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Campiglia Marittima: il Quadrato del Sator e una possibile simbologia templare

 

Il Mistero delle Lapidi di Campiglia Marittima

 Nella sua accezione più pura il mistero di rado lo si ritrova esposto alla luce del sole, bensì permane celato nelle sfaccettature, nelle profondità dell’esistenza. E, per quanto concerne la Pieve San Giovanni, definizione non potrebbe essere più calzante. L’edificio, infatti, appare oggi come il complemento di un camposanto antico, la cui essenza risiede, giustappunto, in ciò che non è più visibile. E sebbene tale post-figurazione storica sia piuttosto radicata in taluni cosiddetti studiosi, tanto da apparire scontata, in principio non era così: la Pieve e il cimitero non sono contemporanei.

Una prima attestazione sulla presenza di lastre tombali negli immediati dintorni dell’edificio, la troviamo solamente su uno statuto del Comune di Campiglia, allorché era fatto divieto far pascolare il gregge “sopra il cimiterio” nell’anno 1419. Inutili, pertanto, sono i tentativi di rintracciare lapidi antecedenti al periodo indicato, o peggio di retrodatare quelle già esistenti. Sebbene i sepolcri si estendano tutt’intorno la Pieve per decine e decine di metri, a una precisa schedatura, come sospettato, non v’è traccia di reperti lapidari più antichi del XV secolo. Questa constatazione è fonte di rammarico poichè pone un serio ostacolo al tentativo di carpire maggiori informazioni sulla vita (o sulla morte) di Matteo.

Le lapidi più datate, in ogni caso, dovevano in origine trovarsi all’interno della Pieve, per essere successivamente traslate all’esterno. Traversando il selciato di fronte la facciata, proprio a ridosso del portale principale, ci si imbatte infatti in due lastre tombali molto antiche, poste sullo stesso livello del camminamento.

 

Un lapide particolare

Una di esse presenta al centro uno stemma con scudo a mandorla e banda trasversale sovrapposta da tre scaglioni. Sulla lapide non vi è alcun tipo di scritta e sebbene siano state condotte svariate ricerche attinenti all’araldica, nessuno è mai riuscito ad identificare il casato a cui apparteneva il defunto. Questo fatto è piuttosto sorprendente, considerata l’importanza logistica che viene attribuita alla sepoltura. E’ possibile che essa appartenesse a una famiglia di cui è stata volutamente cancellata ogni traccia storica?

 

 Lapide nobiliare dal casato sconosciuto.

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 Un’altra, clamorosa, sepoltura è alloggiata proprio in asse al portale principale della Pieve, segno di una certa importanza del defunto. E’ blasonata con uno stemma molto particolare e chiacchierato, che non ha uguali. In esso appare una figura dalle sembianze umane, posta al centro. Il disegno, come l’intero scudo a mandorla per giunta, è estremamente deteriorato ma, ad un’attenta analisi (si veda altresì lo stemma di via Buozzi più avanti nella lettura), se ne scopre una caratteristica che ha del clamoroso. Si osserva, infatti, la presenza di genitali maschili in un corpo tipicamente femminile, un’associazione non casuale con possibili implicazioni storiche di un certo rilievo.

Lo scudo, quindi, racchiude sorprendentemente al suo interno un essere androgino dall’aspetto inquietante. La figura ha una mano su un fianco e con l’altra indica il numero tre. Posteriormente ad essa, infine, si intravede una trave o una banda araldica.

 

 

Sulla lapide, parallelamente ai bordi perimetrali, è incisa una preziosa informazione con caratteri neoromanici, la quale è piuttosto esplicativa sul casato dell’ospite. Dal catalogo collettivo dei beni culturali livornesi:

 

HIC IACET AI ISDOR(RI) / PETRI DE CAPILIA HOC OPUS FECIT FIERI BAR / TOLOMEUS PETRI ET FLORE(N) / TIUS MICHAELIS DE CAPILIA A.D. (M)CCC(…)IIII

 

Sappiamo, quindi, che un certo Bartolomeo di Pietro e Fiorenzo Michele di Campiglia siano i fautori della lapide e che il defunto risponda al nome di Isidoro di Pietro. Sebbene manchi un dettaglio importante nella datazione riportata, si suppone che la lapide appartenga al XV secolo.

 

Lo stemma dell’uomo androgino

 Ma non è finita qui. Sorprendentemente, uno stemma assai simile a quello dell’uomo androgino, analizzato poc’anzi, è murato a Campiglia su una parete esterna di una via del centro, in via Buozzi. Lo scudo a mandorla, questa volta, si trova in uno stato di conservazione ottimale, condizione che consente di osservarne i canoni nel dettaglio. La figura dell’essere androgino spicca al centro dello stemma, anteriormente a una banda trasversale non scaglionata. Si distinguono chiaramente i genitali maschili e i caratteri sessuali secondari femminili. La mano destra indica il numero tre alla maniera germanica, ovvero senza l’utilizzo del pollice, col palmo rivolto verso l’esterno.

 

Campiglia Marittima

 Nel centro di Campiglia Marittima, in via Buozzi, è presente uno stemma molto simile al precedente.

 

Campiglia Marittima

L’uomo androgino di Campiglia Marittima

 

Campiglia Marittima

La Piazza del Mercato di Campiglia Marittima, nei pressi di Via Buozzi

 

Superiormente allo stemma è riportata la data, coerente, del 1459 oltre al monogramma cristico YHS. Inferiormente è presente una scritta incisoria, la quale ci informa che:

 

HEC DOMVS ICETA FVIT DE MENSE IENUARII

 

“Le fondamenta di questa casa furono gettate nel mese di gennaio”.

