La ricerca del Santo Graal

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Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”  [Matteo 26,26-29]

Che cosa è il Santo Graal? Si tratta di un oggetto fisico, la cui ricerca impegna gli studiosi da secoli, di un concetto filosofico, di una conoscenza o soltanto di un mito?

Piergiorgio Odifreddi, nella sua opera “Il Vangelo secondo la Scienza”, fornì probabilmente la definizione più calzante in merito: “Che cosa sia il Santo Graal si sa: è qualcosa di cui non si sa né cosa sia, né se ci sia“.

 

Cenni di letteratura

Da sempre la ricerca del Santo Graal affascina l’intera umanità, ma l’oggetto delle indagini varia da caso a caso lungo i secoli, con una certa imprevedibilità. Il termine Graal è di derivazione latina (Gradalis: calice o catino), ed è da attribuirsi allo scrittore francese Chretien de Troyes che lo introdusse nel romanzo medioevale “Perceval”. La diffusione del mito è da ricercarsi, infatti, proprio in epoca medioevale, particolarmente per l’opera del frate dominicano Jacopo da Varazze [1].

Secondo tali fonti, nell’Anno Domini 1099, nel bel mezzo della Prima Crociata, i Genovesi avrebbero rinvenuto il Santo Graal. Esso consisteva in un calice assai prezioso: quello utilizzato da Gesù Cristo durante l’Ultima Cena. Lo stesso calice che, secondo i racconti del poeta francese del XIII secolo Robert de Boron [2],  Giuseppe d’Arimatea avrebbe utilizzato per raccogliere il sangue del Figlio di Dio morente sulla croce. In buona sostanza si sarebbe trattato di una reliquia dal valore inestimabile, un sacro cimelio che racchiudeva in sè l’essenza stessa del Cristianesimo, del sacrificio di Cristo e della transustanziazione. Ma non solo, la reliquia che aveva accolto il sangue di Dio stesso doveva possedere incredibili poteri di taumaturgia, doveva poter conferire la vita eterna ai suoi possessori. Questo spiega il fiorire di migliaia di leggende, racconti, artefatti storici, ricerche archeologiche, interpretazioni filosofiche che riguardano il Santo Graal.

Robert de Boron riportò, successivamente, che Il Sacro Graal sarebbe stato trasportato da Gerusalemme in Gran Bretagna, dove diede vita al ciclo delle leggende incentrate sulla figura di Re Artù. In particolare, all’interno del ciclo arturiano si inserisce l’opera di Wolfram von Eschenbach. Nel “Parzifal“, l’autore riprese gli scritti di Chretien de Troyes, sebbene egli volle rappresentare il Graal  non più come un calice, ma bensì come una pietra dai miracolosi poteri (Lapis exillis) la quale sarebbe in grado di fornire l’immortalità.

 

I Cavalieri della Tavola Rotonda e il Santo Graal

 

Cenni storici, il Graal è davvero in Inghilterra?

Aldilà delle fantasiose interpretazioni, e del notevole filone letterario che si è sviluppato intorno alle leggende sul Santo Graal, ben poche sono invece le testimonianze più prettamente storiche.

Le prime menzioni di un calice venerato come reliquia a Gerusalemme, presso il Santo Sepolcro, sono datate al settimo secolo ad opera del vescovo francese Arnolfo, secondo lo storico Richard Barber [3]:

Tra la basilica del Golgotha e il luogo del Martirio, si trova una cappella in cui è custodito il calice del Signore, che egli benedisse con le proprie mani e diede agli Apostoli quando sedeva alla cena il giorno precedente il suo supplizio. Il calice è d’argento, ha la dimensione di una pinta gallica e ha due maniglie lavorate su ciascun lato… Dopo la Resurrezione, il Signore bevve da questo stesso calice, secondo quando indicato alla cena con gli apostoli. Il santo Arnolfo lo vide e attraverso un’apertura del reliquiario dove era riposto, egli lo toccò con mano propria.

