Misteri di Roma, volume 5: da Santa Maria Maggiore al Vaticano

Roma è, senza dubbio alcuno, una delle più importanti città spirituali del Mondo. Sede del Vaticano e dimora dei Papi della Chiesa Cattolica da lungo tempo, essa è meta di milioni di pellegrini ogni anno. Molti luoghi della città rifulgono di questa accesa spiritualità, e rappresentano veri e propri monumenti iconici della cristianità. Qui si intrecciano vivide vicende storiche, che hanno segnato i secoli dell’intera Europa, a mirabilissime opere del genio artistico. Si pensi alle impressionanti collezioni dei Musei Vaticani o alla Pietà di Michelangelo in San Pietro…

Roma è pure città dai grandi misteri e, in questo senso, non può fare eccezione il ricchissimo complesso monumentale e artistico della spiritualità cristiana. A cominciare da alcune delle più importanti basiliche del Cattolicesimo: Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano e, per finire, San Pietro in Vaticano. Come non citare poi, i segreti di Castel Sant’Angelo? O le curiose vicissitudini intorno alla realizzazione del Mosè di Michelangelo, o della Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini?

Ebbene, non è più tempo di tergiversare! Conviene ora metterci in marcia lungo le intricate vie della città di Roma, alla ricerca degli antichi misteri che hanno segnato la storia del Cristianesimo.

 

La cupola di San Pietro

 

La basilica di Santa Maria Maggiore, la fondazione mitica e il Quadrato del Sator

Santa Maria Maggiore è una delle quattro basiliche papali di Roma, costruita per volontà di papa Liberio (352-366). Secondo la leggenda, la Madonna apparve in sogno al pontefice e al patrizio Giovanni, rivelando che un evento miracoloso avrebbe indicato loro il luogo in cui l’edificio sarebbe dovuto sorgere. Pertanto, a seguito di una incredibile nevicata, avvenuta il 5 agosto 352, il papa disegnò sulla neve il perimetro della basilica, la cui costruzione fu finanziata dal patrizio Giovanni.

 

Santa Maria Maggiore, facciata

 

Interni della basilica

 

Incoronazione della Vergine, Jacopo Torriti

 

Un altro affascinante mistero della basilica di Santa Maria Maggiore è legato alla presenza del quadrato magico del Sator nei suoi sotterranei. Si tratta di un’iscrizione latina a struttura palindroma, composta di cinque semplici parole:

 

S A T O R
A R E P O
T E N E T
O P E R A
R O T A S

 

Il Quadrato del Sator è stato rinvenuto in diversi siti archeologici dell’area mediterranea e il suo significato è ancora oggetto di dibattito. Per approfondire rimandiamo all’apposito articolo di questo sito, nella sezione “simbolismo”.

Perché a Santa Maria Maggiore è presente tale iscrizione? Una possibile risposta potrebbe essere collegata al significato cristiano del simbolo. Più precisamente, potrebbe avere la medesima funzione assunta dai cristogrammi in epoca paleocristiana. I recenti rilievi stratigrafici sulla parete iscritta, situata presso i sotterranei della basilica di Santa Maria Maggiore, sembrerebbero confermare una datazione congrua a tale ipotesi.

Contestualmente al Quadrato del Sator, nei sotterranei dell’edificio sono state rinvenute altre due locuzioni latine palindrome:

 

ROMA SUMMUS AMOR
ROMA OLIM MILO AMOR

 

Perché mai i primi cristiani si erano divertiti a scrivere tali “enigmistiche frasi” su un antico muro, forse addirittura antecedente alla basilica di Santa Maria Maggiore? Il mistero permane.

 

L’Obelisco Esquilino, alle spalle di Santa Maria Maggiore

 

 

La basilica di San Giovanni in Laterano

San Giovanni in Laterano è la cattedrale di Roma poiché, al contrario di quanto si pensa comunemente, è essa la sede vescovile della diocesi e non San Pietro in Vaticano. La basilica, situata sugli antichi Horti Laterani (i Laterani erano una famiglia nobiliare del periodo imperiale), è la più antica di tutto l’Occidente. Sorse, infatti, all’indomani della conversione di Costantino (312 a.C) poiché, proprio tale imperatore, la volle edificata come segno di gratitudine a Dio per la vittoriosa Battaglia di Ponte Milvio.

