Da Catullo ai Patarini, storia e racconti di Sirmione

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La storia di Sirmione, splendido borgo incastonato tra le rive del Garda, è indissolubilmente legata al ricordo del poeta romano Gaio Valerio Catullo. Nel suo Liber [1], egli menzionò tale luogo come passata dimora in cui aveva soggiornato:

“Che gioia pura rivederti Sirmione. Una più bella isola o penisola di trasparenti laghi di sterminati mari”.

 

sirmione
Una targa moderna che, a Sirmione, commemora il poeta romano Catullo

 

La misteriosa villa romana

Per tale ragione, quando cominciarono ad essere documentati i resti di un’antica villa romana a Sirmione (inizi del XIX secolo), fu naturale immaginare che dovesse trattarsi proprio della residenza di Catullo. Il complesso archeologico fu ribattezzato giustappunto “Grotte di Catullo”, a causa dello stato di abbandono in cui versava il sito.  Tuttavia, a ben vedere, né si tratta di grotte né tantomeno esistono comprovate analisi storiche che permettano di attribuirne l’antica proprietà al poeta. Grazie agli studi condotti dalla Soprintendenza (1939), si sa con certezza che l’edificio dovesse appartenere a un personaggio molto facoltoso dell’epoca antica, sebbene mai identificato. Il sito di edificazione, l’estrema e meravigliosa punta della penisola di Sirmione, e i 20000 metri quadri del complesso originale non lasciano adito a dubbi.  I resti della villa sono fatti risalire al I secolo a.C. [2], e le rilevazioni archeologiche mostrano una sapiente disposizione degli spazi interni. La costruzione era caratterizzata da affascinati porticati e ampie terrazze che si aprivano sul lago. Chi edificò un simile capolavoro, e chi vi abitò?  E’ possibile che si trattasse realmente della residenza del poeta romano Catullo? Il mistero permane. 

 

 

 

 

 

La leggenda di Quinzia

Ai resti romani di Sirmione è associata una famosa leggenda, la quale riguarda una giovane fanciulla di nome Quinzia. Si narra che ella si fosse perdutamente innamorata di Catullo. Così, quando giunse la voce che il poeta era morto, Quinzia si recò sulle rive del lago. Le sue lacrime, scendendo copiose, si riversarono sulla superficie del Garda, raffigurando il volto di Catullo. Pare che, ancora oggi, qualche inguaribile romantico cerchi sul fondo del lago il viso del poeta.

 

 

I Patarini a Sirmione

La storiografia ha comprovato da tempo che a Sirmione, in epoca Scaligera, vi fosse stanziata una nutrita comunità di Patarini. I Patarini rappresentarono una comunità di credenti religiosi, sorta sulla scia degli scandali ecclesiastici della Chiesa del XI secolo. In particolare, essi denunciavano la dissolutezza del clero e la simonia, sostenendo non validi i sacramenti impartiti da sacerdoti corrotti. Tuttavia, come ebbe a chiarire papa Urbano II (1089), i sacramenti sono impartiti direttamente da Dio e non dagli uomini, i quali soltanto li amministrano.  Se così non fosse, nessun  uomo ne sarebbe degno! Dopo alterne vicende, i Patarini furono scomunicati nel 1185 e perseguitati, attraverso i… consueti metodi dell’epoca. Nel 1276 gli Scaligeri, guidati da Mastino I, assediarono Sirmione e bruciarono al rogo gli eretici del luogo nell’Arena di Verona [3].

 

La vicenda dei Catari

Qui si ferma la storiografia ufficiale, ma la vicenda dei Patarini a Sirmione potrebbe avere dei risvolti inaspettati e tutti da chiarire.

