La filosofia del mistero

“Noi ci sediamo in cerchio e supponiamo, ma il Segreto si siede in mezzo e sa”. [Robert Lee Frost]

 

Quante volte siamo rimasti estasiati dall’insondabile bellezza di un’opera d’arte, dalla magnificenza di un quadro o l’eterea plasticità di una scultura? E quante volte nella ci vita ci siamo soffermati a osservare uno sguardo affascinante, che ha smosso in noi qualcosa nel profondo? Rammento in maniera assai vivida i rumori inconfondibili della stazione ferroviaria, la notte, i suoi profumi, l’atmosfera scandita dall’ineffabile sensazione di nostalgica malinconia. Tra volti, ch’erano tutti diversi e tutti uguali (o chissà, forse solo nella mia memoria), si allontanavano indefiniti i binari, come incorruttibili sentinelle che scortavano l’animo umano verso l’infinito.

Come descrivere l’inafferrabile sensazione di vertigine, il vuoto controllato che si prova nell’incedere lungo le navate di una maestosa cattedrale? E’ indubbio che siamo di tanto in tanto pervasi da un indefinito senso del mistero. Tanto inintelligibile da essere esso stesso una figurazione del mistero, un enigma indescrivibile che scava e sconvolge l’animo umano, che lo proietta verso una dimensione al di fuori di se stesso. Scriveva il filosofo e scrittore Herman Hesse che “camminare all’aperto, di notte, sotto il cielo silente, lungo un corso d’acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell’animo”.

 

Figura 1. Il senso del mistero: l’Abbazia di San Galgano

 

Il senso del mistero è una scintilla che scocca all’improvviso innanzi all’insondabile, essa accende un fuoco rivelatore. Osservando il prospetto di un edificio gotico o contemplando il calare del sole al tramonto, noi ci sentiamo nudi, siamo improvvisamente imperfetti di fronte all’infinito. E’ il platonico Mito della Caverna [1]. Il racconto degli uomini che hanno vissuto da sempre imprigionati in una caverna, costretti ad osservare un blando fuoco al limitare dell’anfratto. Ignorando l’esistenza del sole, essi vivevano convinti che le ombre dei passanti fossero la sola realtà dell’esistenza. Ma quelle erano invece solo una beffarda illusione, una mera verità apparente.

Di fronte al rivelarsi del mistero l’uomo intuisce che la propria esistenza è incompiuta, che qualcosa si celi oltre la dimensione delle ombre nella quale sino a quel momento vedeva proiettato il mondo. Tale improvviso senso di incompletezza lo costringe a ricercare fuori di sé la perduta armonia. Il mistero pervade l’animo dello scrittore, dell’artista, del navigatore, persino dello scienziato… attraverso di essi l’ignoto si manifesta nella creazione dell’arte e della scienza, o lungo un viaggio, generando altro mistero.

Scriveva a tal proposito il fisico Albert Einstein: “La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero, sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. Thomas Mann ebbe ad affermare contestualmente che “Il mistero dà fuoco e tensione a ogni nostra parola.”, e Francis Bacon “Il lavoro dell’artista è sempre quello di approfondire il mistero”. Esso genera, crea, esso “è”, in quanto essenza fondante della natura umana. Il mistero accompagna allo spirito della scoperta, tanto caro ad Aristotele e alla scuola peripatetica, i cui membri conducevano appassionate indagini scientifiche e filosofiche sul mondo. Sempre dinamicamente in movimento, essi ponevano la domanda al di sopra della risposta, l’enigma sopra ogni possibile e apparente verità.

 

mistero

Figura 2. La Scuola di Atene, Raffaello Sanzio

 

La dimensione esistenziale dell’uomo richiama, infatti, la metafora di una stanza buia, senza luce alcuna, nel quale si trova immerso senza sapere perché. Come quei pesci che nuotando si chiedono improvvisamente “ma cos’è l’acqua?” [2], l’uomo vive senza saper né poter definire cosa sia la vita. Esso è in bilico sul filo dell’esistenza, si trova a cavallo di un presente in tensione tra le opposte forze di una memoria che non è mai uguale a se stessa (da dove vengo?) e un futuro pieno di incertezze (dove vado?).

