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Campiglia Marittima: il Quadrato del Sator e una possibile simbologia templare

La redazione di Indagini e Misteri pone la sua lente d’ingrandimento sugli straordinari enigmi di un piccolo borgo toscano, tanto antico quanto ricco di mistero. Il suo nome è Campiglia Marittima, il suo fascino innegabile.

All’interno delle mura medioevali, nella graziosa cittadina, si pongono interrogativi sorprendenti e ancora in cerca di risposte. A cominciare dalla presenza di un sinistro edificio, la Pieve San Giovanni, posto al centro dell’odierno camposanto, dalla scarna architettura  ma dalla simbologia fuori dall’ordinario. Sul perimetro esterno della costruzione sono situati, infatti, elementi stilistici clamorosi: incisioni sconosciute, misteriosi volti scolpiti, enigmatiche scritte, tra cui il discusso e inafferrabile Quadrato del Sator.

Chi ha edificato la Pieve San Giovanni e perché ci ha tramandato tutto questo?  E ancora: lapidi nobiliari dagli stemmi inquietanti, il mistero della Triplice Cinta e i Cavalieri Templari… è possibile che nel piccolo borgo toscano esistesse un insediamento nientemeno che del sacro Ordine del Tempio di Gerusalemme? 

La Pieve San Giovanni
La Pieve San Giovanni
Il Sator di Campiglia Marittima
Stemma nobiliare con al centro, forse, un uomo androgino
 Una Triplice Cinta rinvenuta presso la Rocca San Silvestro di Campiglia Marittima

Alla ricerca della Pieve di San Giovanni di Campiglia Marittima

E’ un assolato pomeriggio primaverile. Un turbine ventoso s’insinua, pure con fastidioso frastuono, all’interno della vettura in movimento, prendendosi beffa del finestrino appena calato. La strada per l’amena Campiglia Marittima, nel bel mezzo della Val di Cornia, appare piuttosto sgombra. Dalla base operativa in Maremma, viaggiamo verso la cittadina che fu del Granducato e dei Gherardesca prima ancora. Ci troviamo nell’entroterra toscano, ma non molto lontani dal mare che bagna la riviera e l’arcipelago.

A un tratto la via comincia a inerpicarsi con decisione. Campiglia Marittima si erge, infatti, su un ripido colle, e come deterrente al contagio malarico, e per essere più facilmente difendibile dalla brama espansionistica dei nemici. Considerata l’ultimo avamposto nelle lotte tra pisani, senesi e fiorentini, essa ancora mostra orgogliosa i segni, e l’indelebile memoria storica, delle violente lotte che si protrassero presso le sue mura sino al XVI secolo.

Cenni storici

Le origini del borgo di Campiglia Marittima, si perdono nello sforzo, tanto stoico quanto storico, di procedere temporalmente a ritroso. E sebbene presso l’attuale territorio comunale siano noti antichi insediamenti romani ed etruschi, Campillia è attestata con certezza solamente nel 1004, citata per la prima volta in un atto del conte Gherardo II della Gherardesca. Si evince, da tale documento, che il nucleo originale dell’abitato dovesse essere il castello di Monte Calvi, oggi chiamato “Rocca San Silvestro”.

La rocca San Silvestro

La fortificazione, edificata in origine a protezione delle sottostanti miniere di rame e piombo, rimase indipendente sino al 1158, quando passò sotto il diretto controllo di Pisa. Da quel momento l’influenza militare, politica e artistica di tale potente città, segnò in modo marcato il borgo di Campiglia Marittima. Evidentissime sono, infatti, le assonanze stilistiche tra talune costruzioni site a Campiglia e il celeberrimo romanico pisano, nato nei cantieri della Cattedrale di Santa Maria Assunta e poi diffusosi nel resto della Toscana. Ciò nondimeno, di maggior interesse artistico e simbolistico è in particolare un edificio del dodicesimo secolo, la Pieve di San Giovanni, povero nella sua architettura e posto al centro di un luogo antico, dove nulla muta.

 La Pieve San Giovanni al cimitero

Il cimitero di Campiglia Marittima

Il cimitero di Campiglia Marittima ci accoglie silenzioso e ospitale, mesto nel suo eterno invecchiare. Qui tutto è trascorso, tutto è presente. Un cancello d’ingresso divide la via dei miseri dal sentiero dei beati. E al termine dell’alberato viottolo, ecco stagliarsi imperiosa la Pieve San Giovanni a sovrastare i sepolcri, e posta come a guardia dell’antico camposanto. L’edificio, come fosse lì da prima che il Mondo fosse, s’innalza su un piano volutamente rialzato, da cui si domina la vallata, quella dei vivi beninteso.

Tuttavia parrebbe che quella di San Giovanni non sia la prima pieve edificata a Campiglia Marittima. Diverse attestazioni suggeriscono la presenza di un edificio preesistente dalle scarse annotazioni storiche. L’attuale Pieve, s’ipotizza, sostituì per ragioni di crescita demografica una precedente chiesa battesimale, forse intestata alla vergine Maria e situata nell’odierna frazione di Cafaggio. O forse, in merito alla sua costruzione, si nascondono motivazioni e moventi assai più complessi e legati, chissà, alla misteriosa simbologia che ne contraddistingue i tratti. Perché la Pieve San Giovanni non è solo un edificio di culto, né possiede una mera valenza architettonica, ma clamorosamente rompe i canoni artistici di ordinarietà che ci aspetteremmo nel suo contesto storico.