Sarebbe pressoché impossibile narrare ogni aneddoto, o segreto, riguardante un edificio così importante; tuttavia, ce ne sono almeno un paio che meritano una speciale menzione. Il primo riguarda una delle figure più controverse della storia della Chiesa, Silvestro II, che ancora oggi viene curiosamente appellato come “il papa mago”. E non possiamo nemmeno dimenticare l’incredibile (e macabro)  processo che papa Stefano VI intentò contro il suo predecessore… defunto. 

 

San Giovanni in Laterano

 

Il “papa mago” Silvestro II

All’interno della basilica di San Giovanni in Laterano è possibile rinvenire la tomba del 139° papa [1] della Chiesa Cattolica. Ivi si trovano, infatti, le spoglie di Silvestro II, famoso per aver tentato di ristabilire l’ordine religioso durante il Saeculum obscurum [2] del soglio pontificio. Si tratta di una figura molto particolare all’interno della storia ecclesiastica; egli era un grande appassionato di filosofia araba e matematica che ancora in vita fu ribattezzato “il papa mago”. Alcuni suoi contemporanei, e una ricca tradizione successiva, in verità, credevano che Silvestro II avesse enormi poteri magici, conferitigli dal demonio.

Tale diceria si deve all’opera del contemporaneo Benone, cardinale mai ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa, che divulgò la novella nei Gesta Romanae Ecclesiae contra Hildebrandum. Chiaramente Benone aveva tutto l’interesse a denigrare il papa di Roma, poiché egli stesso era stato nominato da un antipapa, Clemente III. In seguito alla dipartita del pontefice, al secolo Gerberto di Aurillac, le calunnie non si placarono affatto, tanto da divenire un vero e proprio corpo letterario. Baldanzosi scrittori, come Ugo di Savigny, Sigebert di Gembloux o Guglielmo di Malmesbury, lo definirono negromante e sostennero che avesse addirittura creato un golem.

Tra le altre cose, si diceva che la sua sepoltura, presso la basilica di San Giovanni, avesse anch’essa dei poteri occulti. Difatti, pare che cominciasse a trasudare dell’acqua all’appressarsi della morte di un papa. Nel 1648 si decise così di ispezionare il contenuto della tomba per mettere fine alle secolari dicerie. Tuttavia, Silvestro II aveva ancora in serbo un’ultima magia. Non appena la sepoltura fu scoperchiata, i presenti ebbero giusto il tempo di osservare che le spoglie del pontefice erano incredibilmente intatte (dopo più di seicento anni…): in quel preciso istante, esse si dissolsero in una nuvola di cenere al contatto con l’aria [3] [4].

 

Il processo contro papa Formoso

Nell’anno 897 papa Formoso fu processato nella basilica di San Giovanni in Laterano e, dopo essere stato interrogato, fu condannato col reato di sacrilegio. E sin qui parrebbe tutto normale, se non fosse che il pontefice era morto almeno sette mesi prima della sentenza. Chi dunque sedeva al suo posto, sul banco degli imputati? E’ presto detto: si trattava del suo cadavere, per l’occasione riesumato e rivestito con i paramenti papali. Il pontefice allora in carica Stefano VI, infatti, aveva predisposto il procedimento giudiziario a carico dell’odiato predecessore, mettendo in scena un vero e proprio teatro dell’orrore. 

Il “sinodo del cadavere” o “concilio cadaverico” fu un procedimento giudiziario realmente avvenuto [5]. Uno storico del XIX, Ferdinand Gregorovius, ebbe a descriverlo in questi pittoreschi termini [6]:

“Il cadavere del papa, strappato alla tomba in cui riposava da otto mesi, fu vestito dei paludamenti pontifici, e deposto sopra un trono nella sala del concilio. L’avvocato di papa Stefano si alzò, si volse verso quella mummia orribile, al cui fianco sedeva un diacono tremante, che doveva fargli da difensore, propose le accuse; […]

L’avvocato di Formoso addusse qualcosa in sua difesa, sempre che l’orrore gli abbia permesso di parlare; il cadavere fu riconosciuto colpevole e condannato. Il sinodo sottoscrisse l’atto di deposizione, dannò il papa in eterno e decretò che tutti coloro ai quali egli aveva conferito gli ordini sacerdotali, dovessero essere ordinati di nuovo. I paramenti furono strappati di dosso alla mummia, le recisero le tre dita della mano destra con le quali i Latini sogliono benedire, e con grida barbariche, gettarono il cadavere fuori dall’aula: lo si trascinò per le vie, e, fra le urla della plebaglia, venne gettato nel Tevere.”

