Misteri di Roma, volume 3: San Paolo fuori le mura e la profezia di san Malachia

Roma, più di ogni altra città al Mondo, è indissolubilmente legata a incredibili e spaventose profezie. Lungo i percorsi storici, lastricati di eleganti sampietrini, si sussurra di bocca in bocca di catastrofici fatalismi e ineluttabili destini. Nel corso dei secoli, infatti, numerosi sono stati i personaggi religiosi e secolari che hanno rivelato profezie sulla fine dei tempi. Tra questi l’arcivescovo irlandese Malachia O’Morgair, proclamato santo nel 1190, e il venerabile Beda. Come se non bastasse, persino il numero e la disposizione dei medaglioni papali della Basilica di San Paolo fuori le mura ha suscitato talune ipotesi su una possibile e imminente fine della Chiesa.

 

San Paolo fuori le mura

SAN PAOLO FUORI LE MURA

Una passeggiata “spirituale” ci porta, a Roma, presso la basilica di San Paolo fuori le mura. La denominazione “fuori le mura” è ascrivibile alla collocazione dell’edificio al di fuori della cinta aureliane. Quivi giacciono i resti dell’apostolo martire Paolo di Tarso, decapitato a Roma tra il 65 e il 67 durante l’impero di Nerone.

La basilica venne edificata a partire dal IV secolo e l’edificio originario, consacrato durante l’impero di Costantino I, era di dimensioni ridotte rispetto a quelle attuali.  La costruzione religiosa fu ingrandita durante il regno congiunto di Teodosio I, Graziano e Valentino (391), al fine di accogliere le folle di pellegrini che vi si recavano per venerare il santo.

 

San Paolo

 

A causa di un disastroso incendio, nel 1823, buona parte della chiesa andò distrutta. La ricostruzione della basilica avvenne cercando di riprodurre in maniera fedele la struttura precedente. Papa Leone XII ebbe a dichiarare che “Niuna innovazione dovrà dunque introdursi nelle forme e proporzioni architettoniche, niuna negli ornamenti del risorgente edificio, se ciò non sia per escluderne alcuna piccola cosa che in tempi posteriori alla sua primitiva fondazione poté introdurvisi dal capriccio delle età seguenti”. 

 

I misteri della basilica

Tale certosina ricostruzione fu senza dubbio la nostra fortuna, poiché permise la conservazione degli elementi architettonici di un certo mistero.

L’interno di San Paolo fuori le mura è strutturato in cinque navate. Intorno alla trabeazione delle navate e del transetto sono incastonati dei disegni circolari a mosaico. Si tratta dei famosi medaglioni raffiguranti i Papi, a partire da san Pietro. La tradizione di rappresentare i pontefici in San Paolo fuori le mura fu avviata sotto il pontificato di Leone Magno nel V secolo. Al numero dei medaglioni è legata una delle profezie più famose in merito al destino futuro della Chiesa Cattolica. Infatti, si narra che un giorno un monaco irlandese era in pellegrinaggio a Roma per visitare la basilica. Il suo nome era Malachia O’Morgair. Il religioso rimase estasiato dalle bellezze dell’edificio ma, in maniera particolare, concentrò la sua attenzione verso i medaglioni dei pontefici.

 

La navata centrale

 

Una delle quattro navate laterali

 

La profezia di Malachia

Malachia fu canonizzato dalla Chiesa Cattolica nel 1190. In seguito alla sua morte cominciarono a circolare alcuni documenti che contenevano brevi motti in latino. La tradizione popolare, sin da subito, finì per attribuire gli scritti al santo, sebbene ancora oggi se ne discuta l’autenticità.

I motti, in numero di 112, nel loro complesso, costituirebbero secondo molti una profezia sulla storia della Chiesa. Ognuno di essi, infatti, contiene un riferimento nascosto alla vita di un pontefice, a partire da Celestino II. I “vaticini di san Malachia” hanno riscosso uno straordinario successo e avuto un’incredibile diffusione, soprattutto a causa della straordinaria corrispondenza tra alcuni motti e le vicende dei successori di san Pietro.

