Longino e la tradizione dei Sacri Vasi di Mantova

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La città di Mantova costituisce un gioiello di inestimabile valore. Famosa per le sue grandiose dimore e le gentili opere d’ineguagliabile arte, essa rappresenta un unicum nel panorama artistico mondiale. Sede di un piccolo centro politico, essa fu governata dalla famiglia Bonacolsi e  in seguito dai celebri Gonzaga per almeno cinque secoli consecutivi. La gloria di Mantova crebbe di pari passo al rivelarsi dell’arte e delle sue nuove espressioni; dal Medioevo al Rinascimento, dal Barocco sino ai primi albori della modernità, la città lombarda fu dimora di alcuni tra i maggiori interpreti dell’epoca. Qui lavorarono artisti del calibro di Andrea Mantegna, il Pisanello, Leon Battista Alberti, Giulio Romano e altri. Il borgo contrappone le affascinati architetture civili, come palazzo Ducale, Castel San Giorgio, Palazzo Te,  ad altrettanto ammirevoli chiese e basiliche.

Tuttavia, altresì Mantova è  famosa poiché custodisce alcuni straordinari segreti. Tra questi è racchiuso forse il più mirabile sacro mistero del medioevo cristiano; nella Basilica di Sant’Andrea è infatti custodita una reliquia preziosissima. Essa è proprio la reliquia, in quanto incarnazione e manifestazione di Dio sulla terra; a Mantova si trova il Santo Graal, nell’accezione più larga del termine. Non si tratta, infatti, del leggendario calice dell’Ultima Cena, tanto cercato lungo i secoli dagli avventurieri, ma del sangue stesso di Gesù Cristo.

 

La tradizione del Santo Graal di Mantova

A Mantova la storia, le sacre scritture e il mito si fondono in un inimitabile unicum narrativo, laddove è necessario socchiudere gli occhi e proiettarsi con fede sul Monte Calvario. Qui un soldato romano di nome Longino trafisse il costato di Cristo sulla Croce, adempiendo le scritture che narravano come «Egli preserva tutte le sue ossa; non se ne spezza neanche uno [1]». Tradizione ebraica era, infatti, quella di spezzare le gambe dei malfattori in croce, per accelerarne la morte, giacché seguitava la Pasqua e i corpi dovevano essere inumati. Ma il Cristo era già morto; Longino si limitò a verificare il suo trapasso, con una lancia gli infilzò il costato. «Subito ne uscì sangue ed acqua [2]» e possiamo immaginare che questo stesso sangue si riversò sulla nuda terra del Golgota. Ciò narrano le scritture.

 

 

A questo punto incomincia il meraviglioso racconto della tradizione mantovana. Longino avrebbe raccolto la terra imbevuta del santissimo sangue e l’avrebbe trasportata proprio nella città Lombarda.

Longino, infatti, si era convertito e morirà martire cristiano nel 37 d.C proprio a Mantova [3]. Il corpo di Longino venne seppellito insieme alla reliquia nei pressi dell’odierna Basilica di Sant’Andrea.

La reliquia, insieme alle ossa del martire, fu rinvenuta solamente nell’804; si narra che Andrea apostolo apparve ad un fedele indicandogli l’esatto luogo. Tuttavia, essa dovette essere nuovamente nascosta a causa dell’invasione della città da parte degli Ungari. Al secondo ritrovamento, Beatrice di Lotaringia (madre di Matilde di Canossa) ordinò di costruire una Basilica intitolata a Sant’Andrea, è il 1046. Il 2 dicembre del 1340 papa Innocenzo VI canonizzò Longino.

 

La Basilica di Sant’Andrea

La basilica di Sant’Andrea fu massicciamente ristrutturata a partire dal 1472 su progetto dell’architetto rinascimentale Leon Battista Alberti. Il promotore di tale rifacimento fu Ludovico III Gonzaga, il quale ritenne necessario un ampliamento dell’edificio per ospitare i numerosissimi pellegrini che accorrevano a Mantova per venerare la sacra reliquia del sangue di Cristo. Essa presenta croce latina a navata unica; splendida è la facciata, che l’Alberti progettò ispirandosi ai più alti canoni dell’antichità classica. Essa richiama le fattezze di un arco trionfale romano, a fornice unico e inquadrato da paraste corinzie. In particolare, è significativa l’ispirazione fornita dall’Arco di Traiano di Ancona, realizzato nel secondo secolo dopo Cristo dal celebre architetto Apollodoro di Damasco.