Secondo lo storico romano Olimpiodoro di Tebe, invece, un particolare calice che assomiglierebbe al Santo Graal si sarebbe trovato a Roma sino al 410 d.C. In quell’anno sarebbe stato trasportato in Inghilterra per preservarlo dal sacco di Roma, ad opera del visigoto Alarico.  

 

Il Santo Graal e la Gran Bretagna

Il Graal potrebbe essere giunto in Inghilterra (ma qui entriamo più nel campo delle congetture) anche per mano di Giuseppe d’Arimatea. Le sacre scritture indicano quest’ultimo come colui che raccolse il corpo di Cristo dopo la crocifissione: 

Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò [4]. 

Se Giuseppe d’Arimatea fosse entrato effettivamente in possesso del Graal è possibile che egli lo abbia portato in Inghilterra, a Glastonbury. I sostenitori di questa tesi indicano l’”Annales Ecclesiasticae” del 1601 come fonte storica attendibile. Si tratta di un’annotazione di un bibliotecario vaticano, tal cardinale Baronio, la quale riferisce di un arrivo a Marsiglia nel 35 d.C. di Giuseppe di Arimatea, diretto proprio verso l’Inghilterra. 

 

Pietro Perugino: Compianto sul Cristo morto. Il personaggio in basso a destra è Giuseppe d’Arimatea.

 

Un’altra fonte, “De Sancto Joseph ab Arimathea”, vuole Giuseppe di Arimatea in Francia nel 63 d.C. In seguito si sarebbe spostato oltre la Manica, secondo il racconto del vescovo di Lisieux, Freculfo. 

Le fonti letterarie e quelle storiche, sebbene quest’ultime di numero molto esiguo, concordano nel descrivere il Graal come una calice, o comunque un contenitore. Ciò nondimeno, le moderne interpretazioni hanno attribuito ad esso svariati significati, molti dei quali legati all’occultismo o a puri concetti filosofici.

 

Il Graal e la discendenza di Gesù Cristo, una bufala ben documentata

 Una delle interpretazioni più famose della simbologia legata al Graal è quella di M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln [5]. Tali studiosi sostengono uno stretto legame tra il Santo Graal e la dottrina dei Catari. I Catari (dal latino “catharus”, “puro”) erano una setta sorta nel medioevo sotto diversi nomi, a seconda della località di insediamento: Albigesi in Francia, Patarini in Italia. Essi riprendevano alcune concezioni filosofiche e dottrinali dal Manicheismo, orientandosi verso derivazioni di carattere gnostico. Per tale ragione, credevano in un fermo dualismo che vedeva Dio come il creatore delle cose spirituali e Satana come il creatore del mondo materiale. Non credevano, invece, nella resurrezione (ma nella reincarnazione), nè nella teologia della Trinità. Non concepivano che Cristo avesse natura umana, ma affermavano che fosse un angelo inviato da Dio.

Per tali ragioni nel 1165 i Catari vennero accusati di eresia e scomunicati dalla Chiesa. Quest’ultima tentò inizialmente di convertirli attraverso missioni di evangelizzazione, come quella in Linguadoca di San Bernardo di Chiaravalle. Tuttavia, nel 1208, l’assassinio del legato pontificio Pierre de Castelnau fece precipitare gli eventi, tanto che Papa Innocenzo III bandì una crociata contro i Catari. La battaglia si protrasse per decenni, finché nel 1244 capitolò anche l’ultima roccaforte albigese Montségur. 

 

Stefano di Giovanni, “Rogo di un eretico”.

 

La leggenda di Montségur

Ebbene, una leggenda della Linguadoca narra che proprio a Montségur si trovasse, custodito, il Santo Graal. Come se non bastasse, Wolfram von Eschenbach lo colloca, nella sua opera “Parzifal“, in un castello situato sui Pirenei, il cui nome sarebbe Munsalvaesche. E’ curioso che il termine Munsalvaesche (“Monte sicuro”) corrisponda alla traduzione tedesca di Montségur, l’ultima roccaforte dei Catari. Ma non è finita! Eschenbach, inoltre,  narra di come il castello di Munsalvaesche fosse retto da un certo Perilla, fatto che trova anch’esso una corrispondenza reale poichè il signore di Montségur si chiamava Raimon de Pereille. 

