Cuma e la Sibilla, tra verità e leggenda

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Da un antro buio, eppure affascinante, pare echeggiare un richiamo suadente, d’una bellezza infinita. Alcuni raggi del sole s’insinuano tra le fronde dei fieri arbusti, lambendo dolcemente le spoglie e levigate pareti tufacee della spelonca. La struttura si ammanta così di uno splendore dorato, interrotto dal vezzo di un’apertura geometrica e misteriosa. Essa appare d’improvviso, e smuove qualcosa nell’animo, come d’una meta familiare ma sconosciuta al contempo. Esiste una figura retorica preziosa, nella lingua italiana, che ben può figurare ciò che si avverte innanzi all’Antro della Sibilla a Cuma: è la sinestesia, la contaminazione dei sensi, che suggerisce di trovare la voce che si cela nella roccia.

L’invito irresistibile, parimenti a quello delle omeriche sirene, non può lasciare indifferenti. Con impeto subitaneo ci si trova ad attraversare l’antro enigmatico, alto circa cinque metri, a forma di slanciato trapezio. Qui tutto è pervaso da un senso di profondo mistero, nessuno conosce cosa si trovi davvero al suo interno. Il tunnel procede dal limitare verso un abisso oscuro, sempre uguale a se stesso, fiocamente illuminato da lampade artificiali. Si dice che nella pancia dell’antro vi fosse una donna terribile, una sibilla, le cui profezie erano famose in tutto il mondo antico. Gli uomini ivi giungevano da lontano per investigare sui propri destini, ciascuno recando seco domande senza risposta.

 

Cuma
L’Antro della Sibilla a Cuma

 

E così pure sono i quesiti archeologici e storici che ci attendono. Essi ci accompagnano rumorosi, pur nel silenzio del lento incedere all’interno dell’Antro, nell’affascinante città magnogreca di Cuma.

 

La città magnogreca di Cuma

L’antica Cuma (Kýmē) rappresentò, con ogni probabilità, la prima colonia greca in Occidente, fatta eccezione per il piccolo insediamento sull’antistante isola di Ischia, Pythecoussay. La città sorgeva presso l’area di un fertile pianoro in Campania, affacciata sul mare e protesa verso i Campi Flegrei più a sud, dove ancora oggi è possibile osservarne le vestigia.

Una leggenda ne attribuisce la fondazione ad opera dell’Eubeo calcidese Megastene e di Ippocle, i quali avrebbero scelto di insediarsi a Cuma poiché guidati dal volo di un gabbiano. L’origine da esuli di Calcide è altresì confermata dal geografo Strabone, nel suo Geographia [1], sebbene questi non citi la probabile presenza di popolazioni locali, come i Sabelli o gli Osci. L’attuale area cumana risulta abitata almeno da seimila anni, come attesterebbero alcune incisioni murarie, si ipotizza, di un antichissimo calendario astronomico.

 

Cuma
Incisioni murarie risalenti a seimila anni fa, nei pressi dell’Antro della Sibilla. Si tratta di un antico calendario astronomico?

 

In ogni caso, il primitivo insediamento della città magnogreca (720 a.C.) dovette ben presto prevalere sulle popolazioni italiche precedentemente insediate sul luogo. Esso rispondeva a precisi requisiti. Era, infatti, facilmente difendibile dal mare e persino via terra, a causa di una stretta zona collinare che la circonda, eccetto a nord; la pianura era estesa e ben adatta alle coltivazioni e all’allevamento; infine, Cuma era situata a ridosso dell’insenatura che, attraverso un lembo di terra, si protende verso l’isola di Ischia. Per tale ragione, il controllo navale della zona risultava preponderante per i traffici marittimi e commerciali che necessariamente dovevano transitare per l’istmo.

