzata sassone. Furono quindi condotti gli assedi di Matera, Taranto e Bari del 982, sebbene infruttuosi.

 

La Mensae

A questo periodo risale lo stanziamento delle truppe ottoniane presso Metaponto. Nell’immaginario collettivo, forse a causa del timore ispirato durante gli assedi, i soldati dell’Imperatore dovevano apparire giganteschi, se non invincibili. È da questo momento che si comincia, infatti, ad usare l’appellativo di “Tavole Palatine”. Il primo sostantivo deriva direttamente dall’accezione latina di mansae, ovvero la tavola dove si consuma il pasto. Il termine palatino è invece riferito ai soldati di Ottone II; i Paladini erano, già al tempo di Carlo Magno, i cavalieri più importanti dell’esercito, l’élite militare. Nella Chanson de Roland del ciclo letterario carolingio, essi incarnano proprio i valori del cavaliere cristiano che combatte le barbarie dei saraceni.

I resti delle Tavole Palatine, pertanto, nella tradizione immaginifica popolare, sarebbero nient’altro che il gigantesco ripiano dove i potenti cavalieri di Ottone avrebbero consumato i loro pasti. Sebbene tale visione possa far benignamente sorridere il lettore, appare invece ben rilevante da un punto di vista antropologico e storico. Da una parte essa consente di comprendere i timori dei popoli e le dinamiche politiche che s’andavano instaurando, dall’altra anticipa le tematiche di un altro ciclo letterario, quello bretone. Si pensi, ad esempio, ai Cavalieri della Tavola Rotonda. In ogni caso, ecco come gli abitanti di Metaponto giustificavano la presenza di quelle misteriose e indecifrabili rovine.

 

 

Il finale poco glorioso di Ottone II

Per cronaca storica, la spedizione di Ottone non ebbe il successo sperato. Una decisiva battaglia tra i Sassoni e i Saraceni ebbe luogo a Capo Colonna, non lontano da Crotone. Qui, ove giacciono i resti di un altro celebre tempio magno greco, quello di Hera Lacinia, si consumarono le sorti dell’Italia Meridionale. Durante lo scontro violentissimo, l’emiro Abu l-Qasim Ali venne ucciso, ma le perdite umane dei germanici e dei longobardi furono così elevate da decretarne la sconfitta. Lo stesso Ottone II fu costretto alla rocambolesca fuga, si dice grazie al cavallo fornitogli da un ebreo. “Il fiore della Patria è stato falciato dal ferro. Caduto è l’onore della bionda Germania” scriverà un cronista dell’epoca [3].

 

 

Le evidenze archeologiche

Rilevazioni archeologiche hanno dimostrato che l’area, sulla quale sorgono oggi le Tavole Palatine, doveva essere interessata dalla presenza di un sito abitativo già dal Neolitico. Sono stati, infatti, rinvenute in loco tracce di un villaggio preesistente. La fertilità della zona, posta in prossimità del fiume Bradano, deve aver favorito l’insediamento umano sin dai primordi. È in questo contesto, già primitivo, che si inseriscono i nuclei abitativi di stampo magno greco. Non lontane erano, infatti, le colonie di Siris,  Heraclea; l’achea Metapontum distava soltanto pochi chilometri. In particolare, il sito di ubicazione delle Tavole, da ricostruzioni planimetriche, doveva collocarsi sul limitare tra il tessuto urbano e le aree agricole. Fungeva pertanto da temenos sacro, stabilendo un confine ideale ed apotropaico tra la città e l’area non antropizzata. Ivi sorgeva un tempio di culto greco, il cui ptèron è proprio ciò che per secoli è stato identificato come “Tavole Palatine”.

 

 

Il tempio di Hera

Di esso si preservano 15 colonne sullo stilobate, con scanalature e capitelli in stile dorico. Il tempio, del VI secolo a.C.,  doveva essere in origine periptero a 32 colonne, di cui 6 sui lati corti. Della trabeazione, del timpano e delle restanti parti, rimangono scarne tracce, in quanto il calcare locale impiegato per la costruzione non ha resistito alla prova del tempo. Della decorazione fittile, risalente al V secolo a.C., permangono invece numerose testimonianze.  Resti di doccioni e protomi in ceramica policroma sono esposti al Museo archeologico nazionale di Metaponto, dove sono giunti in seguito agli scavi del 1926 [4].

 

Tavole Palatine
Ci abbiamo provato

 

Interessanti rivelazioni si evincono anche dalla planimetria del tempio. La cella che ospitava la statua della divinità, il naos, doveva essere fornita posteriormente di un apposito locale detto adyton. Esso era riservato agli officianti del culto per lo svolgimento di riti misterici.  Anteriormente si disponeva invece il pronao, dalle tracce archeologiche ben visibili.

 

Resti di colonne

 

Si credeva inizialmente che il tempio fosse dedicato al culto della dea Atena. Ciò nondimeno, durante i medesimi scavi del 1926, furono rinvenute delle statuette raffiguranti la dea Hera, oltre ad un frammento di un vaso con un’iscrizione a lei dedicata [5]. Hera, moglie di Zeus, veniva considerata la dea protettrice del matrimonio e del parto; per estensione anche della fertilità, sovente richiamata dalla rappresentazione della melagrana. La statua della divinità, in genere crisoelefantina, era raffigurata indossante il polos, copricapo cilindrico ed emblema della dea madre.  Non deve stupire, pertanto, che il santuario metapontino, situato in prossimità dell’area rurale, fornisse un così potente richiamo alla fertilità della terra.

 

 

Le Tavole Palatine e la Scuola Pitagorica

È noto che i resti del tempio di Hera a Metaponto, già Tavole Palatine, venissero anche chiamate con il nome di “Scuola di Pitagora”. In effetti, alcune fonti storiografiche antiche riferiscono che il grande filosofo e matematico si trasferì in questa colonia magno-greca dopo che la sua dimora a Crotone venne incendiata e dovette lasciare la città. Qui trasferì la sua celebre Scuola, e nei pressi del tempio di Hera riprese i suoi insegnamenti sino alla morte (495 a.C).

Porfirio, filosofo greco del 232-305 d.C., riferisce che Pitagora “abbia trovato la morte nella comunità di Metaponto, dopo essersi rifugiato nel piccolo tempio dedicato alle Muse, dove rimase quaranta giorni privo del necessario per vivere. Altri autori affermano che i suoi amici, nell’incendio della casa dove si trovavano riuniti, gettatisi nelle fiamme aprirono una via di uscita al maestro, formando con i loro corpi una sorta di ponte sul fuoco. Scampato dall’incendio Pitagora, raccontano ancora, si diede la morte, per il dolore di essere stato privato dei suoi amici” [6].

 

Samuele Corrente Naso

Note

[1] Basilicata, Calabria, Antonio Canino, Touring Editore, 1980

[2] Jahrbücher des Deutschen Reiches unter Otto II. und Otto III, Karl Uhlirz, Erster Band: Otto II. 973-983, Berlin 1967

[3] Brunonis, S.205

[4] Architettura greca. Storia e monumenti del mondo della polis dalle origini al V secolo, Enzo Lippolis, Monica Liviadotti e Giorgio Rocco, PBM Editori, 2007

[5] Metaponto, Ettore M. De Juliis, Edipuglia, 2001

[6] Vita di Pitagora (ΜΑΛΧΟϒ Η ΒΑΣΙΛΕΩΣ ΠϒΘΑΓΟΡΟϒ ΒΙΟΣ), Porfirio, traduzione a cura di Stefano Fumagalli, Mimesis Edizioni, Milano, 1996

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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