Ed ecco, pertanto, la presenza arcana e misterica di elementi sorprendenti. Volti scolpiti, scritte enigmatiche, incisioni murali, inquietanti lapidi nobiliari, testimonianze di segreti antichissimi…

 

 L’Enigma del Peccatore Matteo

Eppure, a un occhio superficiale, la Pieve San Giovanni, potrebbe apparire persino insignificante, scontata e la sua costruzione solo un mero esercizio architettonico di stampo romanico cistercense. E, ragionevolmente, se ci si ferma soltanto a osservare la scarna facciata e la pianta semplice a croce latina con una sola navata, se non si oltrepassa questo livello visivo, è impresa dura coglierne i meandri profondi del mistero. La prima percezione cognitiva è pertanto l’impronta forte di uno stile tanto caratterizzante quanto sfacciatamente povero: quello pisano dell’XI e XII secolo. Potremmo citare alcune tipiche espressioni di tale corrente artistica presenti nella Pieve San Giovanni, come la copertura a capriate o gli archivolti bicromi, per fare qualche esempio.

La Pieve San Giovanni
La Pieve San Giovanni. L’edificio è costruito con blocchi regolari in pietra calcarea grigia mentre la maggior parte dei fregi e delle decorazioni si presenta su pietra calcarea bianca. La facciata detta “a capanna”, di bozze di alberese squadrate, è piuttosto spoglia se non per il rosone centrale quadrilobato e il portale principale. Quest’ultimo è graziosamente sormontato da un architrave decorato con motivi vegetali e caratterizzato da una lunetta traforata. Un archivolto bicromo delimita la lunetta.
La Pieve dispone di un secondo ingresso in corrispondenza del portale sul lato sinistro. Splendido è l’architrave, sormontato da due leoni e un’aquila, raffigurante Cristo che sconfigge il maligno sotto forma di un enorme cinghiale. Si tratta di una rivisitazione in chiave cristiana della caccia di Meleagro, figlio di re Eneo. L’eroe greco avrebbe combattuto contro la dea Artemide infuriata e nelle sembianze, giustappunto, di un cinghiale devastatore. La fiera sarà uccisa ma anche Meleagro perderà la vita.
L’interno dell’edificio, un’unica navata trapassata dal transetto, appare quasi completamente scevro di decorazioni e sculture, se non per alcune geometriche figure sulla balaustra che cinge il presbiterio.

L’apparato simbolico della Pieve San Giovanni a Campiglia Marittima

Ponendo maggior attenzione, tuttavia, si scopre che assolutamente straordinario è invece l’apparato simbolico in parte celato all’esterno dell’edificio, che svaria dalla più singolare delle sculture alla più arcana incisione muraria. Antichi lasciti di un ingegnoso capomastro, forse, artefice di siffatta clamorosa costruzione.

A tal proposito estremamente degna di nota è un’iscrizione-firma rivelatrice presente sulla facciata della Pieve. Incisa su una lastra (168,5 x 27,5) e posta a circa tre metri di altezza sul paramento murale destro, recita:

             +MCSIII GR D HOC OPPOSUIT PE O FRS DEM ORATE UT EI DIMITTAT CMISSA PECCATA

L’iscrizione sulla facciata del Peccatore Matteo. Si noti l’esecuzione mediocre e irregolare dell’epigrafe. Ad un’attenta analisi si possono notare alcune lettere capitali o mistilinee (u) e onciali (e, d, m), tipico del periodo di transizione dalla stilizzazione romanica a quella gotica del XII secolo.
La parte della scritta CATOR MATHEUS, sebbene sia situata in un’altra pietra non lontana dalla precedente, fa parte della medesima incisione. L’autore ha chiaramente sbagliato l’impaginazione.

Chiaramente la frase deve qui essere completata tenendo conto delle abbreviazioni frequenti nelle incisioni medioevali, segnalate dagli opportuni accenti circonflessi:

+MCSIII GRAtia Dei HOC OPus ComPOSUIT PECATOR MATHEUS  O FRatreS DEuM ORATE UT EI DIMITTAT ComMISSA PECCATA

La traduzione, illuminante, “Per grazia di Dio questa opera realizzò il peccatore Matteo: fratelli pregate per lui, affinché Dio gli perdoni i peccati commessi”, ben rappresenta le intenzioni dell’autore.

L’autore dell’epigrade

Matteo è dunque il nome del capomastro che realizzò la Pieve con sapienza. Ciò nondimeno, non sappiamo perché si definisca pubblicamente “peccatore”, né è stato possibile conoscerne l’identità storica. Non è stata rinvenuta nessun’altra traccia della sua esistenza. Le cronache dell’epoca, pare, non lo citino né lo annoverino tra i mastri artigiani, e nemmeno esistono altre opere ascrivibili al nome di Matteo nel circondario di Campiglia.

In ogni caso, sebbene l’esecuzione stilistica dell’epigrafe sulla facciata risulti, in verità, piuttosto mediocre, è possibile da essa dedurre che il suo autore dovesse essere un uomo colto. La frase è, infatti, estremamente corretta da un punto di vista grammaticale e sintattico.
La richiesta finale dell’epigrafe “fratelli pregate per lui, affinché Dio gli perdoni i peccati commessi” potrebbe far supporre che Matteo appartenesse a un ordine religioso di stampo monastico, più che fosse un grande peccatore. Egli palesa la sua unica preoccupazione: di essere accolto in paradiso.

