Il libero arbitrio e i simbolismi di Trento

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La vita è costellata di numerosi avvenimenti che ne modificano irrimediabilmente il corso, spesso con conseguenze imprevedibili. A volte tali accadimenti finiscono per influire sulle scelte che l’essere umano è chiamato a compiere. Gli imprevisti hanno il sentore di un destino ineluttabile, davanti al quale egli si sente impotente come un marinaio su una barca in tempesta.

La condizione esistenziale dell’uomo medioevale non doveva essere dissimile da quella odierna. Tuttavia, assai differente era la significazione che gli antichi attribuivano al dispiegarsi degli eventi. Oggi, infatti, l’attitudine predominante è quella di un approccio razionalistico. L’essere umano moderno è abituato a ragionare in termini di probabilità o caso, eredità del positivismo di Comte e dell’Illuminismo. Nel Medioevo cristiano, invece, si dava una maggiore importanza a ciò che veniva definita come la “volontà di Dio” nell’ambito di un dibattito teologico davvero rilevante. Esso riguardava sostanzialmente l’esistenza o meno della predestinazione: in che misura è l’uomo a guidare il proprio destino e in che misura, invece, gli eventi e l’esistenza stessa sono predeterminati da Dio. Riuscire a distinguere il limitare tra le due tesi è chiaramente un’operazione razionalmente impossibile. 

Nel corso della storia tale questione è stata oggetto di dibattiti, riforme e concili, assumendo una dimensione di fondamentale importanza. 

Forse per caso (oppure no), tutti questi interrogativi si intrecciano straordinariamente con un luogo in particolare. Un luogo che fu teatro di un importantissimo concilio della Chiesa Cattolica, ma che già da diversi secoli portava i segni di questo affascinante dilemma: Trento. 

 

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Vista su Trento dalla loggia gotica del Castello del Buonconsiglio

 

Trento, il Duomo e i simbolismi

La Cattedrale di San Vigilio, con la sua imperiosa struttura a croce latina, domina una delle piazze più caratteristiche d’Italia. La parte posteriore della chiesa è, infatti, posta in adiacenza al Castelletto e al Palazzo Pretorio, costituendo un complesso monumentale dalla struttura sinuosa e armonica, intorno alla quale è racchiusa la piazza. 

 

 

La storia del Duomo di Trento è indissolubilmente legata a quella del martire tridentino Vigilio, il quale consacrò la vita a Dio per diffondere il messaggio di amore cristiano tra i pagani. Pagò con la morte (405 d.C.) la sua opera di evangelizzazione allorché decise di far abbattere una statua del dio pagano Saturno, protettore dell’agricoltura. Fu pertanto lapidato dai contadini che temevano la vendetta della divinità.

Il corpo di San Vigilio fu deposto in un’antica basilica romana, fatta costruire da lui stesso al fine di onorare tre missionari. Essi lo avevano assistito nell’opera di evangelizzazione: Sisinnio, Martirio e Alessandro. Ottocento anni più tardi (1212), il vescovo di Trento, Federigo Vanga, affidò al costruttore Adamo D’Arogno il compito di avviare i lavori per l’edificazione di un edificio più consono a celebrare la grandiosità del santo. I lavori si protrassero per oltre un secolo, durante il quale si succedette una lunga serie di maestri comacini, il cui contributo è tutt’oggi ben identificabile. 

 

I resti dell’antica basilica presso la cripta

 

Il Duomo di San Vigilio

L’attuale Duomo è infatti in stile pienamente romanico, a croce latina con transetto. A livello della cripta si conservano i resti della primitiva basilica di San Vigilio. La facciata, a capanna, si apre attraverso un portale centrale e un ampio rosone circolare. Sulla destra si eleva l’imponente campanile dai tipici stilemi del medioevo tridentino.

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La facciata del Duomo di San Vigilio

 

Internamente l’edificio si presenta austero, dai toni soffusi e carichi di mistero. La luce che si dipana nell’ambiente attraverso il rosone scandisce il ritmo delle campate lungo tre navate.

 

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Particolare degli interni

 

Il libero arbitrio, la fortuna e i simbolismi del Duomo di Trento

Nessun altro luogo come il Duomo di Trento s’intreccia con i fondamentali interrogativi che gli uomini del Medioevo si ponevano circa il libero arbitrio. L’edificio racchiude, infatti, alcuni importanti simbolismi riconducibili alle maestranze comacine del XIII secolo.

In particolare, presso uno dei portali laterali del transetto destro, e incastonate su una monofora absidale, si innalzano alcune colonne annodate. Il simbolismo della colonna annodata è talvolta rinvenuto in edifici sacri, prevalentemente dell’area del romanico lombardo. Tra questi si citano Ferrara, dove è accertato il contributo dei maestri comacini, e Modena.