L’antropologo Ernesto de Martino ben spiegava il quadro esistenziale dell’uomo in questi termini: “Si esiste, ci si sente persona, nella misura in cui, nel momento critico in cui si è chiamati a esserci, stanno a nostra disposizione le memorie retrospettive di comportamento efficaci per modificare la realtà e la coscienza prospettiva e creatrice di ciò che occorre fare, qui e ora, per riuscire a produrre il valore nuovo. In questa dialettica tra memoria retrospettiva e slancio prospettico si inserisce la presenza”.

Il passato è dunque mistero, in quanto la memoria esiste nella misura in cui è rievocata nel presente, il futuro è anch’esso mistero: un enigma fatto di scelte e prospettive (telos), di eventi che trascendono la volontà umana. Tra questi due opposti poli è situato il momento dell’uomo (chi sono?), il quale tuttavia è l’ignoto più grande di tutti, poiché beffardamente sfugge.

Tale dimensione incerta dell’esistenza coinvolgeva l’uomo sin dai primordi. Immerso in una natura selvaggia, doveva far fronte alle cruente leggi della sopravvivenza. Fino a qualche decina di migliaia di anni fa l’essere umano non era dissimile dai più prossimi parenti dell’evoluzione, le scimmie antropomorfe. Esso era partecipe di una vita di tipo zoe, come magistralmente l’ebbero a definire gli antichi Greci: una prospettiva che indica il solo fatto di essere vivi, comune a tutte le creature. Inoltre, l’uomo primitivo (così come oggi) era caratterizzato da un’imperfezione di fondo, la quale lo poneva in una situazione di drammatico svantaggio evolutivo [3]. Esso, infatti, non possiede pelliccia, né artigli, né ali, né altro che avrebbe potuto sottrarlo alla naturale catena alimentare. Circa 40.000 anni fa, tuttavia, avvenne una svolta sorprendente.

La  tragicità dell’esistenza, l’imperfezione di fondo, spinsero l’uomo a ricercare nuove forme di essenza che potessero fornirgli una cornice di senso nel mondo. Egli elevò se stesso alla dimensione bios, la forma che, tra i Greci, esprimeva la vita propria di un singolo o di un gruppo. Espressione compiuta della vita bios è la cultura, in tutte le sue manifestazioni, come l’ebbe a definire l’antropologo Geertz: “la rete di significati che gli individui hanno creato e continuano a ricreare, restandone così invischiati” al fine di “comprendere l’esperienza e imporre un ordine all’universo, che assumerebbe altrimenti l’aspetto di una enorme confusione” [4].

Tramite questa significazione della vita, l’uomo del Paleocene principiò ad affrontare il timore di adattamento all’ostile ambiente  dei primordi, al mondo, alla vita in generale. Da quel momento la natura cominciò ad essere sovrascritta attraverso un sistema di simboli codificati e riconoscibili. L’essere umano prendeva le distanze dalla sua essenza meramente biologica, si differenziava dagli animali: 40.000 anni fa l’uomo divenne uomo in quanto uomo.

 

Figura 3. La statuetta dell’Uomo-Leone di Hohlenstein è la prima manifestazione simbolica dell’essere umano, datata circa 32.000 anni fa.

 

Pertanto, assume oggi un’importanza fondamentale la concezione del simbolo, nella sua accezione culturale e di appartenenza a un gruppo o un’etnia. Il simbolo è la risposta primordiale, quanto attuale, che l’essere umano fornisce di fronte allo smarrimento dell’esistenza, al manifestarsi dell’insondabile senso del mistero. Sin dall’antichità il simbolo assume una forte connotazione apotropaica volta a proteggere idealmente l’esistenza. La conoscenza simbolica si configura così come un progetto conoscitivo specifico, che s’integra con la conoscenza razionale. La cultura, in questo senso, è intesa come una seconda natura. Essa costruisce cornici di senso,  le quali ci rendono l’appartenenza ad un mondo.