All’inizio dell’incisione è leggibile una data assai dubbia, con buona probabilità quella di ultimazione dei lavori di costruzione della Pieve San Giovanni:

MCSIII

 Insolito è quantomeno l’uso della S come carattere numerico latino, ma non eccezionale se consideriamo i nuovi “caratteri romani medioevali”, fioriti nei secoli precedenti l’XI. Tuttavia, vero oggetto di dibattito è il valore da attribuirle. La S potrebbe indicare un sei, un sette oppure il numero septuaginta (settanta), facendo variare di non poco la data di ultimazione della Pieve, che oscilla quindi tra il 1109, il 1110 o il 1173. Tuttavia assai più probabile delle altre è quest’ultima ipotesi, sia per il contesto storico in cui l’edificio è inserito sia per la somiglianza stilistica con opere di quel periodo. Citiamo a titolo di esempio la pieve di San Giusto a Suvereto del 1189, che presenta svariate analogie con quella di Campiglia Marittima.

Un’ulteriore iscrizione

Un’altra iscrizione presente sulla facciata, sul listello del portale principale e incompleta (vedi foto), ci indica forse uno sconosciuto committente della Pieve San Giovanni  (o quantomeno della epigrafe): Ilderico.

…. BINIV …. ANNI… Q …. R T … C FEC … I … CIDI LAPID … S Q … S CERNITIS … OC ILD … RIC …  

Qualcuno suggerisce, altrimenti, che l’epigrafe potrebbe essere un memoriale in onore del Conte Ildebrando della Gherardesca, che donò diversi possedimenti di Campiglia Marittima a Pisa nel 1139. Tuttavia non sussistono elementi sufficienti per supportare l’una o l’altra ipotesi.

 Particolare della iscrizione sul cornicione del portale principale. Si noti l’esecuzione stilistica, stavolta, molto accurata e ordinata.

La Pieve San Giovanni è stata edificata probabilmente nell’anno domini 1173 da un tale mastro Matteo che straordinariamente si definisce “peccatore”. Uomo colto e appartenente a un ordine religioso dell’epoca, chi fosse egli nella realtà resta un mistero.

Il Mistero delle Lapidi di Campiglia Marittima

Nella sua accezione più pura il mistero di rado lo si ritrova esposto alla luce del sole, bensì permane celato nelle sfaccettature, nelle profondità dell’esistenza. E, per quanto concerne la Pieve San Giovanni, definizione non potrebbe essere più calzante. L’edificio, infatti, appare oggi come il complemento di un camposanto antico, la cui essenza risiede, giustappunto, in ciò che non è più visibile. E sebbene tale post-figurazione storica sia piuttosto radicata in taluni cosiddetti studiosi, tanto da apparire scontata, in principio non era così: la Pieve e il cimitero non sono contemporanei.

Una prima attestazione sulla presenza di lastre tombali negli immediati dintorni dell’edificio, la troviamo solamente su uno statuto del Comune di Campiglia, allorché era fatto divieto far pascolare il gregge “sopra il cimiterio” nell’anno 1419. Inutili, pertanto, sono i tentativi di rintracciare lapidi antecedenti al periodo indicato, o peggio di retrodatare quelle già esistenti. Sebbene i sepolcri si estendano tutt’intorno la Pieve per decine e decine di metri, a una precisa schedatura, come sospettato, non v’è traccia di reperti lapidari più antichi del XV secolo. Questa constatazione è fonte di rammarico poichè pone un serio ostacolo al tentativo di carpire maggiori informazioni sulla vita (o sulla morte) di Matteo.

Le lapidi più datate, in ogni caso, dovevano in origine trovarsi all’interno della Pieve, per essere successivamente traslate all’esterno. Traversando il selciato di fronte la facciata, proprio a ridosso del portale principale, ci si imbatte infatti in due lastre tombali molto antiche, poste sullo stesso livello del camminamento.

Un lapide particolare

Una di esse presenta al centro uno stemma con scudo a mandorla e banda trasversale sovrapposta da tre scaglioni. Sulla lapide non vi è alcun tipo di scritta e sebbene siano state condotte svariate ricerche attinenti all’araldica, nessuno è mai riuscito ad identificare il casato a cui apparteneva il defunto. Questo fatto è piuttosto sorprendente, considerata l’importanza logistica che viene attribuita alla sepoltura. E’ possibile che essa appartenesse a una famiglia di cui è stata volutamente cancellata ogni traccia storica.

Lapide nobiliare dal casato sconosciuto.

Un’altra, clamorosa, sepoltura è alloggiata proprio in asse al portale principale della Pieve, segno di una certa importanza del defunto. E’ blasonata con uno stemma molto particolare e chiacchierato, che non ha uguali. In esso appare una figura dalle sembianze umane, posta al centro. Il disegno, come l’intero scudo a mandorla per giunta, è estremamente deteriorato ma, ad un’attenta analisi (si veda altresì lo stemma di via Buozzi più avanti nella lettura), se ne scopre una caratteristica che ha del clamoroso. Si osserva, infatti, la presenza di genitali maschili in un corpo tipicamente femminile, un’associazione non casuale con possibili implicazioni storiche di un certo rilievo.

Lo scudo, quindi, racchiude sorprendentemente al suo interno un essere androgino dall’aspetto inquietante. La figura ha una mano su un fianco e con l’altra indica il numero tre. Posteriormente ad essa, infine, si intravede una trave o una banda araldica.