 

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Il portale con la Colonna annodata

 

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La colonna annodata

 

Particolare del fregio presso la colonna

 

 

La colonna annodata è un antico riferimento alle mitiche colonne di rame del Tempio di Salomone a Gerusalemme, Jachim e Boaz. Esse vengono descritte nel Libro biblico dei Re (7,15-21). Durante il Medioevo il simbolismo fu reinterpretato secondo la dottrina della Santissima Trinità, in particolare due colonne, il Padre e il Figlio, sono legate tra loro per mezzo di un nodo, che rappresenta lo Spirito Santo. Allo stesso tempo, le colonne annodate raffigurano il legame inscindibile che c’è tra l’uomo e Dio. Questo implica una riflessione, da parte dei suoi ideatori, circa il libero arbitrio dell’uomo; dove è situato il limite tra ciò che fa l’uomo e ciò che fa Dio? 

 

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Monofora absidale: si notino le colonne annodate

 

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Baldacchino del Duomo di San Vigilio, ove spicca l’affine simbolismo delle colonne tortili

 

La Ruota della Fortuna

Sul transetto sinistro, inoltre, è situato forse l’elemento architettonico più caratteristico del Duomo di Trento, straordinario rosone di fine Duecento, il quale riprende mirabilmente la questione. La peculiarità della Grande Rosa è, infatti, quella di raffigurare un tema classico dell’iconografia medioevale. Si tratta del famoso e affascinante simbolismo della Ruota della Fortuna. Essa è composta di dodici raggi che convergono centralmente su una figura antropomorfa: la personificazione della fortuna. Intorno alla ruota si dispongono, invece, alcune rappresentazioni di uomini che figurativamente ruotano in una direzione o nell’altra. Tali personaggi possono muoversi verso l’alto, laddove è situato Dio in trono, oppure ruotare verso il basso e procedere in direzione degli inferi. La fortuna può determinare la direzione del Paradiso oppure della dannazione eterna. 

 

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Il transetto sinistro del Duomo

 

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La Ruota della Fortuna di Trento

 

Dettaglio del rosone dall’interno del Duomo

 

Bisogna tuttavia ribadire come l’accezione medioevale della fortuna non corrispondesse a quella contemporanea, assoggettata al caso o alla probabilità, ma essa era il segno della volontà di Dio. E’ indubbio che su di essa si concentrarono i più importanti interrogativi teologici dal Medioevo sino all’età moderna: in concreto, cos’è la volontà di Dio? 

 

Martin Lutero e la dottrina della predestinazione

Nell’Anno Domini 1503, presso la Santa Sede di Roma, salì al soglio pontificio Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere. Il papa neoeletto si prefisse di rinvigorire i fasti della Chiesa attraverso un’entusiastica opera di arricchimento artistico e architettonico della città eterna. Si pensi, ad esempio, alla decorazione della volta della Cappella Sistina, che fu commissionata al giovane Michelangelo oppure alla meravigliose stanze degli appartamenti vaticani, che furono affrescate da Raffaello e dai suoi collaboratori.

In campo architettonico, Giulio II prese una delle decisioni storiche che avrebbe cambiato, nel giro di qualche anno, il corso della storia. Il Papa affidò a Donato Bramante il progetto dell’abbattimento della vecchia Basilica Constantiniana di San Pietro e l’edificazione di una nuova e imponente costruzione. La Basilica di San Pietro, che oggi conosciamo, richiese ben 120 anni (1506-1626) per la sua edificazione e ingentissimi capitali. Per far fronte alla mostruosa richiesta economica che la fabbrica di San Pietro richiese, fu trovato un pericoloso escamotage, che riguardò la cosiddetta vendita delle indulgenze. I fedeli erano invogliati a lasciare un’offerta in cambio di uno sconto degli anni che avrebbero dovuto trascorrere in Purgatorio.

 

Martin Lutero e la Riforma

Questa pratica fu da alcuni accettata ma da altri radicalmente rifiutata, sino a provocare un grande scandalo. La vicenda finì per sfociare nell’aperta dissidenza da parte di alcuni membri dello stesso clero. Tra questi un monaco tedesco, Martin Lutero, che affisse 95 tesi contro la vendita delle indulgenze presso la Cattedrale di Wittemberg (1517). Tale evento segnò l’inizio della Riforma Protestante, uno dei cui principi-chiave fu proprio la dottrina della predestinazione. La Riforma Luterana, la quale sancì l’inizio di uno scisma, aveva come ulteriori cardini teologici il rifiuto della gerarchia ecclesiastica, dell’autorità del Papa e il rinnegamento della tradizione della Chiesa. Martin Lutero rivendicava il principio della sola scriptura: la relazione tra l’uomo e Dio si attua direttamente per mezzo della Bibbia, senza bisogno dell’intermediazione del  clero.