 

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La facciata di Leon Battista Alberti

 

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L’interno della basilica

 

La basilica contiene al suo interno straordinarie opere d’arte e cappelle. Tra queste, la cappella di San Giovanni ospita la tomba di Andrea Mantegna, nonché due sue opere tarde, la Sacra Famiglia con la famiglia del Battista e il Battesimo di Cristo.

 

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La tomba del Mantegna

 

A Sant’Andrea sono inoltre sepolti alcuni importanti duchi e marchesi dei Gonzaga.

Tuttavia, il fulcro dell”edificio è la regale balaustra ottagonale che ricalca, al pian terreno, la proiezione della cupola di Filippo Juvarra (1732). Essa delimita uno spazio sacro, esattamente sotto di essa si trova infatti la cripta, dove è custodita la preziosa reliquia del Sangue di Cristo. La balaustra è ottagonale e ciò non è un caso; al pari degli antichi battisteri paleocristiani, gli otto lati rappresentano i giorni della creazione e l’ultimo giorno, significazione della vita eterna. Qui, alcune lastre pavimentali rammentano i misteri di Cristo.

 

La cupola di Juvarra, vista interna

 

 

I Sacri Vasi di Mantova

Il Sangue di Cristo è posto, come da tradizione, in due Sacri Vasi d’oro, che sono custoditi inferiormente all’altare della cripta. Discendendo un’irta e stretta scala, alla quale si accede dal transetto sinistro, è possibile accedere al vano sotterraneo. La cripta è raggiungibile soltanto attraverso una apposita guida autorizzata e ci ha stupito il livello di sicurezza dei vani, che pare somigliare a quello di un caveau di una banca. Ma d’altronde, non vi è qui conservata la cosa più preziosa che esiste sulla terra? Il preziosissimo Sangue di Cristo e i Sacri Vasi sono infatti custoditi sotto l’altare della cripta. Essi non sono esposti alla pubblica vista, ma racchiusi all’interno di un antico forziere a tre strati di copertura!

Tale contenitore viene aperto una sola volta all’anno per l’ostensione della reliquia, al Venerdì Santo.  Tra l’accalcarsi disordinato della folla, sono necessarie ben dodici chiavi di sicurezza. L’apertura della cassaforte deve seguire un preciso rito: l’ordine di utilizzo delle chiavi non è casuale, ma ha una sequenza di utilizzo imprescindibile. Le stesse chiavi sono gelosamente custodite da quattro diverse personalità di Mantova. Se una di esse dovesse mancare all’appuntamento del Venerdì Santo, il forziere dei Sacri Vasi non potrebbe essere aperto.

L’altare della cripta sorregge delle esatte copie dei Sacri Vasi, questa volta di bronzo. Ai loro lati vi sono due statue: la personificazione della fede e quella della speranza. Sono solo due delle tre virtù cardinali, non si rappresentò la carità in quanto essa nient’altro è che lo stesso sangue di Cristo.

 

 

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La cripta

 

Lateralmente all’altare vi è la tomba di Vincenzo I Gonzaga.

 

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La tomba di Vincenzo I Gonzaga

 

La Rotonda di San Lorenzo

Strettamente collegata al ritrovamento della reliquia del Sangue di Cristo è la Rotonda di San Lorenzo in Piazza Erbe. L’edificio romanico risale al 1083 e fu voluto da Matilde di Canossa simile alla rotonda del Santo Sepolcro a Gerusalemme. La struttura dell’edificio pare richiamare quella di un templio romano a singolo giro di colonne (monoptero) almeno sulla pianta. Non è escluso che essa sorga proprio laddove fosse situato un templio pagano; non si tratta di una procedura insolita in epoca medioevale. 

 

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La Rotonda

 

Notevoli sono gli affreschi di epoca romanico-lombarda custoditi al suo interno.

 

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Interni della Rotonda

 

Palazzo Ducale di Mantova

Fulcro della vita politica e militare della città di Mantova era Palazzo Ducale. La dicitura «palazzo» non inganni; si tratta bensì di una vera e propria reggia, la sesta per dimensioni in Europa. L’edificio non fu concepito come un corpus unico, ma si andò via via espandendo negli anni, a partire dal XIII secolo. Dapprima la famiglia Bonacolsi e successivamente i Gonzaga, infatti, cominciarono ad aggiungere sempre più sezioni ed appartamenti. Soltanto nel 1556 l’architetto Giovanni Battista Bertani collegò tra loro tutti gli stabili, col risultato mirabile che oggi si può osservare.

