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Il rito della taranta

Le ricerche dell’antropologo culturale Ernesto de Martino rappresentano un accurato e sorprendente studio sul fenomeno del tarantismo [1]. Tale nozione incorpora un sistema ideologico complesso che, nella credenza popolare, è legato ad una fantomatica patologia dovuta al morso della cosiddetta taranta, la Lycosa tarantula. Tale è il ragno di grandi dimensioni il cui morso si riteneva causasse depressione, melanconia, catatonia o deliri, dolori addominali e muscolari. Questa variegata sintomatologia colpisce principalmente le donne, e si manifestava in estate, precisamente durante il periodo della mietitura.

 

la taranta

XVII secolo, il gesuita Athanasius Kircher illustra la “taranta” del Salento.

 

 

Il rito della taranta

Per indagare tale bizzarro fenomeno, insieme ad un’èquipe di studiosi [2], De Martino organizzò una spedizione in Puglia tra il 1952 e il 1959. A Galatina, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, le donne che manifestavano i sintomi del tarantismo (le cosiddette “tarantate”) erano sottoposte ad un rituale di cura, così descritto dallo stesso studioso:

 “Il vano, l’unico della miserabile dimora, riceveva luce da una porta e da un finestrino così piccolo e così in alto che tutto sarebbe stato avvolto nella penombra se due candele non avessero, come potevano, diffuso nell’intorno il loro incerto chiarore. Addossato alla parete di fronte all’ingresso vi era un letto in disordine, il cui piano si inclinava verso il pavimento, come per favorire lo scivolare al suolo di qualcuno che non volesse o non potesse alzarsi con le sue forze. Al di sopra di questa stranissima alcova, alcune immagini sacre in una cornice di fiori di carta componevano alla parete un rustico altarino. Sul comodino, accanto al letto, quadri di San Paolo e San Pietro, e una boccia della miracolosa acqua di San Paolo, attinta dal pozzo di Galatina. […]

 

Lo scenario del rito

Per delimitare lo scenario del rito, ovvero il perimetro cerimoniale della danza, un ampio lenzuolo disteso su coperte copriva il pavimento del vano, e sul lenzuolo, in un angolo, un cestino per la raccolta delle offerte, e immagini di San Pietro e San Paolo in colori vistosi. Qui nei limiti segnati dalla bianca tela si produceva la tarantata, anch’essa in bianco come la tela su cui danzava, la vita stretta da una fascia, la nera capigliatura tempostamente sciolta e ricadente sul volto olivastro, di cui si intravvedevano i tratti ostentatamente immobili e duri e gli occhi ora chiusi e ora socchiusi, come di sonnambola, mentre il chitarrista, il fisarmonicista, la tamburellista e il nostro barbiere-violinista si producevano a loro volta nella vibrante vicenda della terapia sonora.”

 

Il video-documentario di Gianfranco Mingozzi  “La Taranta”, realizzato su consulenza di Ernesto de Martino.

 

Il rito proseguiva fintanto che i suonatori, i quali scandivano il ritmo del cerimoniale, non erano più in grado di suonare, a meno che “Santu Paulu de le Tarante” non decidesse di intervenire per concedere la grazia alla tarantata. Il legame con la figura di San Paolo è dovuto all’intervento della Chiesa Cattolica, che nel 1700 circa introdusse un elemento dottrinale per arginare, in parte, il paganesimo del rituale.

 

La significazione del rito

Il rito della taranta costituiva una vera e propria terapia per guarire dal morso del ragno, nel quale la musica costituiva un importante elemento. Essa cadenzava i movimenti della tarantata, la quale idealmente finiva per personificarsi con il ragno. Difatti, essa dapprima muoveva la testa e le gambe, strisciando per il dorso, quasi come se fosse impossibilitata ad alzarsi. Successivamente, si alzava iniziando a sbattere i piedi per terra, come se volesse ammazzare il ragno.  In seguito, il rito si spostava verso la cappella di San Paolo, dove avveniva l’ultimo atto del rituale: la tarantata beveva l’acqua del pozzo adiacente alla cappella, e ripeteva un breve rito di danza-esorcismo. In ultimo, stremata, la donna stramazzava al suolo, mentre simbolicamente il ragno la abbandonava. Questo era il segno che san Paolo aveva concesso la grazia: la donna veniva guarita.

L’anno successivo il rituale si ripeteva, quasi come per voler scandire un ritmo calendarizzato.

 

 

Al di là della mera descrizione del fenomeno, de Martino prende a indagare le motivazioni profonde di questi rituali così particolari. Che cosa porta una donna a ballare seminuda, di fronte a tutta la comunità, fino all’annullamento del pudore e dei pensieri?

Si tratta soltanto di una manifestazione teatrale, o nasconde alcune motivazioni assai più serie?

Accurati studi, inoltre, hanno dimostrato come in Puglia esista affatto un ragno velenoso o che possa indurre la sintomatologia descritta nel tarantismo. Come spiegare le centinaia di donne che giuravano di essere state morse da un ragno grosso e peloso, simile in tutte le descrizioni?

 

La crisi e il concetto della presenza 

A tal proposito de Martino introduce il concetto della presenza. La presenza demartiniana è intesa come la capacità di preservare le esperienze al fine di sopravvivere ad una determinata situazione storica o personale. La crisi della presenza si configura pertanto come una crisi esistenziale. Essa è intesa come un “esserci” all’interno di in un contesto dotato di senso. Il rito aiuta l’uomo proprio a sopportare la “crisi della presenza” che esso sperimenta di fronte a un lutto o a un forte dolore. Il ripetersi del rituale, sempre uguale a sé stesso, crea quel contesto dotato di senso, all’interno del quale la comunità si prende carico della sofferenza del singolo.