La salvezza, parimenti, deriverebbe soltanto dalla grazia di Dio, contrariamente a quanto affermato dall’apostolo Paolo [1], il quale afferma la duplice importanza delle opere e della fede.

In conseguenza di ciò, fu teorizzata la Dottrina della Predestinazione, secondo la quale Dio stabilisce a priori la salvezza dell’uomo. Fin dalla nascita ogni individuo, secondo i Protestanti, sarebbe destinato da Dio al Paradiso o alla dannazione eterna. I fatti, pertanto, rappresenterebbero il segno di una volontà superiore predeterminata; una vita serena indicherebbe la predestinazione al Paradiso. 

 

Il Concilio di Trento

Tale interpretazione fu respinta dalla quasi totalità degli apologeti della Chiesa. Se Dio mettesse al mondo l’uomo, pur sapendo che esso sia destinato all’inferno, sembrerebbe più simile ad un mostro che ad un principio divino e creatore. Dio, infatti, è amore infinito e non può generare il male. 

Ciò nondimeno, la Riforma luterana ebbe un enorme impatto sulla vita politica e sociale dell’Europa del tempo. Tuttalpiù che la Chiesa cattolica di Roma non dovette passare un periodo piuttosto felice.  Appena dieci anni dopo, nel 1527, la città eterna dovette fare i conti con il sacco di Roma, ad opera delle truppe dei lanzichenecchi. Tale fatto sembrò compromettere  la stabilità del già fragile Stato della Chiesa. Il soglio pontificio impiegò 18 anni per riprendersi dagli eventi dei primi decenni del Cinquecento, e organizzare un fondamentale concilio proprio a Trento. La scelta della città fu dettata dalla spinta dei principi-vescovi, Bernardo Clesio e Cristoforo Madruzzo. A quel tempo, Trento era infatti un principato vescovile, nonché un’importante fortezza del cattolicesimo. Appare tuttavia singolare che il Concilio, che dovette discernere sulla predestinazione, si svolse proprio nella città della Ruota della Fortuna e delle colonne annodate.

Il Concilio, tenutosi all’interno del Castello del Buonconsiglio e presso il Duomo di San Vigilio, perdurò per ben 18 anni (1545-1563), comprese le interruzioni. 

 

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Il Castello del Buonconsiglio

 

Le affermazioni teologiche del concilio

Il concilio ribadì l’importanza della Chiesa come intermediario tra Dio e l’uomo, in quanto vera ed unica custode delle Sacre Scritture. La corretta interpretazione dei testi biblici è possibile soltanto alla luce della tradizione cristiana, Cristo conferì l’investitura direttamente a San Pietro [1]. La Chiesa, pertanto, assicura la correttezza dei significati attribuiti alle Sacre Scritture. Il Concilio di Trento, inoltre, ribadì con forza la dottrina paolina della salvezza per mezzo della fede e delle opere. 

 

 

Esso infine sancì l’infondatezza della dottrina luterana della predestinazione. In particolare, fu sottolineata la centralità del libero arbitrio. Innanzi alle scelte di ogni giorno, è l’uomo a decidere e non vi è intervento predeterminato di Dio. Quest’ultimo agisce, invece, nei termini della provvidenza: volge al bene ciò che è male. 

 

Affreschi del Romanino, Castello del Buonconsiglio

 

Ciò nondimeno Dio è onnipotente e, sapendo ogni cosa, conosce anche le scelte dell’uomo prima che esse siano compiute. Ma ciò rappresenta una contraddizione in termini: come è possibile, allora, l’esistenza del libero arbitrio?  Fu San Severino Boezio, padre e martire della Chiesa, a illuminare le menti [3]: il problema è in realtà mal posto. Il paradosso nasce, infatti, da un’errata concezione del tempo, che viene assimilato a quello di Dio. La predestinazione è basata su un principio temporale: Dio determina o conosce prima del fatto o dell’avvenimento. Non ha senso parlare di continuum in relazione a Dio, in quanto il tempo proprio del Creatore è l’eternità;   Egli vede l’infinito in ogni istante.

Non il caso, né la predestinazione determinano la salvezza dell’uomo; piuttosto, la fatica e l’impegno nel ricercare il bene fanno girare la Ruota della Fortuna verso il paradiso. D’altro canto, a giudicare dall’eccezionale connubio intrecciatosi tra l’opera architettonica e quella di fede, a Trento dovevano saperlo molto bene.

 

Samuele Corrente Naso e Daniela Campus

 

NOTE

[1] 1 Cor 13 [2] Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli ingferi non prevarranno su di essa. (Matteo 16,18) [3] De consolatione philosophiae, libro  V

 

 

 

 

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