Chi erano gli antichi Sardi? Il mistero delle origini e della lingua nuragica

La Sardegna, con la sua storia, i costumi, e la vivace lingua rappresenta un unicum inimitabile. Tanto solare, semplice e schietta come la sua gente, quanto misteriosa sentinella di un passato glorioso e sconosciuto. Un passato che, tuttavia, rivive nei cuori della gente sarda, animandoli di nuovo splendore al racconto di giorni maestosi, di un tempo in cui la loro isola cullava i primordi della civiltà. In nessun altro luogo, come in Sardegna, la quotidiana riscoperta degli antichi fasti assurge al ruolo di riscatto, di rivalsa storica.

 

nuraghe, civiltà nuragica

Nuraghe, area archeologica di Santu Antine – Torralba (SS)

 

Premessa

Per troppi anni, infatti, si è parlato degli antichi Sardi come di un popolo di semplici pastori, analfabeti e assoggettati dai numerosi invasori provenienti dal mare. Oggi la storia e l’archeologia, tuttavia, asseriscono che non fu esattamente così. Il ritrovamento del complesso monumentale di Mont’e Prama (1974) e i recenti studi di carattere storiografico fanno propendere per la presenza in Sardegna di una civiltà assai più evoluta: la civiltà nuragica.

 

 Gigante di Mont ‘e Prama, Museo Civico – Cabras (OR)

 

Ciò nondimeno, essa è anche quella di cui si hanno minori conoscenze, se messa a confronto con la storia di numerosi altri popoli mediterranei dell’antichità. A fronte dei circa 8000 nuraghi presenti in Sardegna, delle numerose tombe dei giganti e della variegata complessità dei reperti rinvenuti, della civiltà nuragica sono note poche altre nozioni.

Tale “vuoto” di sapere ha portato, negli ultimi anni, al fiorire di studi, ricerche e ipotesi per incrementare le verità storiche sul popolo degli antichi Sardi. Ma si sa, spesso la strada per gli inferi è lastricata di buoni propositi, e ciò ha condotto inesorabilmente verso una variopinta mescolanza di pensiero, costituita da feroci dibattiti e opinioni (a volte strampalate) circa le origini e l’esistenza di una cosiddetta lingua nuragica. Per fare un po’ di chiarezza in merito al complesso delle teorie archeologiche o fanta-archeologiche, scientifiche o pseudo-scientifiche, è necessario aggrapparsi alla ferrea ancora di salvezza del metodo storico: l’attendibilità delle fonti.

 

Tomba dei giganti di Imbertighe, Borore (NU)

 

Tomba dei giganti, area archeologica di Corruoe Aidu – Cossoine (SS)

 

La questione dell’origine

A lungo si è dibattuto su chi realmente fossero gli antichi Sardi. Le più attendibili testimonianze lasciateci dalla civiltà nuragica corrispondono ai complessi monumentali, i quali sono rappresentati dalla totalità delle architetture di un’epoca compresa tra il XIX secolo a.C. e il II secolo a.C. Ci si interroga, tuttavia, sulla presenza/assenza di fonti storiche scritte, che ne attestino la presenza e forniscano informazioni concernenti gli usi e i costumi della popolazione della Sardegna nell’età del bronzo, oltre che i rapporti con le popolazioni limitrofe. Sorprendentemente, per quanto rilevanti siano stati i lavori di scavo archeologico sull’Isola nelle ultime decadi, le fonti scritte appaiono in numero piuttosto esiguo e mai univocamente interpretabili. Il lavoro degli archeologi e degli storici si è concentrato pertanto nel tentativo di identificare tali attestazioni al di fuori del territorio sardo.

In buona sostanza: esistono dei “documenti” scritti che possano aiutarci a ricostruire la storia e le origini dell’antico popolo dei nuraghi? Tra le varie ricerche proposte, assume un ruolo predominante quella che vorrebbe riconoscere l’antico popolo della Sardegna all’interno di documenti archeologici di matrice egizia. A tal proposito, è possibile prendere in considerazione i seguenti reperti:

 

  • Lettere di Amarna;

Le lettere di Amarna (1350 a.C.) sono un carteggio privato facente parte dell’archivio privato del faraone egizio Akhenaton (XIV secolo a.C.). In alcune di esse è contenuta la corrispondenza tra il sovrano e il governatore di Biblo, Rib-Hadda, il quale descrive le sue preoccupazioni dovute alle continue incursioni da parte dei cosiddetti “Popoli del Mare”. Quest’ultimi costituivano un complesso di predoni, bande di guerrieri mercenari provenienti probabilmente dall’Europa meridionale e occidentale, dall’area anatolica e dall’Egeo. Tra di essi sono annoverati i Lukka, i Peleset, i Danuna, e gli Shardana. In realtà, ben poco si sa delle origini dei Popoli del Mare e di chi fossero realmente, né tantomeno da dove provenissero.