 

Dall’acropoli di Cuma: in lontananza l’Isola di Ischia

 

L’acropoli di Cuma

Qui, sospesa tra il mare e il cielo limpido della Campania, si innalzava l’acropoli della città, culmine di un importante sviluppo urbanistico. Essa ospitava gli edifici più sacri e iconici di Cuma e probabilmente di tutta la regione. Essi saranno genitori della nascita di Parthènope, l’odierna Napoli, fondata proprio dai cumani. Sull’acropoli sorgevano, infatti, i magnifici templi greci, che si ipotizza potessero essere peripteri di ordine ionico. Ciò nondimeno, ciò che oggi è possibile osservare afferisce perlopiù alle ricostruzioni romane di età augustea, e a tale periodo si devono ascrivere i templi detti “di Apollo” e “di Giove”. Gli originali edifici, infatti, erano andati distrutti dopo che, nel 421 a.C., Cuma era stata definitivamente conquistata dai Sanniti, decretando la fine dell’epoca magnogreca della città. Il motivo della ricostruzione dei templi, voluta direttamente dall’imperatore Augusto Ottaviano, è strabiliante, e merita un dovuto approfondimento.

 

L’Eneide di Virgilio

Augusto promosse un importante rinnovamento di Roma sostanzialmente in ogni campo. Dall’architettura alle arti visive, da un riordino generale delle flotte e degli eserciti, a una nuova definizione delle provincie imperiali. Tutto era volto a manifestare la superiorità delle gens romane sugli altri popoli. Inoltre egli, da uomo di cultura qual era, aveva ben chiara l’importanza di definire un preciso epos di Roma, che rappresentasse per i suoi cittadini un’impronta d’indelebile identificazione. Sin dall’origine dei tempi, il mito e la narrazione ad esso legata rappresentavano una costante fondamentale dell’identità dei popoli antichi. Basti pensare alla mitologia del periodo minoico o miceneo in Grecia, di quella babilonese o del pantheon egizio. Roma necessitava di un grande poema epico che ne esaltasse le nobili origini e la grandiosità, come furono i racconti di Omero per i Greci. Augusto affidò così a Virgilio il compito di comporre l’Eneide.

Cuma rappresenta uno dei luoghi simbolo dell’intero componimento. Nel racconto l’eroe Enea, fuggiasco dalla sua distrutta patria, Troia, si reca presso un oracolo sibillino per conoscere il luogo dove fondare Roma [2]. Tale oracolo corrisponde a quello che la storiografia ci ha tramandato come la “Sibilla di Cuma”. Per tale ragione, Augusto ebbe sempre in grande considerazione la città campana, facendone ricostruire splendidamente le vestigia; essa rappresentava idealmente il luogo dove l’epos romano aveva preso le mosse, il luogo della profezia della grandezza di Roma. E’ stato riconosciuto in un antro, presso l’acropoli, il luogo dove la sibilla annunciava i suoi vaticini, sebbene tale attribuzione appartenga più al mito che alla realtà, come vedremo.

 

Il Tempio di Apollo

Tra i templi dell’acropoli emblematico è l’originario tempio, oggi detto di Apollo, che anticamente doveva essere consacrato ad Era, come alcuni ritrovamenti statuari potrebbero suggerire. In ogni caso, Augusto lo fece riedificare e consacrare al dio, in quanto anch’esso citato direttamente nell’Eneide. Virgilio narra, infatti, che Enea avesse visitato un tempio cumano costruito nientemeno che da Dedalo, il leggendario architetto del labirinto del Minotauro a Creta. Il mito racconta che Dedalo, in quanto conoscitore dei segreti della costruzione, vi fu racchiuso insieme al figlio Icaro, sì che non potesse rivelarli a nessuno. L’architetto, tuttavia, escogitò un geniale piano di fuga: adagiò delle piume di uccello al proprio corpo e a quello di Icaro, fissandole con della cera. Il vento sollevò in aria i due uomini, che presero a volteggiare nel cielo e ad allontanarsi dal labirinto. Tuttavia Icaro, preso dall’ebbrezza del volo, si avvicinò troppo al sole in modo che la cera si sciolse ed egli precipitò. Dedalo, al contrario, si salvò e, come narra Virgilio nel libro sesto dell’Eneide, consacrò le sue ali di cera ad Apollo, edificando l’antico tempio di Cuma [3]:

 

È fama antica
Che Dedalo, di Creta allor fuggendo
Ch’ebbe ardimento di levarsi a volo
Con più felici e con più destre penne
Che ’l suo figlio non mosse, il freddo polo
Vide più presso; e per sentier non dato
A l’uman seme, a questo monte alfine
Del Calcidico seno il corso volse.
Qui giunto e fermo, a te, Febo, de l’ali
L’ordigno appese, e ’l tuo gran tempio eresse

 

Cuma
Resti archeologici del Tempio di Apollo

Il Tempio di Giove

Ancora sull’acropoli era situato l’imponente Tempio di Demetra (V secolo a.C.), divinità sommamente sacra ai cumani, ricostruito ex novo in età augustea ed oggi chiamato impropriamente Tempio di Giove. Tale costruzione subì infine la sorte che parimenti spettò a molti templi di età classica: fu reimpiegato come cattedrale cristiana (VI secolo circa), con la dedica a San Massimo martire. Per tale ragione, è oggi ancora riconoscibile l’impianto basilicale a cinque navate e un grazioso fonte battesimale circolare.

Resti del Tempio di Giove. Si noti l’opus reticolatum del rifacimento di epoca augustea

 

Quest’ultimo rappresenta un vero unicum nel suo genere, in quanto era prevalente l’architettura simbolica dell’ottagono. Gli otto lati rappresentavano, infatti, i sette giorni della creazione ai quali si aggiungeva il giorno eterno. Il fonte battesimale, forse in origine provvisto di copertura a baldacchino, è ridotto alla sola vasca con finiture in marmo. La sua collocazione, antistante ai resti delle navate, potrebbe suggerire la presenza di un nartece nell’antica cattedrale. Il nartece nient’altro era che l’atrio di “purificazione” per i catecumeni, i quali dovevano ancora essere battezzati e pertanto non potevano accedere alle navate.

 

Il Tempio di Giove; in primo piano la vasca battesimale di epoca paleocristiana

 

L’antro della Sibilla

Oggetto di innumerevoli studi e ipotesi è invece la spelonca artificiale presso l’acropoli, che la tradizione riconosce come l’Antro della Sibilla Cumana. Restando ferma la fonte narrativa, mitica, dell’Eneide virgiliana, è necessario chiedersi se vi sia un riscontro storiografico rispetto a tale ipotesi. E se così non fosse, il passo ulteriore è focalizzare su cosa sia esattamente l’Antro cumano. Poco poeticamente, si tratta di un tunnel scavato nel tufo, alto cinque metri e di forma trapezoidale, verosimilmente per motivi statici.  La lunghezza complessiva del canale è di circa centotrenta metri, terminando lateralmente in una stanza squadrata.

 

Antro della Sibilla, vista interna

 

L’attribuzione come Antro della Sibilla dovette radicarsi in seguito alla sua scoperta, ad opera dell’archeologo Amedeo Maiuri, nel 1932. E’ probabile che la galleria, sin da subito, ricordò il luogo descritto da Virgilio nel libro sesto dell’Eneide:

 

E là dov’era la spelonca immane
De l’orrenda Sibilla, a cui fu dato
Dal gran delio profeta animo e mente
D’aprir l’occulte e le future cose.

 

In realtà, approfonditi studi di carattere archeologico hanno smentito che l’antro di Cuma potesse realmente essere la casa della Sibilla. Costruito intorno al VI secolo a.C., con ogni probabilità esso è da collocare tra le strutture militari che all’epoca attorniavano la città. Con buona pace del mito, esso assurgeva meramente a scopi difensivi, volto a proteggere l’acropoli e il porto di Cuma. Il tunnel, infatti, permetteva di raggiungere il terrazzamento superiore, sul quale venivano collocate le macchine da guerra a lunga gittata. Tuttavia, l’attribuzione dell’Antro come il luogo dove la Sibilla acclarava il destino degli uomini ha continuato a diffondersi, non senza un’ineguagliabile dose di fascino.