Alla luce di tali considerazioni risulterà ovvio come le primordiali forme di religione, magico-animistiche [5], fossero di carattere totemico e simbolico. Esse si esprimevano attraverso un codificato sistema di segni e rituali. Le celebrazioni dei riti, propiziatori o di passaggio, avevano lo scopo di garantire una sorta di sicurezza psicologica a chi ne partecipasse, attraverso atti e gesti perfettamente strutturati, reiterati e con un’efficacia metafisica. Lo storico Mircea Eliade scriveva in proposito che “trasformando tutti gli atti fisiologici in cerimonie, l’uomo arcaico si sforza di passare oltre, di proiettarsi oltre il tempo, nell’eternità”.

 

Figura 4. La Tomba del Tuffatore di Paestum raffigura il passaggio dalla vita alla morte di un importante iniziato ai riti misterici.

 

Non è un caso che l’odierno termine mistero derivi dal greco “mysterion“: si trattava proprio di un antico e segreto rito, riservato a pochi iniziati al culto. Ancora da un punto di vista etimologico, è rappresentativo come  il contrario di simbolo (dal greco συμβάλλω – symballo, “mettere insieme”) sia il termine diavolo ( Διάβολος – diábolos, “colui che divide”). Simbolo e diavolo sono gli avversi poli delle manifestazioni rituali degli antichi. Le religioni primordiali, in buona sostanza, prendevano le mosse dal mistero dell’esistenza. Attraverso complessi sistemi di sovrastrutture culturali, come i riti e i simbolismi,  avevano lo scopo di esorcizzare l’ignoto, il senso enigmatico della vita.

Da allora la condizione esistenziale dell’uomo non è cambiata di molto; nonostante l’enorme sviluppo cognitivo che la nostra specie ha portato avanti in millenni di anni, siamo ancora quei pesci che s’interrogano sull’acqua, o quegli uomini racchiusi in una caverna. Il senso del mistero continua ad affascinarci e incuterci timore allo stesso tempo. Siamo ancora in bilico su questo sfuggente momento, che ora c’è, ed ora non più. La nostra unica speranza per comprendere a pieno chi siamo è guardare al passato, alle radici storiche e culturali che ci determinano oggi, così come al futuro, metafora di un lungo e affascinante viaggio senza ritorno.

 

Samuele Corrente Naso

 

Aforismi

Il fascino dell’ignoto domina tutto” [Omero]

L’impressione del misterioso, sia pure misto a timore, ha suscitato, tra l’altro, la religione”. [Einstein]

Non c’è niente di misterioso per un marinaio se non il mare stesso, che è padrone della sua esistenza e imperscrutabile come il destino“. [Joseph Conrad]

“La massima conoscenza è sapere che siamo circondati dal mistero”. [Albert Schweitzer]

“L’uomo è incapace di vedere tanto il nulla da cui è uscito, quanto l’infinito in cui è sprofondato“. [Blaise Pascal]

“L’arte è un simbolo perché l’uomo è un simbolo”. [Oscar Wilde]

“C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da se stessi non si può fuggire. Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare”. [Andrei Tarkovsky]

Il simbolo spinge le sue radici fin nelle più segrete profondità dell’anima, il linguaggio, come un alito silenzioso di vento, sfiora la superficie della comprensione. I simboli portano lo spirito oltre i confini del finito, del divenire, nel regno dell’essere infinito. Essi destano suggestioni, sono segni dell’ineffabile e inesauribile“. [Johan Jacob Bachofen]

 

 

Note
[1]  Platone, libro settimo de La Repubblica (514 b – 520 a)
[2] David Foster Wallace
[3] Arnold Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo; Helmuth Plessner, “I gradi dell’organico”.
[4] Geertz, Interpretazione di culture
[5] James Frazer, Il Ramo d’Oro, 1890
Figura 3. di Dagmar Hollmann, licenza CC-BY-SA-4.0