 

Jean Paul Laurens, Le Pape Formose et Etienn

 

Il Mosè di Michelangelo

All’interno della basilica minore di San Pietro in Vincoli è situata la tomba del papa Giulio II (1505-1532). Essa è opera dello scultore Michelangelo Buonarroti e vide la luce solo dopo vicende piuttosto tormentate. A causa del continuo rinvio dell’inizio dei lavori, e di intrighi e accuse ingenerose verso di lui, lo stesso artista finì per appellare l’opera come “la tragedia della sepoltura”. Il progetto che Giulio II commissionò per la sua tomba, infatti, avrebbe dovuto inizialmente prevedere la realizzazione di un imponente mausoleo, da collocarsi nella basilica di San Pietro in Vaticano, con una quarantina di statue che Michelangelo avrebbe dovuto scolpire. Tuttavia, l’iniziale intento andò via via scemando negli anni e l’odierna sepoltura è solo un gruppo di statue addossate a una parete. Tra queste ve ne sono tre di Michelangelo ma soltanto una è degna di essere considerata un inimitabile capolavoro: il Mosè.

 

La Tomba di Giulio II

 

La torsione del Mosè

Il Mosè è una statua scultorea di 235 cm, fu realizzata intorno al 1515 ma studi recenti hanno sostanzialmente dimostrato che fu ritoccata dallo stesso Michelangelo nel 1542. Qui inizia il mito e si realizza il genio dell’artista, in una maniera che nessuno avrebbe mai potuto nemmeno sospettare. Il ritrovamento di un documento dell’epoca [7], una lettera di un conoscente di Michelangelo, svelò un arcano rimasto segreto per secoli: il Mosè girò il capo 27 anni dopo la sua realizzazione. Pare, infatti, che tale amico, osservando la statua, avesse detto all’artista “Se questa figura stesse con la testa in qua credo che forse facesse meglio”.

L’osservazione era probabilmente dovuta al fatto che nel 1542, proprio in direzione dello sguardo originale del Mosè, al livello degli absidi del transetto di San Pietro in Vincoli, venivano concesse le indulgenze ai pellegrini in cambio di soldi. Pertanto il profeta, come se avesse visto un nuovo vitello d’oro, si trovò con la testa girata dall’altro lato per non vedere. Incredibilmente tutto ciò avvenne in un lasso di tempo brevissimo. Quando il conoscente di Michelangelo tornò per rivedere la statua, appena due giorni dopo, lo stesso artista gli rispose scherzando “Non sapete, il Mosè ce intese parlare l’altro giorno et per intenderci meglio se è volto”.

L’amico dovette rimanere sbalordito: il Buonarroti era riuscito a scolpire nuovamente parte della statua, realizzando una torsione insospettabile. I recenti restauri a cui il Mosè è stato sottoposto hanno confermato tale incredibile racconto. Alcuni residui della vecchia postura sono ancora visibili sulla barba e sulla schiena. Ma nessuno se n’era mai accorto prima!

 

Il Mosè

Leggende e aneddoti sul Mosè

Un famoso aneddoto sulla vita di Michelangelo è legato alla realizzazione del Mosè. Si narra che l’artista, stupito egli stesso dalla perfezione delle forme che la scultura aveva raggiunto, l’abbia istintivamente colpita a un ginocchio con il martello, esclamando “Perché non parli?”.

Sulla barba del Mosè esiste una variegata tradizione popolare. Una diceria, in particolare, andava sostenendo che in essa si potessero riconoscere i volti di Giulio II e di una donna.

Lo stesso argomento riguarda il capo della statua, che presenta due corna ben distinguibili. Si dice che Michelangelo abbia voluto, in questo modo, fare un dispetto al defunto papa, a causa dei ripensamenti e delle lungaggini per la realizzazione della sua tomba. In realtà, la presenza delle corna sul capo di Mosè sono un tipico elemento dell’iconografia di questo profeta. La tradizione potrebbe derivare da un errore nella traduzione biblica dell’Esodo. Il termine ebraico karan (raggi) può, infatti, essere confuso con keren (corna).