M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln sostengono che, durante i giorni dell’assedio a Montségur, alcuni catari sarebbero riusciti di nascosto a trasportare il Graal in un posto più sicuro. In particolare, esso sarebbe stato custodito nel vicino paese di Rennes-le-Château, che all’epoca era un’importante roccaforte albigese. 

 

Il Santo Graal e Rennes-le-Château

Le vicende di Rennes-le-Château non hanno bisogno di presentazioni, tanto sono note. Il sacerdote Bérenger Saunière, divenuto nel 1885 parrocco nella cittadina francese, è ormai entrato nell’immaginario collettivo come uno degli uomini più misteriosi degli ultimi secoli. Dopo alcuni lavori di ristrutturazione e restauro all’interno della singolare chiesa di Rennes-le-Château, dedicata al culto di Maria Maddalena, egli divenne inaspettatamente ricco, tanto da spendere successivamente cifre nell’ordine degli odierni milioni di euro.

M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln basandosi sulla versione dello scrittore Gérard de Sède [6], sostennero l’ipotesi che il sacerdote avesse rinvenuto alcune pergamene indicanti l’ubicazione di un misterioso tesoro. Gérard de Sède riportava il messaggio (cifrato) delle pergamene, che rivendicava l’appartenenza del tesoro ad un fantomatico e segreto ordine: il Priorato di Sion. Compito del Priorato era proteggere uno straordinario arcano, un mistero che Saunière aveva scoperto e grazie al quale era divenuto ricco: Gesù Cristo non era rimasto celibe come raccontano i vangeli. Si era bensì sposato con Maria Maddalena e aveva avuto una discendenza, ecco il tesoro citato dalle pergamene. Il Santo Graal sarebbe in realtà il ventre di Maria Maddalena.

 

Un falso ben orchestrato

Lo scoop ebbe talmente tanto seguito che da esso derivarono notevoli best-sellers, fino ad arrivare a “Il Codice da Vinci” dello scrittore Dan Brown.  Ciò nondimeno, si scoprì ben presto che le pergamene di Saunière erano state totalmente ideate dal disegnatore francese Pierre Plantard (Parigi, 18 marzo 1920 – Colombes, 3 febbraio 2000) che, in combutta con  Gérard de Sède, aveva messo in piedi un vero e proprio falso storico. Plantard sosteneva di essere l’ultimo discendente della dinastia Merovingia. Si scoprì, inoltre, che il Priorato di Sion esisteva realmente; si trattava, infatti, non di un segreto ordine addetto alla custodia del Graal, ma di una società intestata allo stesso Plantard. 

“Non è un tesoro nascosto, monetario, profani che non capite niente; il tesoro che Saunière aveva trovato sono i documenti della continuità della dinastia merovingia che l’erede Sigisberto, scappato in quella zona, proseguì sposando una principessa locale e dando inizio così ad una progenie che poi sarebbe arrivata fino a me. Quelli erano i documenti segreti, il sacerdote ebbe l’appoggio dell’Ordine segreto del Priorato di Sion di cui io sono il gran Maestro e quest’Ordine segreto iniziatico ha lo scopo di custodire e di conservare i documenti e di difendere la linea di sangue merovingio fino alla sua restaurazione.[7]” [Pierre Plantard] 

 

Il Graal è in realtà la Sacra Sindone?

Secondo lo storico Daniel Scavone, il Graal sarebbe in realtà la Sacra Sindone [8]. Il mito del Sacro Graal sarebbe, pertanto, nato dalle notizie incomplete che giungevano in occidente dall’oriente, a proposito di una reliquia che conteneva il sangue di Gesù Cristo. 