Come applicare tutto questo al bizzarro rito del tarantismo?

De Martino lo spiega con chiarezza prendendo in esame il caso di una famosa “tarantata”, Maria de Nardò.

 

La storia di Maria de Nardò

”Maria era una raccoglitrice di tabacco e una spigolatrice, sposata da nove anni ad un contadino. Rimasta a 13 anni orfana di padre, al quale era particolarmente legata fu accolta con la madre, dopo la disgrazia, nella casa di uno zio successivamente in quella di una zia: essa aveva trascorso gli anni dell’adolescenza angustie d’ogni sorta. A 18 anni si era innamorata di un giovane, ma per ragioni economiche la famiglia di lui si era opposta al matrimonio, e il giovane l’aveva lasciata. Maria soffrì molto per quest’abbandono, poiché era al suo primo amore: ed ecco che «una domenica a mezzogiorno»fu morsa dalla taranta mentre era alla finestra, e fu costretta a ballare. Intanto su di lei aveva messo gli occhi una donna che aveva un figlio da sposare; Maria le sembrava una moglie possibile, anche se tarantata.

Madre e figlio accompagnavano talora Maria alla cappella di Galatina, per rendere omaggio al Santo, e in una di quelle occasioni la madre le chiese se avrebbe accolto il figlio per marito. Maria, che aveva ancora nel cuore il suo primo amore, non si pronunziò. Madre e figlio non si dettero per vinti, e continuarono a sollecitare la ragazza: intanto entrò in scena un nuovo personaggio, S. Paolo, che apparve a Maria e le comandò di non sposarsi, chiamandola a mistiche nozze con lui. Un giorno per far precipitare la situazione Maria fu condotta fuori paese, in una masseria, dove i due la attendevano: le proposero di ricorrere al solito mezzo in uso da queste parti per affrettare il matrimonio, cioè di scappare da casa e di convivere per qualche tempo “more uxorio”. Di mala voglia cedette alle insistenze e restò nella masseria.

 

La seconda pizzicata

Qualche mattina dopo Maria si alzò fiacca e disappetente, poco disposta a sbrigare le faccende di casa: il concubino le ordinò con modi un po’ bruschi di stirargli la biancheria, e ne nacque una piccola lite. Mentre si recava a casa di una vicina per restituire il ferro da stiro, incontrò per via i SS.Pietro e Paolo che le dissero: «Lascia stare il ferro e vieni con noi.» «E mio marito a chi lo lascio?» «Non ti preoccupare di tuo marito» fu la risposta. Era di domenica, a mezzogiorno, proprio nello stesso giorno e nella stessa ora in cui fu per la prima volta pizzicata dalla taranta ed ebbe la prima chiamata da S. Paolo.

Maria, dopo aver vagato per tre giorni per i campi fece ritorno presso i suoi: S. Paolo, scontento di lei perché aveva contravvenuto al suo ordine di non sposarsi, la lasciò pizzicare una seconda volta, costringendola a ballare per nove giorni. Il conflitto giunse ad un compromesso: Maria consentì alle nozze col nuovo pretendente — cioè con l’attuale marito —, ma al tempo stesso mantenne il suo rapporto stagionale con la taranta e col Santo, rinnovando crisi e ballo ogni anno (con l’intento di scoraggiare i due, giacché queste crisi sono “costose”), con spiccata elettività per i mesi caldi, per il periodo catameniale e per l’approssimarsi della festa di Galatina” .

 

 

Il contesto culturale del tarantismo

La storia di Maria de Nardò rivela chiaramente qual è il significato e il contesto culturale in cui si inserisce il fenomeno del tarantismo. Il morso del ragno si manifesta sempre in momenti di forte dolore o stress emotivo, a cui chiaramente le donne sono più soggette. In questi casi, vige infatti una sofferenza così forte che non può essere elaborata dalla persona sola. Il morso della taranta è il pretesto per riunire la comunità e ricreare quel contesto dotato di senso, che aiuta a superare il dolore. Per tale ragione, simbolicamente la donna personifica il ragno, balla secondo i gusti di quest’ultimo, e guarisce soltanto quando esso l’abbandona.

Talune volte la tarantata guarisce completamente, altre volte invece subisce numerose ricadute nel corso della vita. È questo il ri-morso: il ragno torna a mordere, poiché il dolore della tarantata non è stato ancora elaborato, ma si manifesta in un profondo senso di colpa, dispiacere, in un’insoddisfazione per le scelte di vita passate.

“È compito della cultura contrapporre alla destorificazione irrelata della crisi una destorificazione regolamentata del divenire, una destorificazione istituzionale che instauri un regime protetto, un ordine simbolico controllato, il cui orizzonte sia dato dal mito, e col quale è possibile entrare in contatto tramite il rito, un ordine metastorico di comportamenti.”  [Ernesto de Martino]

 

Samuele Corrente Naso, Daniela Campus

 

Note

[1] E. de Martino, Sud e Magia,1959; La terra del rimorso, 1961.

[2] Una psicologa, uno psichiatra, un medico, uno storico delle religioni, un etnomusicologo e un’antropologa culturale

 

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