 

 

 

La basilica di San Pietro e il Vaticano

Oggi sarebbe praticamente impossibile immaginare lo skyline di Roma senza pensare al cupolone  di San Pietro in Vaticano. Tuttavia, fu solo sotto il pontificato di Giulio II (1503-1513) che s’incominciarono i lavori di una nuova basilica, con l’intenzione di restaurare l’antica potenza e lo splendore del papato.

L’aggettivo nuovo non è affatto casuale, giacché sullo stesso loco, ove ora sorge l’edificio, ne esisteva uno assai più vecchio. L’imperatore Costantino, contestualmente alla costruzione di San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le mura, volle l’edificazione di una grande basilica per custodire le spoglie di san Pietro, primo papa e martire cristiano. Presso i vicini horti neroniani l’apostolo trovò, infatti, la morte, venendo crocifisso a testa in giù durante l’impero di Nerone, tra il 64 e il 67. Alcune fonti apocrife sostengono che il martirio avvenne esattamente sotto l’obelisco del Circo di Nerone, che oggi è situato proprio al centro di Piazza San Pietro.

Sorse in tal modo l’antica basilica di San Pietro in Vaticano. Essa non doveva essere troppo dissimile nella struttura architettonica dall’analoga San Paolo fuori le mura, nella progettazione della facciata, del portico e delle cinque navate. L’antica basilica ebbe una storia gloriosa, vedendo l’incoronazione di illustrissimi personaggi come Carlo magno, Federico II o Federico Barbarossa.

Durante tutto il XV secolo l’edificio iniziò rapidamente a bisognare di cospicui interventi strutturali di consolidamento, finché Giulio II non ne dispose la demolizione. Al suo posto incominciarono, pertanto, i lavori della nuova basilica di San Pietro, la quale verrà consacrata soltanto nel 1626. 

 

L’antica basilica di San Pietro

 

La necropoli e i mausolei

Nella stessa area presso la quale sorgeva la basilica originaria, v’era ancora più antica una necropoli. Con buona probabilità essa ospitava la sepoltura di san Pietro, ai piedi del colle Vaticano. In ogni caso, recenti scavi archeologici hanno permesso di rinvenire numerosi mausolei, rimasti interrati per secoli sotto il piano della basilica di San Pietro. Alcuni di essi, ormai privi della volta, conservano tuttavia iscrizioni, mosaici e pitture: tale è l’area oggi definita necropoli vaticana.

Numerosi altri mausolei, invece, sopravvissero almeno sino al 1500. Essi fiancheggiavano l’antica basilica di san Pietro ed erano utilizzati come martyrion. Tra questi vi era certamente il mausoleo imperiale, che ospitava, tra gli altri, i veri resti dell’imperatrice Galla Placidia, dalla tradizione erroneamente collocati a Ravenna.

 

Nuova basilica, nuovi misteri

Il completamento dei lavori della nuova basilica di San Pietro in Vaticano impiegò circa 120 anni. In questo lungo lasso di tempo, si avvicendarono alla costruzione i più grandi architetti dell’epoca. Tra questi il Bramante, Raffaello, Antonio da Sangallo, Michelangelo (a cui si deve l’originario progetto della cupola), Domenico Fontana, Carlo Maderno. 

 

La basilica di San Pietro

 

Gian Lorenzo Bernini fu, invece, l’artefice del rifacimento di Piazza San Pietro (1657-1667) come oggi la conosciamo. A lui si deve il colonnato, sormontato da 140 imponenti statue, che idealmente abbraccia i pellegrini giunti in San Pietro. La piazza del Bernini ha forma ovale, fatto inconsueto in termini architettonici, non è nemmeno un ellisse, ma non in senso simbolistico. L’ovale deriva, infatti, dalla fusione di due semicirconferenze, le quali s’intersecano nei rispettivi centri e sono connesse da due archi funzionali. Tale geometria risponde a precisi criteri cosmogonici e ripropone de facto la simbologia della Vesica Piscis, rappresentazione dell’Ichthys e figura di Cristo.

