La Sirena

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Il simbolismo della sirena è permeato, sin dalla sua più antica ideazione, di un’aurea terrifica e pericolosa. Esso vuol rappresentare la condizione dell’uomo in preda alla malia: la perdita della ragione ultima, in favore dell’abbandono ai sensi e alle tentazioni in generale. Tali connotazioni particolarissime accompagnano le Seirḗnes (Σειρῆνες) dalla loro comparsa letteraria nella Grecia di Omero. Si legge, infatti, nell’opera magistrale dell’autore ellenico, l’Odissea:

“Tu arriverai, prima, dalle Sirene, che tutti gli uomini incantano, chi arriva da loro. A colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini gli sono vicini, felici che a casa è tornato, ma le Sirene lo incantano con limpido canto, adagiate sul prato: intorno è un mucchio di ossa di uomini putridi, con la pelle che raggrinza” [1].

 

Il simbolismo della Sirena nell’antichità classica

Omero raffigura le sirene come temibili tentatrici, che abitano su un’isola nei pressi di Scilla e Cariddi, ed esprime tale pericolosità attraverso il canto. Esso è talmente melodioso e suadente da far cadere in tentazione anche il più irreprensibile degli eroi. Omero ben esprime cosa rappresentasse, nell’antichità classica questa tentazione irrefrenabile. Sono le stesse sirene a svelarlo, con fare suadente:

“Vieni, celebre Ulisse, grande gloria degli Achei,  e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.  Nessuno è mai passato di qui con la nera nave senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele, ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose”. [2]

L’inganno consiste pertanto nel desiderio sfrenato di conoscenza, che porta alla disragione, alla perdita di contatto con la realtà prossima.  Ulisse, ben conscio del pericolo, si fa incatenare all’albero maestro della sua nave, salvandosi.

Curiosamente Omero non descrisse fisicamente le sirene. Questa “mancanza” contribuì a rendere piuttosto diversificata, nel tempo, la raffigurazione del simbolismo. Al tempo del poeta ellenico, infatti, le sirene presentavano un aspetto piuttosto differente da quello odierno.

Il poeta Apollonio Rodio, riportando la narrazione mitologica degli Argonauti, chiarisce ogni dubbio in merito, giacché essi incontrano degli esseri: “simili a fanciulle nel corpo ed in parte uccelli”.

 

La Sirena nell’antichità classica: statua funeraria proveniente da Myrina, I secolo a.C.

 

Tale prospettiva simbolistica potrebbe persino spiegare la genesi del mito. Non di rado, infatti, i marinai dovevano sentire lontani lamenti in mezzo al mare. Si trattava, con ogni probabilità, dei canti delle berte o dei gabbiani in stormo.

 

 

La Sirena nel Medioevo

A partire dal Medioevo, e con l’avvento del Cristianesimo, le sirene mutarono di forma assumendo, similmente a quelle odierne, una coda di pesce. Tale cambiamento dell’iconografia avvenne sostanzialmente grazie alle influenze della cultura e della mitologica celtica. Il Liber monstrorum de diversis generibus del IX secolo ne fa la seguente descrizione sommaria:  

 “Le sirene sono fanciulle marine che ingannano i navigatori con il loro bellissimo aspetto ed allettandoli col canto; e dal capo e fino all’ombelico hanno il corpo di fanciulla e sono in tutto simili alla specie umana; ma hanno squamose code di pesce che celano sempre nei gorghi”[3].

 

Sirena
San Michele Maggiore a Pavia

 

Qui la simbologia della Sirena prese a comparire soprattutto all’interno delle decorazioni romaniche e gotiche. Frequente è, infatti, rinvenirla nella forma bicaudata, scolpita su capitelli prestigiosi. Della Sirena si mantenne la connotazione simbolistica in riferimento alla malia, pur tuttavia con qualche variazione di senso. Nel Medioevo, infatti, essa è personificazione della infedeltà e delle tentazioni carnali.

 

 

Samuele Corrente Naso

 

 

 

NOTE

[1] Omero, Odissea XII, 39-46. Traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera, 2007 [2] Omero, Odissea XII, 184-8. Traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera, 2007 [3] “Sirenae sunt marinae puellae quae navigantes pulcherrima forma et canto mulcendo decipiunt et capite usque ad umbilicum sunt corpore virginali et humano generi simillimae; squamos tamen piscium caudas habent, quibus semper in gurgite latent”