Tra quelli citati nelle lettere di Amarna, gli Shardana potrebbero avere rilevanza ai fini del presente studio. Secondo alcuni studiosi [1], infatti,  tale denominazione potrebbe riferirsi alle popolazioni dell’antica Sardegna nuragica. Il termine Shardana (Šrdn in geroglifico egiziano) presenta una notevole corrispondenza fonetica con l’antico nome dell’isola di Sardinia. La pronuncia Shardana o Sherdana è inoltre confermata da alcune iscrizioni in ugaritico rinvenute presso l’antica città di Ugarit [2], la quale fu distrutta proprio dal sopraggiungere degli invasori Popoli del Mare.

 

  • Stele II di Tanis.

Gli Shardana sono inoltre nominati in una stele rinvenuta a Tanis, in Egitto. Nello specifico, la Stele II riferisce come il popolo dei “ribelli Shardana, che nessuno ha mai saputo combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli” [3].

 

  • Stele di Assuan e iscrizione di Qadesh.

 In aggiunta, sulla stele di Assuan, iscrizione posta su una roccia costiera nelle vicinanze di Elefantina (un’isola situata al centro del Nilo, vicino ad Assuan), si fa riferimento ad una battaglia tenuta dall’Egitto di Ramesse II (1297-1213 a.C. ) contro i pirati Shardana e conclusasi con l’assoggettamento degli stessi.

 

egli ha distrutto i guerrieri del Grande verde, il grande lago del Basso Egitto, sicché essi (gli Egiziani) possono dormire tranquilli”[4].

 

Durante la battaglia di Qadesh (1275 a.C.) 520 soldati del Popolo del Mare Šrdn, come attestato da una iscrizione rinvenuta presso il sito dello scontro e tra le righe dell’omonimo poema, combatterono addirittura come guardia personale del faraone Ramesse II [5].

 

“dopo che Sua Maestà ebbe approntato le sue truppe, i suoi carri e gli Shardana che aveva catturato sottomettendoli con la forza del suo braccio, tutti equipaggiati con le loro armi, e comunicato loro i suoi piani di battaglia, allora Sua Maestà procedette verso Nord”.

Nei rilievi della Battaglia di Qadesh gli Shardana vengono rappresentati con la barba, a torso nudo; vestiti con gonnellino o con lunghe tuniche impreziosite da strisce di cuoio borchiate. Inoltre, i guerrieri del popolo del mare erano raffigurati con scudi circolari, un elmetto con piccole corna e una lunga spada. Tale armamento appare molto simile a quello dei bronzetti nuragici rinvenuti in Sardegna, ulteriore fattore che fa propendere gli studiosi verso l’identificazione degli Shardana proprio con gli antichi Sardi della civiltà nuragica.

 

 Uno dei 520 Shardana che facevano parte della guardia di Ramesse II durante la Battagli di Qadesh

 

 Bronzetto nuragico

 

Altre fonti

Esistono numerose altre fonti in cui gli Shardana sono raffigurati in battaglie all’interno di iscrizioni geroglifiche egiziane. Tra queste si citano la “Conquista della città siriana di Dapur” [6], la “Conquista della città siriana di Tunip” [7], la “Guerra contro i Libici (Serie I e II)” [8],  la “Battaglia contro i Popoli del Mare” [9], la “Guerra contro i Libici e i Popoli del Mare” [10].

 

Reperti egizi ed egittizzanti

Assodata l’importante relazione tra il popolo degli Shardana e quello Egizio, e a sostegno della tesi secondo cui i primi sarebbero da identificarsi con il popolo degli antichi Sardi, potrebbero esservi taluni ritrovamenti di matrice egizia in territorio sardo. Tra questi, la più famosa è una lastra rinvenuta a Tharros raffigurante la Triade Tebana

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La lastra in steatite con Triade Tebana di Tharros, fronte-retro. 

 

Nonostante ciò, la provenienza sarda degli Shardana è tutt’oggi oggetto di dibattito. In particolare, la lastra della Triade Tebana, secondo alcuni archeologi [Zucca, Storiografia del problema della ‘scrittura nuragica’] sarebbe sì di origine egizia, ma di epoca romana, molto successiva a quella nuragica. Anche i numerosi scarabei rinvenuti nella penisola del Sinis, secondo gli stessi studiosi, sarebbero imitazioni di oggetti provenienti dall’Egitto, tale per cui sono definiti scaraboidi egittizzanti.