Sulla lapide, parallelamente ai bordi perimetrali, è incisa una preziosa informazione con caratteri neoromanici, la quale è piuttosto esplicativa sul casato dell’ospite. Dal catalogo collettivo dei beni culturali livornesi:

HIC IACET AI ISDOR(RI) / PETRI DE CAPILIA HOC OPUS FECIT FIERI BAR / TOLOMEUS PETRI ET FLORE(N) / TIUS MICHAELIS DE CAPILIA A.D. (M)CCC(…)IIII

Sappiamo, quindi, che un certo Bartolomeo di Pietro e Fiorenzo Michele di Campiglia siano i fautori della lapide e che il defunto risponda al nome di Isidoro di Pietro. Sebbene manchi un dettaglio importante nella datazione riportata, si suppone che la lapide appartenga al XV secolo.

 

Lo stemma dell’uomo androgino

 Ma non è finita qui. Sorprendentemente, uno stemma assai simile a quello dell’uomo androgino, analizzato poc’anzi, è murato a Campiglia su una parete esterna di una via del centro, in via Buozzi. Lo scudo a mandorla, questa volta, si trova in uno stato di conservazione ottimale, condizione che consente di osservarne i canoni nel dettaglio. La figura dell’essere androgino spicca al centro dello stemma, anteriormente a una banda trasversale non scaglionata. Si distinguono chiaramente i genitali maschili e i caratteri sessuali secondari femminili. La mano destra indica il numero tre alla maniera germanica, ovvero senza l’utilizzo del pollice, col palmo rivolto verso l’esterno.

Campiglia Marittima
Nel centro di Campiglia Marittima, in via Buozzi, è presente uno stemma molto simile al precedente.

 

 

Campiglia Marittima
L’uomo androgino di Campiglia Marittima

 

 

Campiglia Marittima
La Piazza del Mercato di Campiglia Marittima, nei pressi di Via Buozzi

 

 

Superiormente allo stemma è riportata la data, coerente, del 1459 oltre al monogramma cristico YHS. Inferiormente è presente una scritta incisoria, la quale ci informa che:

 

HEC DOMVS ICETA FVIT DE MENSE IENUARII

 

“Le fondamenta di questa casa furono gettate nel mese di gennaio”.

 

Non altrettanto chiari sono invece i due simboli incisi ai lati dello scudo, che appaiono come un altro mistero nel mistero. Due monogrammi, perfettamente speculari tra loro, sono composti da linee con relazione di perpendicolarità. Ciò che sconcerta è che non sia mai stato chiarito che cosa stiano ad indicare. Taluni propendono per spiegazioni legate addirittura a rituali alchemici, altri tentano di decifrarne il significato ricorrendo a lingue orientali o all’etrusco. O forse, più semplicemente, essi indicano le iniziali del padrone di casa (E. M.).

Analisi simbologica

In generale, per quanto concerne la questione dell’uomo androgino, di primo acchito risulta molto difficile dare un’interpretazione simbolica a uno stemma così bizzarro. Tuttavia è lecito porsi alcune domande. In primis, a chi apparteneva? E soprattutto: perché una famiglia della nobiltà toscana scelse di essere rappresentata da un blasone così inusuale? Il suo doppio ritrovamento, infatti, potrebbe far supporre che dovesse appartenere a una famiglia di un certo spessore sociale, o quantomeno ad una congregazione di uomini piuttosto influente presso il borgo. Pertanto che cosa indica realmente l’uomo androgino?

A un confronto tra le datazioni riportate, la lapide sul selciato della Pieve San Giovanni e quella di via Buozzi risultano essere contemporanee o quasi. La forma a mandorla dello scudo e la presenza dei monogrammi, farebbero propendere per l’ipotesi che si tratti di un’effige ecclesiastica, e che il soggetto nudo posto centralmente sia Cristo, indicante la trinità con una mano. Posteriormente ad esso ci sarebbe una stilizzazione figurativa del palo della crocifissione. Tuttavia, non vi è la presenza di barba, di stimmate, di ferite al costato o della corona di spine, elementi tipici dell’iconografia classica del XV secolo. La figura è persino nuda, raffigurazione senza precedenti. Si tratta di un Cristo già risorto e glorioso, che racchiude in sè la totalità dell’essere?

Il collocamento storico e la peculiarità dell’uomo androgino, potrebbero altrimenti far supporre che lo stemma rappresenti una corporazione di scalpellini, o mastri costruttori, operanti nella zona. Alle spalle della figura principale ci sarebbe una trave e l’indicazione numerica del numero tre sarebbe assimilabile a un’espressione del computo digitale medioevale, avvalorando quest’ultima tesi.

Una simbologia gnostica?

 Le due ipotesi appena esposte, ciò nondimeno, non sono le uniche che tentano di gettare luce sul mistero dello scudo di Campiglia Marittima. Un’ulteriore interpretazione, in effetti, si è fatta prepotentemente strada tra gli studiosi. Essa parte dalla considerazione più o meno condivisibile che lo stemma presenti, per la sua stessa natura, un carattere più affine a un ambito esoterico-alchemico che a quello della sepoltura di un cristiano.

La scelta di una componente androgina su uno stemma, infatti, fa supporre un orientamento eretico più che dell’insegnamento biblico, laddove Dio “Maschio e Femmina lì creò” (Gen 1,27). La coincidentia oppositorum (in questo caso dell’essere uomo e donna allo stesso tempo) è un tema, infatti, assai frequente nel neoplatonismo e particolarmente ascrivibile ad alcune sette gnostiche del XV secolo. Tale era il periodo di fioritura alchemica in cui operavano celebri esoteristi come Marsilio Ficino, che appena nel 1463 traduceva il famoso Corpus Hermeticum.