 

Piazza San Pietro

 

I misteri all’interno della basilica

Qui si pone un cenno su alcune irrisolte questioni, che potrebbero trovare risposta all’interno della basilica di San Pietro, ma che ancora sono avvolte dalla nebbia dell’arcano. L’edificio, infatti, è ricco di opere d’arte immortali, come la Pietà di Michelangelo o il Baldacchino del Bernini, quanto di misteri. In verità, queste due dimensioni non sempre paiono decorrere in parallelo, ma talvolta si fondono. Il Baldacchino del Bernini, per citarne una, pare trarre ispirazione nientemeno che dal Tempio di Salomone. E le particolari colonne tortili (dette giustappunto “salomoniche”), su cui si regge tale struttura, potrebbero essere un voluto richiamo alle più famose colonne del Tempio, Jachin e Boaz. Un curioso fatto: esattamente dal punto in cui si trova il Baldacchino, passa il Meridiano Zero d’Italia.

 

Il Baldacchino del Bernini

 

Il Velo della Veronica e il Volto Santo

Al di sotto dell’enorme cupola, vi sono i pilastri che la sorreggono. Qui sono ricavate, rispettivamente, quattro nicchie, le quali ospitano le statue di Santa Veronica, Sant’Elena, San Longino e Sant’Andrea. La scelta di questi santi non è casuale; all’interno della basilica di San Pietro, infatti, sarebbero conservati, ma tenuti nascosti:

– Un frammento della Vera Croce, portato a Roma da Sant’Elena;

– Una porzione della Lancia di Longino;

– Il Sacro Velo della Veronica.

Quest’ultimo punto è, tuttavia, motivo di enormi controversie. Occorre innanzitutto chiarire cosa sia l’originale Velo della Veronica, e chi fosse effettivamente costei. Nei vangeli sinottici è ben descritto l’episodio in cui Gesù guarisce l’emorroissa [8]. Il nome della donna non viene qui menzionato, mentre ricompare col nome di Veronica (Φερενίκη, portatrice di vittoria) nell‘apocrifo vangelo di Nicodemo, durante il processo a Gesù. Ella testimonia a favore del Cristo, sebbene non venga ascoltata. Nell’apocrifo Ciclo di Pilato, fa la sua comparsa la reliquia del Velo della Veronica. Tale sarebbe, infatti, il preziosissimo telo che la Veronica avrebbe ricevuto direttamente da Dio, e sul quale Egli avrebbe fatto apparire il vero volto di Gesù [9]. Un’altra versione sostiene, al contrario, che la reliquia sarebbe il telo con il quale la donna asciugò il sudore di Cristo durante la salita al Calvario.

 

Autenticità e considerazioni

E’ chiaro che non esiste nessuna fonte storica che possa, in maniera più affidabile, confermare la veridicità dei racconti sulla Veronica. Tuttalpiù che il nome stesso della donna, potrebbe derivare dall’assonante vera icon (vera icona), o viceversa. Ciò indicherebbe che nel Medioevo il Velo era considerato senza dubbio la vera immagine di Cristo. In ogni caso, da secoli si ritiene che la preziosissima reliquia possa trovarsi a San Pietro.

La reliquia viene esposta ogni anno durante la domenica della passione. Sfortunatamente essa appare racchiusa in una spessa cornice e si trova situata abissalmente distante dagli osservatori, motivo per il quale è impossibile distinguerne il contenuto. Inoltre, non è permessa alcuna visita o ispezione al telo durante il resto dell’anno. L’ultimo che ci riuscì fu lo storico d’arte Joseph Wilpert  che, ciò nondimeno, ebbe a dichiarare di aver visto soltanto “un pezzo quadrato di stoffa leggermente colorata, alquanto scolorita dall’età, che porta due deboli macchie marrone-ruggine, unite l’una all’altra”.  Come se non bastasse, non esistono fotografie del telo, ma solo grossolane riproduzioni pittoriche antecedenti il XVII secolo.

E’ possibile che la reliquia si sia scolorita col tempo? Oppure si tratta soltanto di una leggenda?

Taluni sostengono addirittura che il Velo sarebbe stato trafugato dalla basilica di San Pietro nel XVII secolo e che corrisponderebbe all’odierno Volto Santo di Manoppello.

 

Castel Sant’Angelo

La storia di Castel Sant’Angelo è tanto antica quanto radicata in una arcana dimensione di spiritualità. L’origine dell’edificio è romana: fu l’imperatore Adriano ad ordinarne la costruzione nel 125, affinché potesse in seguito fungere da mausoleo. Per tale ragione, la struttura fu a lungo chiamata Mole Adrianorum ed era assai distante dalla odierna accezione di castello. Men che meno poteva essere connessa al nome di un angelo della spiritualità cristiana, a quei tempi. La Mole Adrianorum sorse presso il quartiere borgo e innanzi ad essa fu appositamente costruito un ponte di collegamento, chiamato pons Aelius.