Ciò nondimeno è possibile suddividere Palazzo Ducale in quattro nuclei, secondo un criterio storico. Alla Corte Vecchia, che comprende gli edifici più antichi, si contrappone la Domus Nova, opera di Luca Fancelli. La Corte Nuova, opera di Giulio Romano, ospita alcuni degli appartamenti più belli del complesso. Infine fanno parte del complesso di Palazzo Ducale la Basilica Palatina, edificata da Bertani, ed anche il celebre Castello di San Giorgio.

 

Il Palazzo del Capitano della Corte Vecchia

 

La Corte Vecchia

La Corte Vecchia era inizialmente costituita dai due edifici più antichi dell’intero complesso: il Palazzo del Capitano e la Magna Domus, entrambi edificati sotto i Bonacolsi. I Palazzi divennero proprietà dei Gonzaga a partire dalla loro ascesa al potere, correva l’anno 1328. Questa fu sostanzialmente la dimora dei regnanti sino al XV secolo, quando Ludovico III Gonzaga spostò la propria residenza nel castello di San Giorgio.

Del complesso faceva probabilmente parte anche la piccola chiesa di Santa Croce Vecchia dell’anno mille, distrutta da successivi rimaneggiamenti architettonici e ricostruita nel 1421 da Gianfrancesco Gonzaga.

La Corte vecchia di Palazzo Ducale non è soltanto il nucleo più vetusto e affascinante dell’intera reggia; è custode, infatti, di uno dei più straordinari ritrovamenti artistici di ogni tempo. Una scoperta intrisa di mistero e di leggenda, che richiama molto da vicino… cos’altro se non il Santo Graal?

 

Il Torneo-battaglia di Louvezerp

La tradizione mantovana legata al Santo Graal non si esaurisce con le reliquie della Basilica di Sant’Andrea. E’ datata al 1969 una scoperta destinata a rinvigorirne il mito e accendere gli entusiasmi. Dopo lunghe indagini condotte all’interno della Corte Vecchia, il sovrintendente Giovanni Paccagnini rinvenne alcuni dipinti del Pisanello che si credevano perduti. Antonio di Puccio Pisano, detto il Pisanello (1390-1455) fu uno dei maggiori artisti di quella corrente artistica del XV secolo denominata gotico internazionale o tardo gotico. Fu pittore di corte presso Mantova e qui dipinse uno dei suoi più celebri lavori: il Torneo-battaglia di Louvezerp.

L’affresco, a soggetto cavalleresco, fu realizzato tra il 1436 e il 1444 all’interno della Sala dei Duchi presso la Corte Vecchia di Palazzo Ducale. La sala fu pressoché dimenticata durante il Rinascimento, tanto che un cedimento delle travi del soffitto sembrava averla destinata irrimediabilmente all’oblio.  Almeno fino alla riscoperta del 1969, quando si è appurato che i dipinti fossero stati semplicemente ricoperti di calce. Il meticoloso restauro volto a rimuovere il sovrastante intonaco mise in luce il soggetto del ciclo pittorico. Si tratta della battaglia di Louvezerp, tratta dal racconto cavalleresco «Le roman en prose de Tristan [4].

 

Mantova
Il Torneo-battaglia di Louvezerp

 

 

Le valenze simboliche

Il tema dell’affresco di Pisanello racchiude in se enormi valenze simboliche. La battaglia di Louvezerp è l’ultimo scontro prima del quale Lancillotto e Tristano partono alla conquista del Graal. In generale, l’intero ciclo della letteratura arturiana è permeato dall’atmosfera mistica derivante dalla ricerca del Sacro Graal. Non è un caso che tale simbolismo debba comparire proprio a Mantova, già sede dell’importante reliquia della Basilica di Sant’Andrea. L’affresco del Pisanello sembra contestualizzare le vicende di re Artù proprio a Mantova, tant’è che pare raffigurare il Castello di San Giorgio alle spalle della scena di battaglia.

Tutto ciò certamente era volto ad esaltare le nobili origini della dinastia dei Gonzaga. Alla corte di Mantova si riteneva, infatti, che i regnanti avessero una mitica discendenza. Progenitore dei Gonzaga sarebbe stato Bohort, cavaliere del ciclo arturiano che la letteratura ricorda proprio per essersi onorevolmente distinto nella ricerca del Santo Graal. Un altro tassello che lega la città di Mantova al sacro calice di Gesù Cristo.