 

La Sibilla di Cuma: mito o realtà? Lo studio delle fonti storiche

Persino l’esistenza stessa della Sibilla Cumana è tuttora oggetto di interessato confronto tra gli archeologi e gli storiografi. La sua attività di profetessa è tramandata attraverso fonti storiche indirette o di dubbia attribuzione, perlopiù di carattere mitico e narrativo. Virgilio scrive circa la sibilla in due differenti componimenti, nella già citata Eneide, libro sesto, e nel più antico le Bucoliche, IV egloga [4]:

 

     L’ultima età del cumeo carme appressa:
Ecco, un grande rinasce ordin di tempi;
Già ritorna la Vergine, ritorna
Insiem con essa di Saturno il regno;
E dal ciel nova stirpe alto discende.
Tu, al nascente fanciullo, onde avrà fine
La ferrea gente e una progenie d’oro
Per tutto il mondo sorgerà, sorridi.
Casta Lucina: Apollo tuo già regna.

 

Nella Metamorfosi di Ovidio, libro XIV, la Sibilla Cumana racconta ad Enea di come Apollo, invaghitosi di lei, si fosse offerto di esaudire qualsiasi richiesta in cambio del suo amore. La sibilla, tuttavia, decise di conservare la verginità e chiese tanti anni quanti granelli di sabbia potessero essere stretti nel pugno dì una mano. Ella, tuttavia, dimenticò di demandare che ogni anno fosse di giovinezza, disperando di doversi vedere inesorabilmente invecchiare nel tempo per mille anni, sino a divenire decrepita [5]:

 

Misera me, non seppi il dono usare
Del biondo Dio, che ’l tempo ne governa:
Che se saputo havessi io dimandare,
Viver fatto m’havria giovane eterna.
Ottenni il don, ne volli contentare
Lo Dio de la maggior luce superna.
Et egli à fin ch’al suo voler mi pieghi,
Cosi di novo à me porge i suoi prieghi.

 

 

La sibilla nella tradizione antica

Virgilio e Ovidio ricalcano fedelmente la tradizione ellenistica delle sibille. Come specificato, si trattava infatti di vergini che avevano consacrato la loro vita ad Apollo, ricevendo in cambio il dono dei poteri divinatori. La stessa etimologia greca del termine sibilla potrebbe indicare una “vergine nera”, nell’accezione di enigmatica, oscura.  Esse vivevano in luoghi angusti e misteriosi, nei pressi di sorgenti d’acqua, cibandosi di foglie d’alloro. Le profezie nascevano da uno stato di furor, d’invasamento mistico, si dice dovuto a vapori esalati dai luoghi in cui dimoravano.

Famosa era la Sibilla di Delfi, figura complementare a quella della sacerdotessa Pizia dell’Oracolo [6]. Ciò nondimeno, i responsi oracolari erano annunciati in forma orale, mentre quelli sibillini rimanevano legati ad una sorta di “scrittura enigmatica”, apposta in genere su foglie, che necessitava d’interpretazione. Tali testi, a volte detti sibillini, avevano un carattere universale, vertevano cioè su tematiche che trascendevano il singolo contesto culturale. Deve esser questa la ragione per la quale la figura simbologica della sibilla è rimasta pressoché immutata lungo i secoli. Persino l’avvento del Cristianesimo non ne ha inficiato il ruolo, ma ha intravisto nelle oscure profezie l’annuncio della venuta del Cristo.

 

La Sibilla Cumana nella volta della Cappella Sistina a Roma, Michelangelo Buonarroti.

 

Le sibille entrarono dapprima nel grandioso corpus della mitologia greca attraverso l’opera di Euripide e Aristofane, Eraclito di Efeso, Platone, per poi valicare i confini del mondo antico. Il poeta romano Varrone, infatti, ne elencò almeno dieci, tra cui compare proprio la Sibilla Cumana, appellata come Demofile, Erofile o Amaltea.

