Un salto nella Sardegna del medioevo: la Basilica di San Gavino

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La colonia romana di Turris Libisonis fu fondata probabilmente dall’Imperatore Giulio Cesare nel 46 a.C. Essa rappresenta l’unica colonia Iulia della Sardegna. La città svolse un ruolo molto importante durante il periodo romano, grazie alla sua attività marittima-mercantile. Tale rilevanza è attestata negli scritti di Plinio il Vecchio [1], nonché dai rinvenimenti di mosaici concernenti i Navuculari Turritani presenti ad Ostia Antica. Inoltre, le evidenze di un antico culto di Iside (divinità dei marinari) confermano la centralità delle attività marinare nella città. 

 Ad attestare tale venerazione è il ritrovamento di un botros, ovvero un deposito di ex voto e oggetti sacri destinati ad onorare la “Gran Madre”. Inoltre, nella città era presente l’ara di Bubastis, altare destinato ad accogliere offerte rituali dedicate principalmente a Bastet, divinità egizia raffigurata con la testa di gatta e il busto di donna. In particolare, alcune delle decorazioni di tale altare richiamano direttamente Iside: il sistro e la situla. Il primo era uno strumento musicale costituito da un’impugnatura sulla quale si innestava un telaio curvato a U capovolta, e attraversato da tre o quattro sbarrette scorrevoli. La situla era, invece, un vaso metallico con fondo generalmente emisferico, utilizzato per contenere l’acqua del Nilo (che per gli egizi rappresentava il dio Osiride) o il latte per le libagioni [2].

 

Il periodo dei Giudicati di Sardegna

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente la città di Turris mantenne un certo prestigio. In particolare, Torres (non più Turris) divenne la capitale del Giudicato di Torres-Logudoro [3] divenendo, tra l’altro, sede arcivescovile. La dominazione aragonese (1323-1479) segnò il declino della città; ciò favorì l’ascesa della città di Sassari (la quale aveva stipulato un accordo con Genova che vietava l’apertura di locali commerciali), lo spostamento dei traffici marittimi in favore di Cagliari ed Alghero e il trasferimento del vescovado posero fine alla notorietà ed importanza del centro turritano.

 

Quattro antiche colonne, probabilmente risalenti ad una precedente costruzione, sono poste esternamente alla Basilica di San Gavino

 

Particolare

 

La Basilica di San Gavino

La Basilica di San Gavino fu eretta nel 1065 durante il periodo giudicale, e dedicata ai tre martiri cristiani Gavino, Proto e Gianuario martirizzati sotto Diocleziano (303 d.C.). Le prime menzioni della chiesa sono contenute nel Condaghe di San Pietro in Silki [4] e nello Pseudocondaghe di San Gavino. In quest’ultimo vengono riportate diverse informazioni concernenti la realizzazione della basilica, voluta dal giudice Gonnario Comita [5], il quale ne affidò la costruzione a maestranze pisane. In proposito, il documento narra che il Giudice “feghit venner XI Mastros de pedra, et de muru sos plus fines, et megius qui potuerunt acatare in Pisas, et posit ad operare sa ecclesia [6]”.

La decisione di costruire una chiesa in onore di San Gavino si deve alla miracolosa guarigione del giudice attribuita al santo turritano. Si narra che, infatti, il martire apparve in sogno a Gonnario, promettendogli la guarigione da una grave malattia purché il giudice ritrovasse il suo corpo insieme a quelli di Proto e Gianuario e conferisse loro degna sepoltura. Il Judike li trovò in prossimità dell’attuale chiesetta di Balai (dove erano stati martirizzati), e li fece trasferire nella basilica.  I lavori di costruzione proseguirono durante il giudicato di Torchitorio Barisone de Lacon-Gunale, figlio di Gonnario Comita. Nel 1080 il giudice Mariano di Sorres e l’arcivescovo Costantino di Castra finalmente inaugurarono la basilica. Nel XV secolo essa subì inoltre dei rifacimenti che introdussero alcuni elementi tipici dello stile gotico-catalano, come attestato da un’epigrafe, datata 1492, posta sul portale romanico.

 

Esterno della Basilica

La Basilica di San Gavino costituisce un unicum per la particolarità della sua struttura. Difatti, essa presenta un impianto longitudinale lungo ben 58 metri (il triplo della sua larghezza), con due absidi affrontate poste sui due lati corti della basilica. Un’ulteriore unicità è data dall’assenza di una facciata. Le fiancate si allungano su due cortili, denominati Atrio Comita e Atrio Metropoli. Su tali lati sono posti gli ingressi. L’ingresso principale, situato sul fianco meridionale, è impreziosito da un portale gemino [7] del XV secolo in stile gotico-catalano, con un arco a tutto sesto retto da colonnine. La cornice dell’estradosso poggia, invece, su capitelli scolpiti raffiguranti due angeli, ognuno dei quali regge uno stemma. Sul lato nord è situato l’altro portale, in stile romanico, con rappresentazioni scultoree di Adamo ed Eva. L’intero parametro esterno, in pietra calcarea, è scandito da lesene e archetti pensili.