 

Non altrettanto chiari sono invece i due simboli incisi ai lati dello scudo, che appaiono come un altro mistero nel mistero. Due monogrammi, perfettamente speculari tra loro, sono composti da linee con relazione di perpendicolarità. Ciò che sconcerta è che non sia mai stato chiarito che cosa stiano ad indicare. Taluni propendono per spiegazioni legate addirittura a rituali alchemici, altri tentano di decifrarne il significato ricorrendo a lingue orientali o all’etrusco. O forse, più semplicemente, essi indicano le iniziali del padrone di casa (E. M.).

 

Analisi simbologica

In generale, per quanto concerne la questione dell’uomo androgino, di primo acchito risulta molto difficile dare un’interpretazione simbolica a uno stemma così bizzarro. Tuttavia è lecito porsi alcune domande. In primis, a chi apparteneva? E soprattutto: perché una famiglia della nobiltà toscana scelse di essere rappresentata da un blasone così inusuale? Il suo doppio ritrovamento, infatti, potrebbe far supporre che dovesse appartenere a una famiglia di un certo spessore sociale, o quantomeno ad una congregazione di uomini piuttosto influente presso il borgo. Pertanto che cosa indica realmente l’uomo androgino?

A un confronto tra le datazioni riportate, la lapide sul selciato della Pieve San Giovanni e quella di via Buozzi risultano essere contemporanee o quasi. La forma a mandorla dello scudo e la presenza dei monogrammi, farebbero propendere per l’ipotesi che si tratti di un’effige ecclesiastica, e che il soggetto nudo posto centralmente sia Cristo, indicante la trinità con una mano. Posteriormente ad esso ci sarebbe una stilizzazione figurativa del palo della crocifissione. Tuttavia, non vi è la presenza di barba, di stimmate, di ferite al costato o della corona di spine, elementi tipici dell’iconografia classica del XV secolo. La figura è persino nuda, raffigurazione senza precedenti. Si tratta di un Cristo già risorto e glorioso, che racchiude in sè la totalità dell’essere?

Il collocamento storico e la peculiarità dell’uomo androgino, potrebbero altrimenti far supporre che lo stemma rappresenti una corporazione di scalpellini, o mastri costruttori, operanti nella zona. Alle spalle della figura principale ci sarebbe una trave e l’indicazione numerica del numero tre sarebbe assimilabile a un’espressione del computo digitale medioevale, avvalorando quest’ultima tesi.

 

Una simbologia gnostica?

 Le due ipotesi appena esposte, ciò nondimeno, non sono le uniche che tentano di gettare luce sul mistero dello scudo di Campiglia Marittima. Un’ulteriore interpretazione, in effetti, si è fatta prepotentemente strada tra gli studiosi. Essa parte dalla considerazione più o meno condivisibile che lo stemma presenti, per la sua stessa natura, un carattere più affine a un ambito esoterico-alchemico che a quello della sepoltura di un cristiano.

La scelta di una componente androgina su uno stemma, infatti, fa supporre un orientamento eretico più che dell’insegnamento biblico, laddove Dio “Maschio e Femmina lì creò” (Gen 1,27). La coincidentia oppositorum (in questo caso dell’essere uomo e donna allo stesso tempo) è un tema, infatti, assai frequente nel neoplatonismo e particolarmente ascrivibile ad alcune sette gnostiche del XV secolo. Tale era il periodo di fioritura alchemica in cui operavano celebri esoteristi come Marsilio Ficino, che appena nel 1463 traduceva il famoso Corpus Hermeticum.

Svariate correnti gnostiche, poggiando le loro dottrine su una visione libera e teologicamente errata del Vangelo, credevano nell’esistenza di un dualismo universale in cui Dio e il demonio combattevano a pari merito per la conquista delle anime. Tali interpretazioni derivavano dalla considerazione che un essere superiore e perfetto non avrebbe potuto creare un mondo imperfetto, dove esiste il male. Il Dio del vecchio testamento era identificato con Satana e il mondo intero (la creazione) sarebbe stato un totale inganno del maligno. Secondo gli gnostici l’uomo, perfetto e completo in principio, sarebbe stato quindi corrotto e scisso attraverso gli opposti, come l’essere maschio e femmina. Pertanto essi rifiutavano tutto ciò che appartiene al corpo materiale, come l’unione sessuale e matrimoniale.

 

Il casato sconosciuto

Lo stemma nobiliare presente sulla lapide antistante la Pieve San Giovanni potrebbe rappresentare, dunque, l’uomo non corrotto delle origini, secondo una visione gnostica, nel quale coesistono le opposte nature. Ciò nondimeno, a Campiglia Marittima, non è mai stata storicamente provata la presenza di una setta di tipo gnostico.

Altresì ricerche su un casato di ecclesiastici o scalpellini con tali effigi a Campiglia, nel periodo indicato, hanno dato esito negativo seppur conoscendo le generalità familiari: Petri. 

L’esistenza della lapide e dell’uomo androgino rimangono pertanto un singolare mistero. Che cosa rappresenta realmente lo stemma nobiliare di Campiglia e perché qualcuno ha scelto un’effige così inusuale e enigmatica? Stiamo indagando sulle spoglie di un alchimista o di un alto ecclesiastico del XV secolo?  E ancora: è possibile che le lapidi sul selciato della Pieve siano collegate alla sua stessa costruzione? Domande ancora senza risposta.

 

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