 

Le fonti greche sulla Sibilla di Cuma

Riguardo la concordanza delle testimonianze, risulta evidente che gli scrittori romani dovessero avere fonti storiche greche da cui attingere, circa il mito della Sibilla cumana. In effetti, già lo scrittore greco Licofrone di Calcide (IV-III secolo a.C.) aveva citato la Sibilla nell’Alessandra. Parimenti aveva fatto Eraclito di Efeso negli aforismi oracolari (VI-V secolo a.C.), i cui resti dell’opera appaiono piuttosto frammentari. A questi bisogna aggiungere due autori del III secolo a.C. d’incertissima agiografia, l’autoctono Iperoco di Cuma e lo sconosciuto trattatista aristotelico del De mirabilibus auscultationibus (DMA) [7]. Quest’ultimo, in particolare, è la fonte più antica che attesti l’esistenza di una Sibilla a Cuma. Si fa qui riferimento ad una profetessa vecchissima, chiamata Melancraira, che viveva in un ipogeo.

Ciò nondimeno, l’intero complesso delle fonti storiche appare piuttosto vago, ricalcando di fatto un archetipo della sibilla, probabilmente radicato nel tempo attraverso una tradizione orale. A primo acchito, è evidente come gli autori, nel tempo, abbiano teso ad una narrativa che rielaborava più o meno fedelmente quella dei predecessori. Ciò ha condotto ad un insieme di scritti indiretti, cui manca l’attributo della storicità. Le primissime fonti, altresì, appaiono troppo frammentarie e incerte. Pertanto, è impresa ardua riuscire a definire una verità oggettiva circa la reale esistenza della sibilla, mancando di fatto anche un reale riscontro di carattere archeologico. La ricerca di testi attendibili e diretti, in futuro, potrebbe essere la chiave per venire a capo di tale mistero.

 

I Libri Sibillini

Capitolo a parte meritano i cosiddetti Libri Sibillini, la cui storicità è invece comprovata, ma che solo la tradizione ricollega alla Sibilla Cumana. In particolare, lo scrittore romano Aulo Gellio, nelle Noctes Atticae, tramanda che un’anziana donna si fosse recata a Roma per vendere a Tarquinio il Superbo i suoi nove libri di vaticini. Il re considerò il prezzo troppo esoso e rifiutò. L’anziana, a quel punto iniziò a bruciare i libri finché, rimastine soltanto tre, Tarquinio il Superbo li acquistò per la stessa cifra richiesta in principio. I libri, detti Sibillini, furono conservati all’interno del Tempio della Triade Capitolina sul Campidoglio e gelosamente custoditi. Certamente i manoscritti dovevano essere davvero ivi collocati, giacché Svetonio riporta che andarono perduti durante un incendio nell’83 a.C.. L’Imperatore Augusto, come fatto per la ricostruzione di Cuma, decise di raccogliere un insieme di testi oracolari tramandati a voce o in templi, per rinvigorirne il mito e la memoria. I nuovi Libri Sibillini vennero posti sul Tempio di Apollo Palatino dove restarono almeno sino al V secolo [8].

Piuttosto labile, anche in questo caso, è l’associazione tra i libri e la Sibilla di Cuma, essendo molto postuma ai primitivi testi. Con ogni probabilità fu lo stesso Augusto a promuoverne il mito, considerazione che ben spiega la scelta di collocare le nuove raccolte proprio in un tempio dedicato ad Apollo.

 

Samuele Corrente Naso

 

 

 

NOTE

[1] Geographia, Strabone: “Dopo queste città c’è Cuma, colonia antichissima dei Calcidesi e dei Cumani, la più antica fra quelle di Sicilia e d’Italia”. [2] Eneide, libro terzo e sesto, Virgilio. [3] Traduzioni a cura di Annibale Caro. [4] Traduzione di Mario Rapisardi. [5] Traduzione di Giovanni Andrea dell’Anguillara. [6] Pausania. [7] Riti oracolari a Cuma nella tradizione letteraria di IV e III secolo a.C, Gabriella Vanotti, in Sibille e linguaggi oracolari. [8] Augustus, Svetonio.

 

 

 

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