 

Scaraboide egittizzante di fattura fenicia o reperto egizio?

 

Reperti fenici

Ben più numerosi sono i reperti di origine fenicia rinvenuti in Sardegna. TAle fatto che fa propendere verso l’ipotesi che gran parte delle città nuragiche più evolute fossero in realtà sotto il dominio di popolazioni fenicie. I Fenici furono un popolo di marinai e commercianti, considerati discendenti delle popolazioni cananee, e pertanto originari della stessa area territoriale (corrispondente all’attuale Libano) durante l’età del bronzo (3000-1200 a.C.). Inoltre, furono proprio i Fenici a creare per primi una scrittura alfabetica in occidente, caratterizzata prevalentemente da un sistema consonantico che comprendeva 22 segni scritti da destra verso sinistra. Tale sistema di scrittura fu esportato nelle varie colonie possedute dai Fenici, acquisendo delle peculiarità locali. Tra di esse, la più nota è la varietà dialettale punica, utilizzata a Cartagine e nelle colonie da essa possedute.

 

La Stele di Nora

La Stele di Nora, ritrovata nei pressi della città di Cagliari, costituisce un importante reperto sardo contenente caratteri alfabetici fenicio-punici. Difatti, la presenza fenicia in Sardegna è attestata sia durante l’età del bronzo che nel periodo di derivazione punico-cartaginese.  I Cartaginesi presero possesso di alcune città già di fondazione fenicie  (Tharros, Nora). All’interno di quest’ultime è stato rinvenuto il più grande patrimonio fenicio in Europa occidentale; la Stele di Nora ne costituisce parte integrante.

 

Stele di Nora. Foto di Giovanni dall’Orto

 

Tharros

 

 

 

La Stele di Nora è un blocco di pietra arenaria, risalente ad un periodo compreso tra IV e VIII secolo a.C.. Essa,  secondo gli studiosi, rappresenta solo una piccola parte di un’iscrizione più lunga. Diverse sono le interpretazioni avanzate dagli storici, archeologi e linguisti circa il suo significato. Alcuni ritengono che la stele riporti la commemorazione di una spedizione militare (anche se in proposito diverse versioni sono state elaborate: difatti taluni pensano che essa si riferisca ad attività militari volte alla conquista di parte del territorio iberico, mentre altri ritengono che l’iscrizione sia una testimonianza della vittoria dei Fenici sui Sardi).

Un altro filone di studi, invece, sostiene ulteriori interpretazioni concernenti la celebrazione di una divinità. Nonostante gli sforzi perpetrati negli anni, tuttavia, ad oggi non è ancora stato chiarito il significato della Stele di Nora.

 

Reperti, Museo Civico – Cabras (OR)

 

Di numero inferiore sono invece i reperti, rinvenuti in Sardegna, appartenenti alla civiltà minoica o micenea.

 

Circa l’esistenza di una lingua nuragica

Una delle problematiche maggiormente affrontate nell’ambito della discussione sulla civiltà nuragica, è certamente quello afferente a un’eventuale lingua scritta utilizzata dagli antichi Sardi. Come evidenziato dalle succitate fonti, la quasi totalità dei reperti ritrovati in scavi archeologici sardi ha mostrato segni di scritture e alfabeti appartenenti ad altre popolazioni, quali Egiziani, Fenici o Cretesi. Ciò conduce ad una domanda scontata ma essenziale: è mai esistito un sistema scrittorio propriamente sardo-nuragico?

 

L’ipotesi del professor Gigi Sanna

Eventuali segni scrittori di un sistema linguistico sardo sono stati storicamente proposti da diversi studiosi, sebbene l’attuale stato dell’arte non ne riconosca validità scientifica. Il professor Gigi Sanna, nella “Sardoa Grammata”, ha proposto una forma di scrittura nuragica affine a un sistema proto-cananaico, con alfabeto fenicio-cuneiforme. Gli studi del professor Sanna si sono basati sul rinvenimento della cosiddetta “Tavoletta di Tziricotu”, e di similari calchi in gesso di cui tuttavia si dispone di sole fotografie.

 

La Tavoletta di Tziricotu. Bronzo di età nuragica con incisioni protocananaiche o fibula per cintura altomedioevale? 

 

Tali reperti sono senza dubbio tra i più discussi degli ultimi vent’anni per quanto concerne l’archeologia sarda. La tavoletta di Tziricotu fu ritrovata da un agricoltore (Andrea Porcu) nel 1975 in un’area del comune di Cabras. È noto che il ritrovamento riguardasse una sola tavoletta di bronzo, contenente segni stilizzati, che alcuni studiosi ritengono siano un’incisione afferente all’antica lingua sarda. In proposito, il professor Gigi Sanna, analizzando i segni della tavoletta di Tziricotu e quelli dei calchi, avrebbe ricostruito un intero alfabeto sardo-nuragico. Secondo la sua tesi, tali segni sarebbero da identificare anche in altre decine di reperti scoperti recentemente in Sardegna.