 

Il portale principale

 

Particolare del portale secondario

 

La presenza della Croce Patente suggerisce l’ipotesi che la Basilica di San Gavino sia stata costruita su input dei Cavalieri Templari. L’idea ha un fondamento storico abbastanza rilevante, poiché è noto che San Bernardo di Chiaravalle fosse amico del Giudice di Torres Gonario II. Quest’ultimo prese in seguito i voti proprio sotto l’Ordine dei Cistercensi, tanto che viene raffigurato insieme a San Bernardo all’interno della basilica stessa. Inoltre, le principali fonti storiche riguardo ai martiri Proto e Giuanuario sono state rinvenute presso l’Abbazia cistercense di Clairvaux, in Francia.

 

Croce Patente

 

 

 

L’effetto HDR mette in evidenza ciò che altrimenti non vedremmo: due cavalieri scolpiti sulla lunetta del portale secondario richiamano direttamente il sigillum dei Cavalieri Templari.

Interno della Basilica

L’interno della basilica, a pianta rettangolare, è suddiviso in tre navate sormontate da due serie di archi a tutto sesto, retti da ventidue colonne in granito rosa e marmo grigio e da tre coppie di pilastri cruciformi. I capitelli, invece, derivano da edifici di età romana. La navata centrale è a capriate lignee, le quali riportano alcune scritte in colore rosso risalenti al XVII secolo. Le campate delle navatelle laterali, invece, presentano volte a crociera. L’altare maggiore, in stile gotico-catalano, è collocato nell’abside posta a sud-ovest, mentre l’abside contrapposta ospita un catafalco ligneo del XVII secolo con le statue policrome dei tre martiri cristiani Gavino, Proto e Gianuario.

 

 

 

 

Cripta e anticripta

L’anticripta, in stile classico rinascimentale, presenta numerose nicchie all’interno delle quali sono collocate statue di martiri locali. Nella cripta, invece, sono presenti dei sarcofagi romani, all’interno dei quali sono custodite le reliquie dei martiri turritani. Inoltre, in essa sono stati inglobati i resti di una delle due basiliche preesistenti, il Martyrion, risalente al V-VII secolo e costruita sulla tomba di san Gavino.

 

 

 

Chi erano i martiri turritani?

Gavino, Proto e Gianuario, noti come protomartiri turritani, sono dei santi cristiani martirizzati nelle vicinanze di Porto Torres nel IV secolo durante le persecuzioni di Diocleziano. Gavino, ovvero “abitante di Gabium” (Lazio) era un soldato romano, Proto un vescovo e Gianuario un diacono. I tre furono martirizzati, mediante decapitazione, vicino a Balai.

La loro storia è raccontata nella “Leggenda di San Saturnino”, scritta da un monaco vittoriano, dove si riporta che “il preside romano (Barbaro) li interrogò: «Di che religione siete?» I santi martiri risposero: «Siamo cristiani e non riconosciamo altro dio che Cristo». Il preside disse: «Avete udito gli ordini degli invittissimi principi Diocleziano e Massimiano, con cui comandano che chiunque non neghi di essere cristiano sia assoggettato ai tormenti, e infine se non sacrifichi agli dei sia punito di morte?».

I santi martiri risposero: «Li abbiamo uditi e non teniamo alcun conto del loro stolto comando». Il preside disse: «Sacrificate agli dei prima che i tormenti vi strazino”. Risposero: «Non sacrifichiamo: fa quello che vuoi». Vedendoli dunque il preside costanti e irremovibili, proferì contro di essi la sentenza, dicendo: «Poiché oltraggiano gli dei e non obbediscono ai sacri comandi degli imperatori siano puniti di morte». Furono quindi condotti al luogo nel quale doveva compiersi la loro sorte e furono decapitati per il nome del Signor nostro Gesù Cristo.»”.

 

Una versione alternativa

Vi è anche un’altra “versione” della passio, risalente al XIII secolo [8]. In essa si riporta che il preside Barbaro, al quale era stata affidata la potestà della Corsica e della Sardegna, venne a sapere che “nella città turritana, due uomini, sul monte chiamato Angellu, notte e giorno non cessano di predicare la fede di Gesù Cristo. Comanda perciò, che ora siano portati al tuo cospetto affinché o sacrifichino agli idoli o siano colpiti di spada, secondo il comando imperiale”. Pertanto, trovandosi in Corsica, mandò dei messi a prendere Proto e Gianuario.

