Lingue Sconosciute: gli strani glifi del rongorongo

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Poche volte è capitato nel corso della storia che una forma di scrittura si sia originata totalmente de novo.  E’ il caso, ad esempio, dell’antico sumero cuneiforme o di alcuni sistemi pre-colombiani del Centro America. Tuttavia, tale rarissimo evento, potrebbe comprendere anche una scrittura molto particolare, riguardo la quale nessuno studioso è ancora neanche lontanamente riuscito a decifrarne i pittoreschi glifi. Si tratta del rongorongo, uno sconosciuto sistema linguistico dell’Isola di Pasqua.   

 

rongorongo

 

Etimologia 

L’origine del termine rongorongo è da ricercarsi nella Rapanui, la lingua polinesiana dell’Isola di Pasqua. L’accezione più comunemente condivisa è che esso voglia significare “proclamare” o “recitare cantando”. 

Sebbene vi sia una ricca tradizione orale, secondo la quale sarebbero stati i fondatori della civiltà Rapanui a portare, dalla loro terra natia, alcune tavolette con iscrizioni sull’Isola di Pasqua, è invece assai più probabile che il rongorongo abbia avuto uno sviluppo indipendente. Vale a dire che si sia originato spontaneamente, senza subire l’influsso delle “vicine” lingue centroamericane o polinesiane.

 

Cenni storici

La civiltà Rapanui ha origini antiche, tempi lontanissimi, la cui ricostruzione storica sfuma nei secoli passati e rappresenta un’interessante sfida archeologica. Il totale isolamento dell’Isola di Pasqua, appunto la Rapa Nui, la Grande Roccia, e l’assenza di fonti scritte, rappresentano senza dubbio degli ostacoli importanti verso la comprensione e la ricostruzione del popolo che ha abitato questa terra per centinaia di anni. A ciò ha contribuito in maniera sostanziale, infatti, la mancanza di un sistema scrittorio da parte dei primissimi colonizzatori dell’Isola.  Alcune recenti analisi genetiche hanno dimostrato come l’origine dei primordiali abitanti sia da ricercare presso le preesistenti popolazioni della Polinesia. Si ipotizza che la colonizzazione possa essere avvenuta successivamente all’anno 800 d.C.  Dopo alcuni secoli di sostanziale equilibrio demografico, gli abitanti dell’Isola dovettero, tuttavia,  fare i conti con la limitatezza delle risorse di un territorio così ristretto. 

A tal proposito risulta necessario mettere in risalto come abbia influito l’impostazione totemica della società Rapanui. A partire dal 1200 d.C. si cominciarono, infatti, a costruire i moai, le gigantesche statue monolitiche in pietra, la cui erezione al suolo richiedeva grandi quantità di tronchi in legno. Pertanto, sebbene l’Isola di Pasqua fosse da principio ricca di foreste di palme, si andò incontro ad un progressivo e inesorabile disboscamento. Quest’ultimo, inoltre, ebbe come conseguenza collaterale la riduzione della fauna e delle risorse commestibili.

Intorno al 1400 d.C. l’aumento demografico della popolazione e la scarsità del legno raggiunsero una soglia di criticità. Ciò condusse a violente lotte interne alla popolazione, che a lungo andare diminuì fortemente di numero. Al sopraggiungere dei primi esploratori occidentali (l’olandese Jakob Roggeveen, la domenica di Pasqua del 1722 [1]) la popolazione rapanui era estremamente ridotta, e sull’Isola di Pasqua non era rimasto ormai neanche un solo albero di Palma.  

 

I moai

La misteriosa scrittura del rongorongo

In questo contesto storico si inserisce la nascita della scrittura rongorongo, la quale si è certamente originata in un arco temporale molto ampio che potrebbe andare dal 1200 al 1600 d.C. La nascita del sistema scrittorio è infatti improbabile in tempi successivi poiché alcuni glifi sembrerebbero rappresentare la Palma dell’Isola di Pasqua, estinta intorno alla metà del XVII secolo. 

L’attenzione degli occidentali sul rongorongo iniziò soltanto in seguito alla spedizione spagnola del 1770, quando Eugène Eyraud scoprì alcune tavolette incise con strani glifi [2]. 