Svariate correnti gnostiche, poggiando le loro dottrine su una visione libera e teologicamente errata del Vangelo, credevano nell’esistenza di un dualismo universale in cui Dio e il demonio combattevano a pari merito per la conquista delle anime. Tali interpretazioni derivavano dalla considerazione che un essere superiore e perfetto non avrebbe potuto creare un mondo imperfetto, dove esiste il male. Il Dio del vecchio testamento era identificato con Satana e il mondo intero (la creazione) sarebbe stato un totale inganno del maligno. Secondo gli gnostici l’uomo, perfetto e completo in principio, sarebbe stato quindi corrotto e scisso attraverso gli opposti, come l’essere maschio e femmina. Pertanto essi rifiutavano tutto ciò che appartiene al corpo materiale, come l’unione sessuale e matrimoniale.

Il casato sconosciuto

Lo stemma nobiliare presente sulla lapide antistante la Pieve San Giovanni potrebbe rappresentare, dunque, l’uomo non corrotto delle origini, secondo una visione gnostica, nel quale coesistono le opposte nature. Ciò nondimeno, a Campiglia Marittima, non è mai stata storicamente provata la presenza di una setta di tipo gnostico.

Altresì ricerche su un casato di ecclesiastici o scalpellini con tali effigi a Campiglia, nel periodo indicato, hanno dato esito negativo seppur conoscendo le generalità familiari: Petri. 

L’esistenza della lapide e dell’uomo androgino rimangono pertanto un singolare mistero. Che cosa rappresenta realmente lo stemma nobiliare di Campiglia e perché qualcuno ha scelto un’effige così inusuale e enigmatica? Stiamo indagando sulle spoglie di un alchimista o di un alto ecclesiastico del XV secolo?  E ancora: è possibile che le lapidi sul selciato della Pieve siano collegate alla sua stessa costruzione? Domande ancora senza risposta.

 

Campiglia Marittima, possibile insediamento templare?

 Sebbene la Pieve San Giovanni mostri un’architettura assai semplice nelle sue linee guida, è capace di riservare ancora notevoli sorprese per quanto concerne gli studi attinenti a questo articolo. Analizzando infatti l’apparato simbolistico dell’edificio, si palesa la presenza di baldanzosi elementi stilistici, in qualche caso abbastanza insoliti. Numerose sono, ad esempio, le scritte obituarie incise sul basamento perimetrale dell’edificio, perlopiù croci di vario genere. Opinione diffusa è che esse stiano ad identificare una prossimale sepoltura terragna. 

Campiglia Marittima
Croce rinvenuta su una pietra del basamento della Pieve San Giovanni. Si tratta di una incisione grafitica molto frequente nei luoghi appartenuti storicamente ai Cavalieri Templari. Con buona probabilità si trattava di un segno di riconoscimento di una tomba posta nelle vicinanze.
Croce sul basamento.
Particolare croce “stellata” sulle pietre del basamento della Pieve San Giovanni. In questo caso l’incisione è più recente e di fattura più scadente. La base della croce rappresenterebbe il Golgota.
Croce sul basamento della Pieve San Giovanni.

Gli elementi scultorei della Pieve San Giovanni di Campiglia Marittima

Di maggior interesse, in ogni caso, sono alcuni elementi scultorei siti all’esterno della Pieve San Giovanni. In particolare si possono citare i misteriosi volti scolpiti nella strombatura della finestra absidale, in numero di due, e un ulteriore terzo posto superiormente alla facciata sud dell’edificio sacro. Ognuna delle raffigurazioni mostra talune caratteristiche ch’erano piuttosto ascrivibili a un certo tipo di decorazioni in voga nel XII secolo, ma non così comuni. I volti, di forma ovale e completamente calvi, sono persino barbuti.

Campiglia Marittima
Coppia di volti scolpiti all’interno della strombatura della finestra absidale.
Campiglia Marittima
Volto scolpito sulla parete sud della Pieve.

A lungo si è discusso sul reale significato dei volti scolpiti sulla Pieve San Giovanni, specie per quanto concerne la loro presunta utilità. Perché mai qualcuno si sia adoperato nel realizzare una raffigurazione sì bizzarra, e piuttosto lontana dal concetto decorativo in cui sono inseriti, appare oggettivamente come un mistero. I tre volti barbuti, infatti, stilisticamente appaiono giustappunto avulsi dal concetto architettonico che vede l’edificio adorno principalmente con motivi floreali e foglie d’acanto. Peraltro lontana è pure la logistica di posizionamento delle sopracitate sculture, che si ritrovano isolate e distanti rispetto al resto degli abbellimenti. Che cosa, dunque, tenderebbero ad indicare i volti della Pieve San Giovanni?

Alcune ipotesi

Una prima ipotesi propende per una spiegazione di carattere pratico: i visi sarebbero nient’altro che un sistema di misurazione del tempo! In particolare segnerebbero la posizione del sole durante l’anno. A comprovare questa idea c’è la costatazione reale che il volto scolpito presso la parete sud, sia toccato dall’ombra solare esattamente all’alba del solstizio d’inverno. Seguendo questa ipotesi anche i volti situati presso la finestra absidale indicherebbero la posizione dei solstizi.

Tuttavia la difformità delle dimensioni dei visi stessi, si noti infatti come uno dei due risulti più grande, potrebbe far pensare a un’indicazione sull’orientamento non equidistante della Pieve rispetto ai solstizi. In sostanza l’edificio stesso sarebbe una specie di grande meridiana che indicherebbe il tempo attraverso l’ombra proiettata dalle teste. Effettivamente proprio una piccola meridiana è stata rinvenuta all’interno dell’edificio come incisione murale, sebbene al tempo fosse prassi comune utilizzarne una all’interno degli edifici sacri.

