Miti e rituali della Sardegna antica

Il Significato del rito.

Sin dagli albori dell’umanità, e parallelamente allo sviluppo delle prime civiltà,  si delineano complessi sistemi di rituali e simboli. 

Il termine rito deriva dal sanscrito, rta, che significa ordine, ripetizione. La funzione dei cerimoniali dell’antichità era quella di garantire l’equilibrio psico-fisico del singolo e della comunità. Attraverso il rito, avente funzione apotropaica o di altro genere, gli antichi fronteggiavano infatti la paura dell’ignoto.

 

I menhir dell’area archeologica di Biru ‘e Concas – Sorgono (NU). Il significato dei menhir era connesso ai rituali per la fertilità della terra.

 

Ogni rituale era sempre contraddistinto da tre caratteristiche fondanti: la reiterazione in un tempo e uno spazio preciso, un sistema simbolico di codifica, un’efficacia extra-empirica. Quest’ultima sta ad indicare l’effetto desiderato per il quale si svolgeva il rito; non sempre tale risposta era tangibile, ma in genere appariva invece di natura trascendentale o legato a un culto. L’efficacia extra-empirica era connessa piuttosto al propiziarsi una particolare divinità per garantire la fertilità della terra (rito propiziatorio), o per richiedere una benedizione durante i cambiamenti della vita. Quest’ultimi costituiscono i riti di passaggio.

 

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La “Dea Madre” della cultura di Bonu Ighinu, rappresentazione al Museo Civico di Cabras (OR).

 

Caratteristica del rituale è la cosiddetta filiera del dono: l’essere umano sacrifica un animale o una primizia per la divinità, e quest’ultima ricambia con particolari benedizioni e favori. Tra questi vi erano senza dubbio l’abbondanza dei raccolti, la purezza delle acque, le guarigioni e l’accompagnamento nell’aldilà.

 

I menhir e la Dea Madre

Gli antichi Sardi ritenevano che dopo la morte lo spirito dei defunti continuasse ad abitare nei luoghi preposti alla sepoltura. Quest’ultimi erano pertanto accuratamente adornati e rivestivano un’importanza basilare nelle culture pre-nuragiche. La religiosità del popolo sardo, inoltre, era squisitamente legata al territorio e alla natura, in particolare alla fecondità delle donne. Testimonianze di questo culto sono le statuite, oggi rinvenute in buono stato di conservazione, in marmo o argilla, della “Dea Madre”. Essa raffigurava la trasfigurazione celeste della madre terrena, intesa come natura benigna e generosa. 

Un altro esempio concreto dell’importanza che i rituali possedevano presso le culture della Sardegna antica sono i numerosi menhir sparsi lungo l’isola.

I menhir, anch’essi di età pre-nuragica, in Sardegna vengono chiamati pedras fittas. Si tratta di pietre megalitiche conficcate nel terreno, che rappresentavano un simbolismo fallico o comunque legato alla fecondità. In particolare, uno dei significati collegati ai menhir è quello del cosiddetto “dio toro”. Come la Dea Madre propiziava i doni e i frutti spontanei della terra, esso simboleggiava la fecondità nell’agricoltura. In Sardegna si contano più di 700 menhir, disposti in complessi megalitici, chiamati “centri sacri”, o singolarmente.

 

I rituali propiziatori e di passaggio della Sardegna antica

Nell’ambito dei cerimoniali della Sardegna antica, vengono qui presi in considerazione alcune particolari forme di rituali di passaggio e propiziatori. Nel primo caso, si fa riferimento alle sepolture delle Domus de Janas e al culto dei defunti del periodo prenuragico. Per quanto concerne i rituali propiziatori, saranno esaminate le aree archeologiche di Monte d’Accoddi (Ottava, SS) e quella di Santa Cristina (Paulilatino, OR).

 

Monte d’Accoddi

Il complesso monumentale di Monte d’Accoddi risale alla seconda metà del IV millennio a.C., nell’area di pertinenza della cultura di Abealzu-FIligosa. Esso è costituito da un altare sacrificale a gradoni, il quale ricorda l’architettura degli ziqqurat mesopotamici. La piattaforma sopraelevata è a forma di tronco piramidale e vi si può accedere tramite una rampa.