 “In ogni rifugio si trovano tavole di legno o bastoni coperti da diversi tipi di caratteri geroglifici: sono raffigurazioni di animali sconosciuti nell’isola, che i nativi disegnano con pietre taglienti. Ogni figura ha il proprio nome; ma la scarsa attenzione che rivolgono per queste tavole mi porta a pensare che questi caratteri, i resti di qualche scrittura primitiva, ora sono per loro una pratica abituale, che mantengono senza conoscerne significato” 

In effetti, i seguenti studi su quella strana forma di scrittura misero in risalto un particolare ancor più sconcertante dei glifi stessi: nessuno, tra i nativi dell’Isola di Pasqua, era in grado di leggerli. In buona sostanza, gli abitanti dell’Isola di Pasqua, sul finire dell’Ottocento, avevano già dimenticato la scrittura rongorongo [3]. 

 

Un’ipotesi affascinante

E’ stato ipotizzato che la scrittura rongorongo fosse appannaggio della sola casta sacerdotale, che gelosamente ne custodiva i segreti e il sistema di decifrazione. Con la decimazione della popolazione i sacerdoti sarebbero divenuti in numero troppo esiguo e il rongorongo dimenticato. A ciò hanno certamente contribuito in primis la scarsità di risorse e poi il sopraggiungere dei colonizzatori occidentali.

Con la scomparsa dei soli abitanti in grado di leggerle, la gran parte delle tavolette con incisioni in rongorongo sono certamente andate perdute. Sono state, infatti, riutilizzate dal resto della popolazione per svariati usi: decorazioni, legna da ardere, attività lavorative…

Ad oggi sono sopravvissute soltanto circa 20-25 [4] tavolette con incisioni in rongorongo, sulle quali sono basati tutti i tentativi di decifrazione degli studiosi.  

 

Descrizione, glifi e recenti tentativi di decifrazione

 Il sistema di scrittura del rongorongo prevede un andamento bustrofedico inverso. Vale a dire che procede fino al margine del supporto e inverte la direzione nel rigo sottostante, dal basso vero l’alto e da sinistra verso destra. Esso è composto di pittoreschi glifi, che rappresentano principalmente figure umane, di animali o di piante. Quasi sempre, salvo rare eccezioni, il supporto utilizzato per la scrittura è di tipo ligneo e le incisioni venivano fatte con denti di squalo. La direzione di scrittura è confermata dall’orientamento delle figure umane con testa, le quali guardano sempre verso la destra e verso l’alto, sebbene vi siano rare eccezioni di figure “rovesciate” dal significato ignoto. 

 

 

Conclusioni

Storicamente sono stati numerosissimi i tentativi di decifrazione della scrittura, ma tutti con esito fallimentare. La scarsità numerica delle fonti, la sostanziale scomparsa della fonetica originale a causa di moderne colonizzazioni, rendono il compito degli studiosi arduo, se non proibitivo. L’opinione oggi più accreditata [5] è che il rongorongo non fosse un sistema di scrittura completo, di tipo logografico piuttosto che sillabico, ma un “aiuto per memoria o per scopi decorativi, non per registrare la lingua Rapanui degli isolani”, come cita l’Atlante delle lingue. Sarebbe stato, in buona sostanza, un metodo mnemonico idiosincratico per appuntare e ricordare nozioni o eventi concernenti l’astrologia. In tal senso sarebbe corretto citare il calendario lunare identificato in un frammento di tavoletta. Ma il rongorongo avrebbe consentito di conservare saperi riguardanti anche l’agricoltura, la geografia, la genealogia.  

 

Samuele Corrente Naso

 

 

NOTE

[1] Poichè Jakob Roggeveen raggiunse l’Isola la domenica di Pasqua del 1722, essa fu ribattezzata “Isola di Pasqua”. 

[2] Eugène Eyraud, 1866

[3] Fischer 1997

[4] Su alcune è discussa la reale autenticità, poiché potrebbero essere copie ad opera di turisti sul finire dell’800.

[5] dagli studi di Katherine Routledge in seguito alla spedizione del 1914