La meridiana posta internamente alla Pieve San Giovanni, probabilmente utile per dettare i tempi delle funzioni liturgiche.

Più affascinante, e storicamente carica di significato, è una recente ipotesi che, tuttavia, non esclude la precedente. La presenza dei volti barbuti potrebbe essere, infatti, solo l’ultimo indizio che conduce su una pista nuova e sorprendente. Quel richiamo particolare che Matteo pone ai “fratelli”, le croci sul basamento, persino il rosone all’interno della lunetta del portale, ed infine la presenza di visi scolpiti… sarebbero tutte indicazioni di una probabile appartenenza della Pieve San Giovanni a un particolare ordine monastico. Tipicamente l’uso di volti barbuti come elemento di riconoscimento iconografico è ascrivibile nientemeno che ai Poveri Compagni di Cristo e del Tempio di Salomone, i famosi Cavalieri Templari.

Rosone all’interno della lunetta del portale. Si tratta di un richiamo alla Ruota della Fortuna, simbolo tanto caro ai Cavalieri Templari?  Segnaliamo un’altra associazione Sator – Ruota della Fortuna a Siena presso il Duomo dove sono entrambe presenti. Rimando all’articolo apposito.

I Cavalieri Templari a Campiglia Marittima?

L’Ordine dei Templari (si rimanda all’apposito articolo di questo sito) nacque storicamente negli anni successivi al 1096, quando papa Urbano II indisse la prima crociata. Sin dal principio si inquadrò come congregazione monastica e pure cavalleresca, tanto da assicurarsi la protezione dei pellegrini cristiani diretti verso la Terra Santa. In questa ottica non è pertanto da escludere un insediamento gerosolimitano a Campiglia Marittima, considerata la posizione geografica di quest’ultima. Il borgo toscano, infatti, sorge proprio lungo la via Francigena, il camminamento principale che dall’Italia conduceva i pellegrini verso Gerusalemme. E’ possibile, in sostanza, che i Cavalieri Templari fornissero ai viandanti un servizio cimiteriale e ospedaliero esattamente dove ancora oggi sorge la Pieve San Giovanni.

 

  E, in effetti, i Cavalieri Templari soli avevano come uso lo scolpire particolari figure barbute, sempre senza capelli, che li raffigurassero. Come se non bastasse, l’iconografia templare imponeva quasi sempre che i Cavalieri fossero rappresentati in coppia (si veda ad esempio lo stemma proprio) ad indicare la fratellanza dell’Ordine. Per questo motivo solevano tra di loro chiamarsi giustappunto “fratelli”, esattamente come indicato dal peccatore Matteo. Così si spiegherebbe il perché della rappresentazione dei due volti barbuti esternamente all’abside, laddove uno, più grande, sarebbe il maestro e l’altro il discepolo.

Ciò nondimeno sorgono seri dubbi sul soggetto che si sia voluto scolpire presso la parete sud. Quel viso che appare come esiliato e senza compagno d’armi al suo fianco. Si tratta di una raffigurazione di Matteo, solo di fronte a Dio a causa dei suoi peccati? Se così fosse, il Peccatore Matteo faceva dunque parte dell’Ordine del Tempio?

E ancora, è possibile che le strane lapidi di Campiglia Marittima appartenessero ai discendenti proprio della suddetta congregazione?

 

 Il Quadrato del Sator

Per quanto possa sembrare incredibile, e più che stupefacente, i misteri della Pieve San Giovanni di Campiglia Marittima non sono ancora terminati. Come succede di sovente agli studiosi, più ci si addentra nei meandri dell’ignoto e più se ne scoprono realtà insospettabili e sempre nuove. Un’altra importante indagine, forse la più celebre e chiacchierata, deve infatti ancora essere affrontata. Al di sotto della copertura del transetto destro della Pieve, incisa su una mattonella di calcare bianco,  è presente un’incisione enigmatica che evoca il  mistero nella sua quintessenza. E’ possibile che Matteo ci abbia lasciato una prova definitiva della presenza templare a Campiglia Marittima: l’inafferrabile Quadrato del Sator.

 

Campiglia Marittima
Il Sator di Campiglia Marittima

Il famoso Quadrato magico del Sator non è altro che un’iscrizione latina in forma palindroma, che quindi può essere letta in qualsiasi direzione con identico risultato.La misteriosa scritta è stata ritrovata frequentemente in molteplici luoghi di tutta Europa. Svariati sono i modi in cui si presenta: come incisione grafitica, come epigrafi, su reperti archeologici o su edifici sacri, perlopiù in forma quadrata ma non mancano esempi di Sator circolari.

Una misteriosa iscrizione

Da studi condotti appaiono disparate persino le datazioni dei ritrovamenti. Sebbene più frequentemente gli esemplari conosciuti siano di chiara origine medioevale, alcuni quadrati magici appartengono addirittura al I secolo d.C. come nel caso del Sator di Pompei o al V secolo d.C. come nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Acceso è il dibattito riguardante il significato dell’incisione. Taluni ne attribuiscono una soluzione di tipo numerologico-cabalistico, altri di tipo letterale e linguistico. Per approfondire vedi: “Il Quadrato del Sator” nella sezione del Sito I Misteri.

 

 

S     A     T     O     R

A     R     E     P     O

T     E     N     E     T

O     P     E     R     A

R     O     T     A     S

 

 

 Per quanto concerne l’esemplare di Campiglia Marittima va subito fatta una dovuta osservazione: sebbene la grande maggioranza dei Sator rinvenuti si presenti in forma quadrata e con struttura tipica (si veda ad esempio il Sator di Siena), esso rappresenta un’eccezione. Le parole non appaiono disposte verticalmente ma la lettura procede soltanto da sinistra verso destra o viceversa.  La forma della lapide, in buona sostanza, risulta rettangolare anziché quadrata.