 

L’altare dei rituali sacrificali

 

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Vista panoramica dall’altare sacrificale

 

Oltre all’altare, sono presenti un dolmen (oppure una lastra-altare), un menhir e un omphalos. Quest’ultimo è rappresentato da una pietra sferoidale, la quale possedeva una funzione sacra. Parimenti al famoso Omphalos di Delfi, l’Ombelico del mondo, essa raffigurava la presenza della divinità oppure un simbolo solare.

 

La lastra-altare

 

L’Omphalos

 

Per quanto concerne l’etimologia del nome, Akkoddi potrebbe indicare il termine sardo monte (kodi), oppure pietra (kodina). L’altare sacrificale rappresenta un unicum in Europa, nonché il più antico esemplare del vecchio continente. Al pari dei cugini mesopotamici, gli ziqqurat, esso andava a rappresentare figurativamente un punto di contatto tra il cielo e la terra. Pertanto, l’altare era idealmente situato tra l’umano e il divino. In quanto tale, esso costituiva il luogo perfetto per le cerimonie misteriche e sacrifici propiziatori. Alcuni animali, specialmente bovini, venivano immolati per propiziare la fertilità della terra. Tale interpretazione è confermata dalla presenza in situ del menhir e della lastra-altare, i quali possedevano analogo significato simbolico.

 

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Il menhir di Monte d’Accoddi

 

Una recente ipotesi sostenuta dallo studioso Eugenio Muroni, suggerirebbe inoltre una curiosa corrispondenza astrale tra l’altare di Monte d’Accoddi e le stelle della Croce del Sud. Tuttavia, a causa della precessione degli equinozi, la disposizione delle stelle nel firmamento è oggi assai diversa rispetto a quella di 5000 anni fa; pertanto, la suddetta corrispondenza oggi non è più valida.

 

Il Pozzo di Santa Cristina

L’area archeologica di Santa Cristina è situata presso il comune di Paulilatino, in provincia di Oristano. Esso comprende un tempio a pozzo, un villaggio nuragico e un abitato di epoca paleocristiana. In riferimento ai rituali cerimoniali dell’antica Sardegna, viene qui preso in considerazione il pozzo sacro di Santa Cristina. Esso risale all’età nuragica e presenta alcune caratteristiche che lo rendono unico al mondo. La costruzione della struttura, infatti, è dell’XI secolo a.C..

 

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Pozzo di Santa Cristina, esterno

 

 

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Il pozzo sacro è costituito da un vestibolo, a livello del quale si svolgevano i riti cerimoniali, una scala e un vano trapezoidale di accesso. La parte più profonda del pozzo è invece una cella circolare con una copertura a tholos.  La pseudo-cupola confluisce verso il suolo, andando a formare un foro di 35 cm di diametro.

 

Copertura a tholos del Pozzo

 

 

Una straordinaria tecnica di costruzione

Una straordinaria particolarità strutturale del pozzo di Santa Cristina riguarda l’allineamento dei blocchi lungo la gradinata di accesso. Questi, infatti, sono stati lavorati e levigati in maniera così precisa da sembrare una costruzione moderna. Rappresenta pertanto un mistero singolare la tecnica di costruzione impiegata a Santa Cristina circa 3000 anni fa.

 

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Scalinata del Pozzo di Santa Cristina, si noti la raffinata tecnica di costruzione

 

A tal proposito, sono interessanti le parole dell’archeologo sardo Giovanni Lilliu: «principesco è il pozzo di Santa Cristina, che rappresenta il culmine dell’architettura dei templi delle acque. È così equilibrato nelle proporzioni, sofisticato nei tersi e precisi paramenti dell’interno, studiato nella composizione geometrica delle membrature, così razionale in una parola da non capacitarsi, a prima vista, che sia opera vicina all’anno 1000 a.C. e che l’abbia espressa l’arte nuragica, prima che si affermassero nell’isola prestigiose civiltà storiche».