 

La Tavola Rotonda ed il Santo Graal del ciclo arturiano

 

La Domus Nova e i suoi misteriosi soffitti

La Domus Nova fu progettata e realizzata da Luca Fancelli nel 1480-1484. Ospita importati dipinti, tra cui La Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga di Rubens. Qui sono locate alcune tra le sale più affascinanti di Palazzo Ducale. Basti pensare alla Sala del Labirinto, così chiamata perché il soffitto mostra effettivamente un enorme labirinto scolpito. L’opera fu commissionata a seguito di una vittoriosa battaglia di Vincenzo I in Ungheria e riporta il motto di Francesco II Gonzaga: «Forse che sì forse che no». Tutto ciò è ineluttabilmente circoscritto da un certo alone di mistero. E’ possibile che il labirinto alluda allo stesso, sterminato, Palazzo Ducale, al pari di quanto avveniva per il celebre Palazzo di Cnosso a Creta? E per quale ragione vi fu inciso un motto così singolare?

Il simbolismo del labirinto doveva essere particolarmente rappresentativo per i Gonzaga, tanto che nel solo Palazzo Te (dimora d’otium dei Gonzaga) se ne contano altri dodici presso la Sala di Amore e Psiche.

«Forse che sì forse che no» parrebbe indicare la difficoltà di scelta dell’uomo dinnanzi alla prova del labirinto e alla vita in generale. In tal senso esso possiede una forte valenza esoterica, volta cioè alla ricerca di ciò che è ignoto. Particolarmente significativa è quindi la successiva Sala del Crogiuolo dove è riportato, sempre sul soffitto, il motto Me probasti domine et cognovisti me

Si tratta di una citazione biblica: il libro dei Salmi (138,1) riporta infatti

Mi hai messo alla prova, o Dio, e mi hai conosciuto

Esso indica il giudizio di Dio verso l’uomo che è sottoposto al crogiolo, alla prova e all’incertezza. Ancora una volta, il labirinto ne è mirabile metafora.

 

Il soffitto con il labirinto [a]

 

La Scala Santa di Mantova

Completano la Domus Nova l’Appartamento di Eleonora de’ Medici, moglie di Vincenzo I Gonzaga, e le cosiddette Catacombe in Corte. Il duca Ferdinando Gonzaga volle, infatti, una replica della Scala Santa proprio sotto il suo appartamento. La Scala Santa è una importante reliquia della Cristianità, anch’essa legata alla vicenda di Cristo, e forse non a caso. Si tratterebbe della scala salita da Gesù per recarsi innanzi a Ponzio Pilato, durante i tragici momenti che lo porteranno ad essere crocifisso. Una leggenda medioevale racconta che tale scala sarebbe stata trasportata a Roma da Sant’Elena, madre dell’Imperatore Costantino il Grande. In effetti, nei pressi della Basilica di San Giovanni in Laterano, vi è un’irta scalinata venerata come Scala Santa.

Questa è la scala che Ferdinando Gonzaga, già cardinale, volle riprodotta a Mantova. Curiosamente tali ambienti sono particolarmente angusti. Per tale ragione venivano appellati come l’Appartamento dei Nani, che peraltro erano abbastanza frequenti presso la corte dei Gonzaga, tanto da comparire in svariate pitture parietali.

 

La Basilica Palatina di Santa Barbara

La Basilica Palatina di Santa Barbara, essenziale nel suo lineare stampo rinascimentale, fu edificata da Giovan Battista Bertani nella seconda metà del XVI secolo. Essa funse da sostanziale Pantheon dei Gonzaga, giacché qui sono stati sepolti alcuni dei più importanti membri familiari, tra cui i primi tre duchi di Mantova Federico II, Francesco III e Guglielmo, oltre ai duchi Francesco IV, Carlo I e Ferdinando Carlo.

 

Il Castello di San Giorgio

Il Castello di San Giorgio fu voluto da Francesco I Gonzaga come roccaforte per la difesa del castro e della città. Già nel 1406 Bartolino da Novara ne completava il prospetto. Il castello è a pianta quadrata, i cui vertici sono rappresentati da quattro possenti torrioni. Circondato da un profondo fossato era pressoché inattaccabile, sebbene accessibile su tre lati tramite funzionali ponti levatoi.