Il Quadrato del Sator di Siena, Cattedrale di Santa Maria Assunta
Campiglia Marittima
Sator di Campiglia Marittima

Una possibile traduzione

L’iscrizione del Sator si mostra di ottima fattura con lettere onciali e capitali alternate con un insolito tratto mediano della A in forma triangolare. Una prima traduzione letterale dal latino suggerisce che il significato della frase potrebbe essere:

Il seminatore (SATOR) sul carro (AREPO) guida (TENET) con cura (OPERA) le ruote (ROTAS)

se, forzatamente, ammettiamo l’origine gallica di Arepo. Tale termine, infatti, in latino non è mai stato ritrovato altrove, e il reale significato è oggetto di un aspro dibattito. Un’ipotesi accreditata è che Arepo possa essere pertanto un adattamento di Arepos, il vocabolo con cui i Galli indicavano un particolare tipo di carro celtico. Sebbene non si tratti dell’unica proposta, la traduzione letterale appena suddetta è la più diffusa.

Accanto alla scritta propria del Sator, vi sono altresì un monogramma (MTHS) e una data (MCSS) . E’ possibile ricavare dal monogramma in alto a destra (una M sormontata da una croce e una S) le lettere MTHS che indicherebbero nuovamente un certo Matteo come autore della lapide. Il mastro costruttore della Pieve San Giovanni è dunque anche l’autore del Quadrato del Sator di Campiglia? Con buona probabilità la risposta è affermativa.

La data MCSS indicherebbe invece l’Anno Domini 1177, forse la data conclusiva dei lavori di costruzione dell’edificio.

Un codice cifrato?

Alcuni studiosi ipotizzano inoltre un riferimento celato di tale cifra ai testi evangelici, come fosse una sorta di codice. Ad esempio si noti che MCSS possa essere scritta come 1000 (M) -100 (C) -140 (S+S). Eliminando gli zeri e leggendo da sinistra verso destra si ricava un passo del vangelo di Matteo: Mt 14,11.

La sua testa (quella di Giovanni il Battista, ndr) venne portata  su un vassoio e fu data alla fanciulla

Potrebbe apparire un versetto casuale se non fosse che la Pieve sia intitolata probabilmente proprio a San Giovanni Battista, sebbene l’attribuzione sia controversa. Come se non bastasse, all’interno dell’edificio è presente un’unica scultura, posta sulla strombatura di una finestra. Si tratta della raffigurazione di un uomo forse nell’atto della semina e, clamorosamente, è mancante proprio della testa. Chi sia il soggetto rappresentato non è ancora noto. E’ probabile che si tratti dello stesso seminatore a cui fa riferimento il Quadrato del Sator, ma a tal proposito studi sono ancora in corso. Potrebbe essere invece Matteo, il costruttore? O forse davvero San Giovanni Battista, il seminatore della parola di Dio?

Si ringrazia per la foto il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena.

Ciò nondimeno, è bene far presente che la scultura sia oggi sfigurata a causa di un atto vandalico. Pertanto con ogni probabilità la questione relativa alla dicitura MCSS può accreditarsi come una curiosa coincidenza e l’interpretazione evangelica fantasiosa. Va, infatti, specificato che la dicitura MCSS risulti piuttosto in linea con l’usanza del periodo, ovvero di segnalare la datazione su lapidi poste esternamente o internamente ad edifici. Inoltre, è in accordo con tutte le altre indicazioni temporali rinvenute sulla Pieve San Giovanni. L’utilizzo, poi, di un carattere come la S, che parrebbe inusuale nella numerazione latina, è coerente con l’introduzione dei cosiddetti “caratteri romani medievali”, fioriti nei secoli precedenti il XI.

Il Sator come acronimo dei Cavalieri Templari

Più plausibile è invece la tesi secondo cui MCSS possa essere l’acronimo di Militia Christi Sancti Sepulcri, un riferimento chiarissimo ai Cavalieri Templari. Ed, effettivamente, fa riflettere a tal proposito un termine di confronto situato nel non lontano comune di Semproniano (GR),  dove una scritta su un’antica sede templare recita proprio MILITIA CHRISTI TEMPLI, SANCTO SEPULCRO. E’ possibile che il Quadrato del Sator sia un lascito proprio dei Cavalieri dell’Ordine del Tempio di Gerusalemme?

Lo studio del Quadrato del Sator di Campiglia Marittima pone effettivamente in sospeso tanti, troppi, interrogativi. A cominciare dal perché una scritta sì enigmatica sia situata proprio sulla Pieve San Giovanni, un edificio ancor più misterioso. Chiedendosi ovviamente che cosa essa stia realmente ad indicare. E’ possibile che qualcuno abbia voluto lasciarci il semplice e discutibile messaggio: “il seminatore tiene con cura le ruote del carro”? Perché l’incisione è situata su una parete esterna della Pieve, in una posizione difficilmente rintracciabile ad un occhio disattento? Che relazione c’è infine tra la scultura del seminatore e il Quadrato del Sator?

 

La Rocca San Silvestro e la Triplice Cinta: Segnali Templari

 La nostra indagine, qui a Campiglia Marittima, sta per giungere al termine. Abbiamo esaminato ogni possibile sfaccettatura del mistero, e una clamorosa connessione tra il Quadrato del Sator, la Pieve San Giovanni e i Cavalieri Templari è stata oggetto di studio. E’ possibile che l’Ordine del Tempio di Gerusalemme si fosse insediato proprio nel piccolo borgo toscano?  Un’ipotesi affascinante e ricca di mistero, ma realmente attendibile? Un quesito questo, ancora in cerca di conferme.