 

La profezia di San Malachia
La profezia di san Malachia

 

I motti, pertanto, seguono una lista che ripercorrerebbe cronologicamente l’avvicendarsi dei papi sul soglio pontificio. Alcune eccezioni, tuttavia, riguardano le frasi che tradizionalmente vengono associate a pochissimi antipapi. 

Secondo la lista attribuita a san Malachia, dopo l’ultimo papa la Chiesa conoscerà un periodo di forte incertezza. Durante il pontificato di “Pietro il Romano”,  Roma sarà infatti distrutta. 

 

I motti iniziali

I primi motti della lista presentano un’incredibile analogia con la vita dei pontefici ai quali sono stati collegati:

Ex castro Tiberis  (“Dal castello sul Tevere”) Celestino II Celestino II era nato proprio a CIttà di Castello, sul Tevere.
Inimicus expulsus
(“Il nemico cacciato”)
Lucio II Il cognome di Lucio II era Caccianemici.
Ex magnitudine montis
(“Dalla grandezza del monte”)
Eugenio III Eugenio III proveniva dal paese di Montemagno, in provincia di Pisa.
Abbas Suburranus
(“Abate suburrano”)
Anastasio IV Il cognome di Anastasio IV era Suburra.
De rure albo
(“Dalla campagna di Albo”)
Adriano IV Adriano IV proveniva dalla cittadina inglese di Abbotts Langley, situata nel territorio della città di St Albans.

 

Gli ultimi motti

I motti finali descriverebbero la situazione odierna della Chiesa. Il centododicesimo pontefice a partire da Celestino II sarebbe, infatti, l’attuale papa Francesco.

Flos florum
(“Fiore dei fiori”)
Paolo VI Il giglio è considerato il fiore dei fiori. Paolo VI apparteneva alla famiglia Montini, il cui stemma conteneva tre gigli.
De medietate Lunae
(“Del medio periodo della luna”)
Giovanni Paolo I Il pontificato di Giovanni Paolo I durò soli 33 giorni, ovvero il tempo di un ciclo lunare.
De labore solis
(“Della fatica del sole”)
Giovanni Paolo II Un’eclissi solare avvenne sia nel giorno di nascita che in quello di morte di Giovanni Paolo II.
Gloria olivae
(“Gloria dell’ulivo”)
Benedetto XVI Benedetto XVI appartiene all’ordine dei Benedettini, il cui simbolo è proprio l’ulivo.
In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit
(“Regnerà durante l’ultima persecuzione della Chiesa”)
Francesco L’ultimo papa

 

Civitas septicollis diruetur

Dopo l’ultima persecutione extrema siederà al soglio pontificio “Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus iudicabit populum suum. Finis”.  (Pietro Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni; passate queste, la città dai sette colli sarà distrutta e il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Fine).

Se così fosse, secondo la profezia di san Malachia, dopo Bergoglio vi sarà un ultimo pontificato durante il quale la Chiesa sparirà e Roma andrà distrutta.

Alcuni hanno identificato nella figura di “Pietro il Romano” il cardinale Pietro Bertone, nato a Romano Canavese.

E’ possibile che Pietro Bertone sarà il prossimo a sedere sul soglio pontificio? E se così fosse, davvero si prospetta la fine della Chiesa nell’immediato futuro?

 

La profezia di san Malachia è un falso?

Vari sono i dubbi riguardanti l’autenticità della profezia. In primis, non è mai stato rinvenuto un documento originale che attesti la veridicità dei motti attribuiti a san Malachia. Infatti, il testo contenente la profezia fu pubblicato per la prima volta dallo storico benedettino Arnold Wion solo nel 1595, circa quattro secoli dopo la visita del monaco irlandese a San Paolo fuori le mura. 

E’ possibile, piuttosto, che la lista dei motti sia invece un falso del XVI secolo, come ipotizzato da alcuni autori [1]. Se così fosse, si spiegherebbe la perfetta corrispondenza tra i motti e i pontefici prima del 1595.