In realtà la sua funzione di roccaforte non perdurò a lungo: circa cinquant’anni dopo, esso veniva trasformato in appartamenti ducali. Qui trascorse la sua vita Isabella d’Este, grande personalità del Rinascimento. Profonda amante dell’arte ella comandò di affrescare magnificamente il suo personale studiolo e le sale del castello. Tra queste  è d’uopo citare la famosa Camera degli Sposi di Andrea Mantegna.

 

Mantova
Il Castello di San Giorgio

 

Andrea Mantegna a Mantova

Nel 1457 il marchese di Mantova Ludovico Gonzaga, grande umanista ed appassionato delle arti classiche, invitò il pittore Andrea Mantegna presso la sua corte. Non si sarebbe trattato di una semplice visita di cortesia: il sodalizio tra l’artista rinascimentale e la città lombarda sarà duraturo e proficuo. Andrea Mantegna (1431-1506), nato di umili origini, aveva nel tempo sviluppato uno stile pittorico senza eguali. Improntato su una meticolosa ricerca prospettica e una straordinaria monumentalità figurativa, era all’epoca l’artista che più riscopriva, nelle suo opere, il mondo classico dell’antichità.

Già noti erano i suoi lavori padovani presso la chiesa degli Eremitani, dove aveva egregiamente decorato parte della cappella Ovetari, e il Polittico di San Luca per la basilica di Santa Giustina. A Verona, poi, stava dipingendo persino la pala principale della chiesa di San Zeno, la quale è ancora possibile ammirare in loco. Non può stupire, pertanto, la chiamata a Mantova da parte di Ludovico Gonzaga, deciso di far rivivere nella sua città un po’ di quel classicismo archeologico che tanto andava di moda durante il rinascimento.

Il Mantegna si trasferì a Mantova nel 1460, assumendo il ruolo di pittore di corte fino alla morte. Qui realizzerà alcune opere immortali, che lo condurranno sull’olimpo dei più importanti artisti di ogni tempo

 

La Camera degli Sposi

Andrea Mantegna incominciò la decorazione della Camera degli Sposi, sulla torre nord-est del Castello di San Giorgio, nel 1465. Ne risultò un’opera di grandissimo ingegno e straordinaria bravura artistica. Sebbene lo spazio a disposizione fosse limitato, il Mantegna letteralmente «sfondò» le pareti attraverso mirabolanti giochi d’illusione prospettica. Il ciclo di affreschi della Camera degli Sposi è una enorme e fastosa celebrazione della dinastia dei Gonzaga. In quell’anno, infatti, Francesco (1462) veniva eletto al grado cardinalizio.

 

Uno degli affreschi della Camera degli Sposi di Andrea Mantegna

 

Il Duomo di mantova

Il Duomo di Mantova sorge in prossimità di Palazzo Ducale. Fatto costruire da Franceso I Gonzaga, mostra una bellissima facciata mistilinea in marmo, opera di Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne. Tuttavia è l’interno che custodisce un’importantissima valenza storica ed architettonica. Nel 1545, infatti, fu ordinata una ristrutturazione dell’edificio, della quale si occupò Giuiio Romano. Poichè in quell’anno non correva buon sangue tra i Gonzaga e il papato, fu ordinato che gli interni della chiesa riproducessero lo schema della distrutta Basilica Costantiniana in Vaticano. L’antico edificio paleocristiano di Roma, infatti, era stato fatto demolire da Giulio II per l’edificazione dell’odierna Basilica di San Pietro.  

 

Mantova
La facciata di Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne

 

Mantova
L’interno, a cinque navate, riproduce l’antica Basilica Costantiniana di San Pietro

 

Conclusioni

Visitare Mantova non è mai soltanto un viaggio, è un percorso profondo attraverso la storia e la fede. Già meta di pellegrinaggio medioevale per coloro che non potevano raggiungere Gerusalemme, essa è un mirabile, vivente, memoriale. E’ un luogo di elezione: la città è punto di contatto tra ciò che è terreno e ciò che divino, tra la dimensione del reale e quella spirituale. Il leggendario Santo Graal, o il Sangue di Cristo custodito da Longino, sono forse il riflesso di una ricerca interiore. Giunti a Mantova, osserveremo della terra impastata di sangue, o ci inginocchieremo al cospetto di Dio? Perché chiunque trova il sacro calice e beve dalla sua coppa, ha la vita eterna…

 

Samuele Corrente Naso

NOTE

[1] Salmi 34,21 [2] Gv 19,34 [3] Ippolito Donesmondi, Historia Ecclesiastica di Mantova, 1612 [4] Löseth, 1891 [a] Di Klaus Graf – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28750888
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