Essa, infatti, potrebbe essere strettamente collegata a quella dei più famosi Catari in Francia (qui chiamati Albigesi), eresia che contagiò e racchiuse in sé parte dei Patarini, tanto che la distinzione non pare oggi così netta.  I Catari professavano un dualismo gnostico e, tra le altre cose, non riconoscevano al natura umana di Cristo, né la risurrezione. La scomunica da parte della Chiesa non tardò ad arrivare e risale al 1165. Dopo un iniziale periodo in cui si  tentò la conversione dei Catari attraverso l’evangelizzazione, famoso è il viaggio in Linguadoca di San Bernardo di Chiaravalle, gli eventi precipitarono. Nel 1208 l’assassinio del legato pontificio Pierre de Castelnau costrinse papa Innocenzo III a bandire quella che passò alla storia come “la Crociata Albigese”. I Catari, organizzata una resistenza armata, si difesero strenuamente per decenni, arroccandosi sino all’ultima piazzaforte rimasta: Montségur. Quando nel 1244 capitolò  anche quest’ultima, l’eresia fu dichiarata estinta. Ciò nondimeno,  è noto che alcuni Catari preferirono la fuga alla forca. Un gruppetto di essi si trasferì certamente proprio a Sirmione, unendosi al contingente Patarino  e resistendo, in tal modo, per altri trent’anni.

 

Il tesoro dei Catari

Una leggenda della Linguadoca, narra che a Montségur fosse custodito un oggetto dal valore inestimabile, un vero e proprio tesoro dei Catari. Esso sarebbe stato tratto in salvo nottetempo, durante i giorni dell’assedio alla roccaforte. Nessuno conosce il luogo in cui il tesoro sarebbe stato trasportato, ma Sirmione, con i suoi Patarini, potrebbe essere il luogo maggiormente candidato.  

In che cosa potesse consistere il tesoro dei Catari è oggetto di dibattito e vero e proprio mito. Tuttavia, un indizio rilevante potrebbe derivare dagli scritti di uno dei più grandi poeti tedeschi del Medioevo, Wolfram von Eschenbach, in particolare dall’opera Parzifal. Tale è il nome del suo più famoso componimento, incentrato sulla figura del Santo Graal, il calice da cui bevve Cristo durante l’Ultima Cena. Il poema racconta che la reliquia si trovasse in un castello sui Pirenei chiamato Munsalvaesche, sotto la reggenza di un certo Perilla. E’ curioso notare che il termine Munsalvaesche sia esattamente la traduzione tedesca di Montségur, il cui signore si chiamava proprio Raimon de Pereille. Il Santo Graal si trova a Sirmione?

 

 

Il Castello Scaligero e il fantasma di Ebengardo

In seguito alla vittoria sui Patarini, Mastino I della Scala maturò la necessità di costruire una roccaforte di difesa a Sirmione. Essa sorse sulle precedenti edificazioni, stratificate sin dall’epoca romana, e rappresenta oggi un raro esempio di castello lacustre. La fortificazione è, infatti, bagnata su tutti i lati dalle acque del Garda e ospita al suo interno una darsena.

 

Il Castello di Sirmione

 

 

La darsena

 

Un ponte levatoio di accesso

 

Come ogni buon castello che si rispetti, anche quello di Sirmione ha il suo personalissimo fantasma. Ivi, infatti viveva felicemente una coppia di giovani fidanzati, Ebengardo e Arice. Tuttavia, la loro storia era destinata ben presto a divenire una tragedia. Da Verona giungeva, infatti, il cavaliere Elalberto che, innamoratosi di Arice, non esitò a pugnalarla quando ella lo rifiutò. Le grida della fanciulla richiamarono sul posto Ebengardo che, accecato dalla rabbia, assassinò a sua volta Elalberto. Secondo la leggenda, da quel giorno Ebengardo non trovò più pace e ancora oggi il suo fantasma vaga triste per il castello, alla ricerca della sua amata Arice. 

 

Samuele Corrente Naso

 

NOTE

[1] Carme XXXI, Ritorno a Sirmione. [2] Attilio Mazza, Il Bresciano – Volume II. Le colline e i laghi. [3] Mario Carrara, Gli Scaligeri.