Di fronte alla dichiarazione di fede di Proto e Gianuario, il preside decise di mandare Proto in esilio nell’isola denominata Cornicularia, mentre tenne con sé Gianuario cercando di fargli cambiare idea, inutilmente. Preso consiglio di andare in Sardegna, Barbaro ordinò di preparare la nave e arrivò nella città turritana, portando con sé Gianuario. Essendo i due cristiani irremovibili nella loro dichiarazione di fede, Barbaro li affidò al soldato Gavino, comandandogli di condurli in carcere.

 

La conversione di Gavino

Durante il tragitto quest’ultimo li ascoltava salmeggiare, dicendo «Eleviamo i nostri occhi ai monti, da dove ci viene l’aiuto; il nostro aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra. (Salmo 120)». Pervaso dallo Spirito Santo, chiese piangendo “«Vi prego, santi di Dio, per il Signore Dio vostro, che mi mostriate chi è quel vostro Dio, che voi dite autore del cielo e della terra, e quale ricompensa vi attendete di ricevere da lui per i tanti tormenti che patite.» E i santi di Dio risposero di gran cuore: «O glorioso soldato, perché interroghi noi su di Lui? La sua potenza, grandezza e gloria nessun uomo né angelo potrà mai narrarla a sufficienza. Egli è onnipotentissimo e invisibile; è creatore di tutte le cose che sono in cielo e in terra, ed è giusto. È per amore di lui che noi patiamo questi tormenti.”

A queste parole Gavino fece liberare Proto e Gianuario, i quali si rifugiarono in luoghi nascosti. Il giorno seguente, alla richiesta di Barbaro che Proto e Gianuario fossero condotti al suo cospetto, si presentò Gavino stesso, dichiarando “O preside, per la salute della tua vita, non li chiamare malvagi, perché se tu li conoscessi, li diresti giusti e santissimi. Infatti sono servi del Dio onnipotente che ha fatto il cielo e la terra, perciò non li ho potuti tenere. E anche io stesso confesso, adoro, benedico e glorifico lo stesso Dio; e per suo amore, se occorresse, mi sento disposto a morire […].” Gavino fu pertanto condannato a morte.

 

L’apparizione di san Gavino

Durante il tragitto che lo avrebbe portato alla spelonca dove sarebbe stato decapitato, incontrò una donna, nella cui casa il soldato era stato più volte ospitato. Questa gli porse un fazzoletto affinché coprisse gli occhi durante la decapitazione. Così Gavino, dopo essersi rivolto al Signore misericordioso, fu colpito dalla spada. Però “l’onnipotente Dio volle mostrare per suo mezzo grandi meraviglie”, per cui lo spirito di Gavino si recò al luogo dove si erano rifugiati Proto e Gianuario, e li esortò a “ricevere la gloria della vittoria”. I due, capendo che egli fosse stato martirizzato, si presentarono al cospetto di Barbaro, che li condannò a morte. Anch’essi furono condotti al luogo del martirio. Dopo aver lodato il Signore, non appena Gianuario ebbe risposto “Amen” all’orazione pronunciata da Proto, “con volto lieto si baciarono, e furono percossi con la spada”. E qui termina il racconto leggendario dei martiri turritani!

Daniela Campus

 

NOTE

[1] Naturalis Historia, III, 7, 85. [2] Per approfondimenti, vedi: Cenerini, F., Ruggeri, P. (a cura di). (2007). Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007, p. 211.

Mastino, A., Vismara, C. (1994). Turris Libisonis. Sardegna Archeologica. Guide e Itinerari. Carlo Delfino Editore.

[3] I Giudicati sono stati delle entità politiche autonome sorte nel IX secolo in Sardegna. Sono quattro i giudicati che caratterizzarono la politica isolana sino al XV secolo: Torres-Logudoro,Gallura, Arborea e Cagliari. Ciascuno era guidato da un iudex ed avevano la propria struttura politico-amministrativa. [4] Il Condaghe era un documento amministrativo utilizzato tra XI e XIII in Sardegna, durante il periodo bizantino e giudicale. Sorto per raccogliere gli atti di donazione a favore di un ente ecclesiastico, la sua funzione fu estesa nel tempo, divenendo un vero e proprio registro patrimoniale. Il Condaghe di San Pietro di Silki raccoglie gli atti relativi al patrimonio posseduto dalle chiese e monasteri del circondario dell’abbazia benedettina di Silki, fondata a Sassari attorno al 1065. [5] Giudice di Torres e di Arborea. [6] Traduzione: «fece venire undici scalpellini e muratori tra i più bravi e migliori che si potessero trovare a Pisa, e li mise a costruire la Chiesa». [7] Duplice. [8] La Passio Sanctorum Martyrum Gavini Proti et Jianuarii di Clairvaux.