Dal 403 l’edificio subì di colpo un cambio d’uso: l’imperatore Onorio lo mutò in una fortezza a difesa di Roma, ambita preda dei  Visigoti di Alarico. In seguito al famoso sacco del 410, la città entrò in una spirale di forti afflizioni. Non ultima una terribile pestilenza che, alle soglie del 590, pareva pressoché inarrestabile. Papa Gregorio I indisse pertanto solenne processione penitenziale, che prese a snodarsi per le vie di Roma. Giunta a livello del pons Aelius, il papa vide l’Arcangelo Michele deporre la sua spada fiammante nel fodero. Da lì a poco, la pestilenza terminò com’era venuta. 

 

Castel Sant’Angelo

 

Da quel momento e la Mole Adrianorum e il ponte che vi stava innanzi furono dedicati a san Michele Arcangelo. Ecco comparire, pertanto, la denominazione di Castel Sant’Angelo. In quanto al ponte, invece, esso fu adornato, durante i secoli, di suggestive sculture. Tra queste, una decina furono scolpite dal Bernini e dai suoi discepoli.

 

Ponte Sant’Angelo

 

La Fontana dei Quattro Fiumi

Un altro aneddoto riguarda ancora Gian Lorenzo Bernini, ed è rimasto impresso a tal punto nella memoria storica dei romani da costituire uno straordinario cliché della tradizione popolare. Tra il 1848 e il 1651, l’artista si dedicava a progettare una delle sue opere più magistrali. Si andavano, infatti, delineando le forme scultoree della Fontana dei Quattro Fiumi in Piazza Navona. La composizione si snoda al centro di una grande vasca ellittica, sormontata da un alto obelisco (l’obelisco Agonale). Quest’ultimo è retto da figure di nudi, che rappresentano le allegorie dei quattro fiumi più importanti del Mondo: il Danubio, il Gange, il Rio de la Plata e il Nilo.

 

La Fontana dei Quattro Fiumi

 

Proprio tali rappresentazioni diedero adito a inarrestabili chiacchiericci per tutta Roma, che dal XVII secolo sono giunti sino a noi. Mentre, infatti, Bernini lavorava alla realizzazione della Fontana dei Quattro Fiumi, il suo acerrimo rivale, Francesco Borromini, andava costruendo l’antistante chiesa di Sant’Agnese in Agone. All’epoca, qualcuno mise in giro la voce che quest’ultima fosse assai pericolante, e che sarebbe crollata da lì a poco. Si narra che il Bernini, a mo’ di scherno, progettò le sculture del Nilo e del Rio de la Plata che si riparano il viso dall’eventuale cedimento.

 

Particolare della fontana: il “Nilo” pare ripararsi dal crollo della chiesa di Sant’Agnese.

 

La chiesa di Sant’Agnese del Borromini

 

 

Samuele Corrente Naso e Daniela Campus

 

NOTE

[1] Insediato sul trono di Pietro il 9 aprile 999. [2] Saeculum obscurum è la locuzione latina con la quale si fa riferimento al periodo, assai tribolato per la Chiesa, che va dall’888 al 1046. [3] Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, 1854.

[4] Il canonico dell’epoca, Cesare Rasponi, così descrive il fatto: “Quando si scavò sotto il portico, il corpo di Silvestro II fu trovato intatto, sdraiato in un sepolcro di marmo a una profondità di dodici palmi. Era rivestito degli ornamenti pontificali, le braccia incrociate sul petto, la testa coperta dalla sacra tiara; la croce pastorale pendeva ancora dal suo collo e l’anulare della mano destra portava l’anello papale. Ma in un momento quel corpo si dissolse nell’aria, che ancora restò impregnata dei soavi profumi posti nell’urna; nient’altro rimase che la croce d’argento e l’anello pastorale.”

[5] Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter [6] Claudio Rendina, I Papi – storia e segreti, 2005 [7] Ad opera del restauratore e filologo Antonio Forcellino [8] Mt 9,20-22; Mc 5,25-34; Lc 8,43-48 [9] Sarebbe, pertanto, una reliquia acheropita.