 

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Il culto delle acque e le corrispondenze astronomiche

La funzione della struttura era quella di edificio sacro per il culto delle acque. Quando la Luna è situata sullo Zenit del pozzo, si riflette precisamente al centro dello specchio d’acqua. Tale fenomeno crea un particolare effetto visivo, quasi fosse il gioco di un illusionista. In questi momenti, il sacerdote del culto poteva donare un’offerta e chiedere alla divinità Orgìa (corrispondente della greca Medusa)  guarigioni o purificazioni.

Un’altra particolarità del santuario di Santa Cristina riguarda ancora il suo orientamento spaziale. Difatti, durante l’equinozio di primavera e di autunno i raggi solari decorrono parallelamente alla scalinata d’ingresso, illuminando così l’acqua al centro della struttura. Per tale ragione, alcuni studiosi ritengono che il pozzo di Santa Cristina potesse rappresentare un osservatorio astronomico.

 

La necropoli di Sant’Andrea Priu

Il sito archeologico di Sant’Andrea Priu è uno dei più importanti esempi di necropoli ipogeica del tipo a domus de janas. Il complesso risale alla fine del Neolitico (3000 a. C.) e in particolare alla cultura  prenuragica di Ozieri.

Le domus de janas (in lingua sarda “case delle fate”) nient’altro sono che delle particolari sepolture scavate nella roccia. In Sardegna ne sono presenti più di 2400.

A Sant’Andrea Priu vi sono circa 20 tombe, tra cui la famosa Tomba del Capo. Quest’ultima si compone di 18 camere, a cui si accede attraverso un vestibolo. Una straordinaria particolarità di tale complesso sepolcrale è che fu trasformato in una chiesa durante il periodo bizantino. Per tale ragione essa fu affrescata con la raffigurazione di scene tratte dai vangeli.

 

La Tomba del Capo di Sant’Andria Priu, Bonorva

 

Il vestibolo è di tipo semicircolare ed è caratterizzato da una specifica lavorazione del soffitto, la quale simula le travi di copertura di una capanna. Da un punto di vista rituale, questa particolarità ha un significato molto importante. Gli antichi sardi volevano in tal senso raffigurare una continuità della vita dopo la morte. I defunti, infatti, erano posti in un ambiente sepolcrale che riproduceva le tipiche abitazioni dei vivi.

 

Soffitto vestibolare della Tomba del Capo

 

L’interno della Tomba del Capo
Affreschi decorativi sul soffitto della Tomba del Capo

 

La mano di Dio

 

Cristo Pantocratore,Tomba del Capo

 

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Gli apostoli

Il rituale di passaggio

La cerimonia di sepoltura era pertanto un complesso rito di passaggio codificato attraverso un sistema di simboli ben definito. Tra questi, di rilevante importanza erano le numerose coppelle che si ritrovano a livello del pavimento vestibolare. Le coppelle votive erano dei piccoli incavi dal significato oggi misterioso. Si ipotizza infatti che esse potessero contenere il sangue di vittime sacrificali per le offerte votive e i rituali, oppure che figurativamente rappresentassero delle mammelle in relazione al culto delle acque. La loro efficacia extra-empirica sarebbe stata quindi quella di propiziare il passaggio dell’uomo dalla vita all’aldilà. In alcuni casi, la disposizione delle coppelle ricalca addirittura quella di una costellazione stellare. È possibile peraltro che tali incavi venissero riempiti di grasso e, acceso il fuoco, fungessero da antichi lumini per vegliare i morti.

 

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Coppelle presso la Tomba del Capo di Sant’Andria Priu, Bonorva

 

Quest’ultimi erano deposti in posizione fetale e venivano dipinti con una pittura di ocra rossa. Lo stesso colore si trova sulle pareti e sul soffitto della Tomba del Capo. Durante il rito di sepoltura, gli antichi Sardi ponevano all’interno della camera gli strumenti e i monili tipici della vita terrena, come punte di freccia, valve di molluschi, collane e bracciali, nonché ceramiche.

 

Samuele Corrente Naso e Daniela Campus