A questo proposito non resta che ricercare ulteriori possibili tracce di un transito templare a Campiglia Marittima. A cominciare dal luogo dove tutto ha avuto inizio, il nucleo originale della cittadella: la Rocca San Silvestro.

 

Campiglia Marittima
La rocca San Silvestro

La Rocca di San Silvestro di Campiglia Marittima

La fortificazione di San Silvestro, chiamata originariamente Rocca a Palmento, è situata a circa 330 metri di altezza su un’altura a cavallo tra le Valli dei Lanzi e del Temperino. Qui si estende il parco archeominerario di San Silvestro. 

Per raggiungere la Rocca la redazione si arma di tanta pazienza e di un buon paio di scarpe. E’ necessario, infatti, dapprima attraversare le antiche miniere che si estendono nella zona. A bordo di un affascinante trenino percorriamo un tunnel lungo più di un chilometro, all’interno delle viscere dei monti, dove il nostro percorso sembra eclissarsi verso le profondità della Terra.

 

 Campiglia Marittima

 

 

A seguire è necessaria una lunga e faticosa camminata verso l’agognata meta, che infine si fa raggiungere al culmine di un erto sentiero.

 

 Campiglia Marittima

 

Le triplici cinte di Campiglia Marittima

Tuttavia ogni sforzo viene ben ricompensato. Appena sui gradoni d’ingresso della Rocca San Silvestro ci si imbatte, infatti, su una probabile testimonianza del passaggio dei Cavalieri Templari a Campiglia Marittima. Incisa sulla dura pietra ecco un simbolo antico e dal significato recondito: la Triplice Cinta.

 

Campiglia Marittima
Triplice Cinta sulla scalinata d’accesso della Rocca San Silvestro. Si tratta di un’incisione ritrovata molto frequentemente e di cui non conosciamo ancora il significato. Un’ipotesi frequentemente adottata vuole che si tratti di una scacchiera per il gioco del filetto. Tuttavia il ritrovamento di esemplari “a testa in giù” lascia aperto un vigoroso dibattito.
Campiglia Marittima
Triplice Cinta ben conservata sui gradoni di accesso alla Rocca San Silvestro. Anche qui è forte la connessione tra questo particolare tipo di reperto e luoghi associati ai Cavalieri Templari.

Simbologia

La Triplice Cinta (rimandiamo all’apposito articolo per approfondimenti) fa parte di quel novero di incisioni più famose che appartengono strettamente agli studi simbolistici. Di origine antichissima, sono noti esemplari addirittura dell’età della pietra, figurativamente si tratta di tre quadrati concentrici uniti da tratti di intersezione perpendicolari. Assai discussa è l’utilità di una tale raffigurazione, esposta in moltissimi luoghi europei e del Medio Oriente. Una prima ipotesi è che la Triplice Cinta sia la rappresentazione della scacchiera del Filetto, un gioco a turni molto antico. Un passatempo, insomma, per le guardie stanziate lungo percorsi vigilati o all’ingresso di fortificazioni, come sarebbe nel caso di Campiglia Marittima. 

Tuttavia il ritrovamento di alcune Triplici Cinte incise su soffitti o pareti verticali pone in serio dubbio questa ipotesi.

La Triplice Cinta verticale nell’Abbazia di San Galgano, Chiusdino (SI)

 E se invece la Triplice Cinta avesse una valenza misterica al pari di altre incisioni enigmatiche, come il Quadrato del Sator? E’ molto probabile, a tal proposito, che il simbolo sia stato nel Medioevo adottato, non è un caso, dai Cavalieri Templari, che ne avrebbero pertanto incrementato ampiamente la diffusione. Sono noti, infatti, numerosissimi esemplari in luoghi chiaramente riconducibili all’Ordine del Tempio. E’ possibile che esso, il quale prendeva il nome, appunto, dal sacro Tempio di Gerusalemme e ne custodiva i resti, utilizzasse la Triplice Cinta come segno di riconoscimento? Effettivamente, la descrizione che il biblico Libro delle Cronache riporta a proposito dell’edificio fatto costruire da Salomone, potrebbe essere illuminante:

“il cortile dei sacerdoti, il gran cortile e le porte di detto cortile, che rivestì di bronzo”.  [Cronache II 4,9]

 

A ben vedere parrebbe di leggere una descrizione della Triplice Cinta! I Cavalieri Templari utilizzavano dunque tale arcaico simbolo per rappresentare il Tempio di Gerusalemme?

 

Una Croce Patente

Un’ulteriore conferma della presenza dei Cavalieri Templari a Campiglia Marittima viene dal ritrovamento inequivocabile di una Croce Patente presso un muro interno della Rocca San Silvestro. Una vera e propria firma che spazza via ogni dubbio residuo: l’Ordine del Tempio di Gerusalemme davvero si stabilì nell’ameno borgo toscano, lungo un tratto della sua storia ancora fin troppo ignota.

 

Molti, tuttavia, sono gli interrogativi rimasti che meritano di essere indagati e risolti. Il Quadrato del Sator, la Triplice Cinta, i Cavalieri Templari… tutti pezzi di un puzzle che deve ancora essere ricomposto. Un’indagine si chiude, un’altra è appena cominciata!

 

  A presto,  Samuele Corrente Naso

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