 

Il dibattito sulla tavoletta di Tziricotu

 Gli archeologi Zucca [11], Serra [12] e Pittau [13], come la maggior parte degli studiosi di archeologia nazionale, nonché la Soprintendenza dei beni archeologici di Cagliari e Oristano, rigettano la tesi di Sanna, affermando che essa non abbia fondamento scientifico. In particolare, in quanto ai presunti calchi della tavoletta di Tziricotu è stato dimostrato che si tratti di copie a stampo del medesimo manufatto. Inoltre, non disponendo dei reperti veri e propri ma di sole fotografie, queste non possono essere utilizzate per un’analisi di tipo storico-critico, né tanto meno atte ad avvalorare una qualsivoglia teoria su base archeologica. L’archeologo Serra, come se ciò non bastasse, ha sostenuto [12] che la tavoletta di Tziricotu non sarebbe per niente un bronzo di età nuragica, ma bensì un manufatto di epoca alto medioevale-bizantina. In particolare, secondo tale studioso, il reperto è una fibula per cinture, i cui segni incisori sarebbero soltanto decorativi.

L’archeologo Zucca, attraverso un’attenta analisi degli ulteriori reperti attestati da Gigi Sanna come portatori di scrittura nuragica, identifica in essi incisioni attinenti ad altri sistemi scrittori noti dell’area mediterranea.

 

Conclusioni

La questione dell’esistenza di una eventuale lingua nuragica è ancor oggi forte oggetto di dibattito, sebbene la posizione ufficiale degli archeologi e della Soprintendenza sia, in merito, di forte pessimismo. Ciò deriva da due sostanziali fattori: il primo riguarda la scarsità di reperti che potrebbero essere catalogati in relazione a un nuovo sistema alfabetico dell’età del bronzo. Poiché, infatti, è numerosa la quantità di oggetti contenenti altri sistemi scrittori, sulla totalità dei reperti archeologici rinvenuti in Sardegna, è probabile che gli appartenenti alla civiltà nuragica utilizzassero semplicemente gli alfabeti “stranieri” (fenicio in particolare) per comunicare con altri popoli.

Secondo questa tesi, gli antichi sardi non avevano una lingua scritta propria, né derivarono un alfabeto nuragico a partire, ad esempio, da quello fenicio come accadde per la maggior parte delle lingue mediterranee dell’età bronzea. 

In alternativa, da un punto di vista storico, pare piuttosto improbabile, inoltre, che gli antichi Sardi potessero aver ideato un alfabeto de novo, al pari di pochissimi altri casi nel Mondo, come nell’Isola di Pasqua o nel Centro-america. 

 

 

Daniela Campus e Samuele Corrente Naso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE

[1] Ugas, G. (2017), “Shardana e Sardegna. I Popoli del mare, gli alleati del Nordafrica e la fine dei grandi regni. (XV-XII secolo a.C.)”. [2] Ugarit in Siria [3] Kenneth Kitchen, Pharaoh Triumphant: The Life and Times of Ramesses II, King of Egypt, Aris & Phillips, 1982. [4] Giacomo Cavillier, “Gli Shardana nell’Egitto Ramesside”. [5] Grimal, N. “A History of Ancient Egypt” [6] Atlas II, pl.78; Rosellini, II, Tav.CVIII [7] Atlas II, pl.72; Rosellini, II, Tav.CVII [8] MH I.17; Rosellini, II, Tav.CVIII; MH I.18, 47 C-E; Rosellini, II, Tav.CXXVI. MH II. 62; 55, 63-65; MH II.71-72; 129 D-F; MH II. 88-89; MH II. 94-95; [9] MH I.30-31; Rosellini, II, Tav.CXXVI; MH I.32-34; Rosellini, II, Tav.CXXVIII; MH I.35; Rosellini, II, Tav.CXXIX; MH I. 36-43; Rosellini, II, Tav.CXXXI. [10] MH I.17; Rosellini, II, Tav.CVIII. [11] Zucca, Raimondo. “Storiografia del problema della ‘scrittura nuragica’.” Bollettino di Studi Sardi  (2012). [12] Serra, Paolo Benito. “Su una matrice di modano e su una placca di fibbia dall’oristanese.” Quaderni  (2014). [13] Pittau, Massimo. La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi. Libreria Dessi, 1981.