Le prove a sostegno della falsità dei motti di san Malachia riguardano:

– alcuni errori storiografici diffusi nel XVI secolo e riportati nei vaticini, che Malachia non poteva conoscere quattro secoli prima;

– la totale assenza di menzioni ai motti nella biografia di san Bernardo di Chiaravalle (amico di Malachia) o in qualsiasi altra fonte dello stesso periodo;

– l’inclusione, nella lista, di due antipapi, sebbene al tempo di Malachia ve ne fossero altri otto ancora non dichiarati tali;

– la crescente imprecisione dei motti dopo il 1595 rispetto a quelli precedenti. 

 

Ipotesi sul possibile falso

Recentemente gli studiosi [2] hanno ipotizzato che la profezia di san Malachia sarebbe stata composta per sostenere l’elezione papale di Girolamo Simoncelli da Orvieto. Nel 1590, non a caso, un conclave era riunito per eleggere il 229° papa della Chiesa Cattolica. I vaticini sarebbero serviti pertanto a influenzarne l’esito. Il motto del periodo corrispondente (il 75° dell’elenco) è, a tal proposito, estremamente vago: Ex antiquitate urbis. Tale frase potrebbe riferirsi praticamente a chiunque, ma l’indicazione di una città antica ben si addiceva alla cittadina umbra di Orvieto (urbs vetus), da cui proveniva Simoncelli.Tuttavia, l’espediente non dovette funzionare giacché fu eletto invece Gregorio XIV, al secolo Niccolò Sfrondati.

Luigi Fumi sostenne che l’opera attribuita a san Malachia fosse invece del falsario Alfonso Ceccarelli, intimo amico della famiglia Simoncelli [3].

 

E se non fosse un falso?

La tesi del falso storico è pressoché unanimemente riconosciuta, tuttavia resta ancora qualche sparuta possibilità che la profezia di san Malachia sia reale. Se così fosse, nei prossimi anni assisteremo alla fine della Chiesa e persino della città eterna, Roma. Una profezia che rafforzerebbe quella, ancor più catastrofica, del Venerabile e Dottore della Chiesa Cattolica Beda:

 

“Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma;

quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma

quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo [4]”

 

Ammettendo che la profezia di Malachia sia stata inventata nel 1590 ciò non spiegherebbe, infatti, alcune inquietanti corrispondenze tra i motti degli ultimi pontefici e la vita degli stessi. Nel caso di Giovanni Paolo I, per citare un esempio, è impressionante come l’autore abbia indovinato che il suo pontificato sarebbe durato  il tempo di un ciclo lunare (de medietate Lunae)“. 

Siamo davvero alla fine dei tempi?

 

Il chiostro e la Triplice Cinta

Un altro mistero che riguarda San Paolo fuori le mura è racchiuso presso il chiostro interno dell’edificio. Qui, infatti, per la prima volta, lo studioso Paul Le Cour ha individuato il simbolo della Triplice Cinta.

Il chiostro interno della basilica

 

 

Essa è incisa sui muretti di sostegno delle colonne. La Triplice Cinta è un’iscrizione raffigurante lo schema del filetto, un gioco da tavolo molto diffuso in epoca medioevale. Al simbolo, tuttavia, potrebbero essere connessi significati esoterici ancora da chiarire, in quanto è frequentemente ritrovato in prossimità di edifici religiosi di tutta Europa. Un’ipotesi vorrebbe, ad esempio, che la Triplice Cinta fosse una rappresentazione dei cortili esterni del Tempio di Salomone a Gerusalemme. Lo studioso Le Cour, invece, ritiene che il simbolo raffiguri le mura di Posidone, capitale di Atlantide [5].

 

 

Triplice cinta presso il chiostro interno di San Paolo fuori le mura

 

A San Paolo fuori le Mura sono presenti più di sei esemplari di Triplice Cinta. 

 

 

Daniela Campus e Samuele Corrente Naso

 

NOTE

[1] H.J. Lawlor, St. Bernard of Clairvaux’s Life of St. Malachy of Armagh, The Macmillan Company. [2] Claude-François Ménestrier. [3] Luigi Fumi, L’opera di falsificazione di Alfonso Ceccarelli, in Bollettino della Deputazione di Storia patria per l’Umbria. [4]  Beda, Collectanea,  VII secolo. [5]. Paul Le Cour, Atlantis (1927 e 1950).