 

La Sacra Sindone di Torino

 

Il Graal si trovava nella soffitta di un’abitazione privata a Rugby, in Inghilterra?

La teoria è sostenuta dall’inglese Graham Phillips. Lo studioso, basandosi sulla ricostruzione di numerosi alberi genealogici sostiene di aver ritrovato il Santo Graal all’interno di una soffitta a Rugby. Il vano appartiene a una donna il cui nome è Victoria Palmer. Secondo Phillips, la signora Palmer discende da una famiglia di re Gallesi, i Powys, che avrebbero ricevuto in dono il Graal nel 1100. Questo sarebbe stato rinvenuto all’interno del sepolcro di Gesù da Elena, la madre dell’Imperatore Costantino. Ciò nondimeno, il Graal sarebbe stato relegato nella soffitta dell’abitazione, poichè nessuno aveva più memoria del reale valore dell’oggetto. In seguito agli studi di Phillips, il sacro calice (in questo caso corrispondente a una tazza di onice) sarebbe stato trasferito in una cassetta di sicurezza di una banca. 

 

Il Graal e i Cavalieri Templari

Il Santo Graal sarebbe stato ritrovato dai Cavalieri Templari a Gerusalemme e successivamente trasportato in Francia; è questa la suggestiva ipotesi di numerosi autori a proposito della sacra reliquia. Lì il calice sarebbe stato custodito sino al 1307, anno in cui iniziò la persecuzione dei Templari ad opera del re di Francia Filippo il Bello. Secondo questa tesi, l’intenzione del sovrano era di impadronirsi del leggendario tesoro dei Cavalieri, incluso il Santo Graal, di cui tuttavia non fu trovata alcuna traccia. E’ possibile che esso sia stato in qualche modo messo in salvo, magari trasportato oltre la Manica?

 

I settantadue Templari

Un indizio è fornito dalle testimonianze di alcuni tra i settantadue Templari che, nel 1308, furono sottoposti a processo davanti a papa Clemente V [9]. Tra le terribili torture alle quali i prigionieri furono soggetti, qualcuno (le cronache storiche riportano il nome di Jean de Châlons) sostenne che il custode del Tempio, Gerard de Villers, fosse riuscito a salpare al comando di diciotto navi; probabilmente dall’avamposto templare di La Rochelle verso la Gran Bretagna.

Secondo lo studioso Trevor Ravenscroft, il Santo Graal sarebbe stato trasportato in Scozia, all’interno della cappella di Rosslyn. Questo edificio, opera di William Sinclair, richiamerebbe, secondo taluni, una chiara simbologia templare. All’interno della Cappella sono situate due colonne, dette “del maestro” e “dell’apprendista”. Al centro di quest’ultima, curiosamente,  è stata segnalata la presenza di un oggetto metallico attraverso l’impiego di un metal detector. Si tratta del Santo Graal? Difficile a dirsi, soprattutto perché non è mai stato concesso il permesso di iniziare i lavori di ricerca. 

 

Il Sigillum dei Cavalieri Templari

 

Il Pozzo di Oak Island

Un’altra versione, che riguarda da vicino i Cavalieri Templari, è quella secondo la quale il Sacro Graal si troverebbe sull’isola di Oak, nella Nuova Scozia. Il principe Henry Sinclair, infatti, avrebbe commissionato una flotta ai Templari, sopravvissuti alla persecuzione di Filippo il Bello, sotto il comando di Antonio Zeno. Le navi dell’Ordine di Gerusalemme avrebbero addirittura raggiunto l’America, circa un secolo prima di Cristoforo Colombo. Questo spiegherebbe il perché la Croce Patente dei Cavalieri Templari si trovasse sulle vele delle caravelle Niña, Pinta e Santa Maria  del navigatore Genovese. Il Santo Graal sarebbe stato trasportato sull’isola di Oak Island e collocato sul fondo di un impenetrabile pozzo, chiamato giustappunto “money pit” (pozzo dei soldi). 

  

Una stampa di Gustav Adolf Closs del 1892. Si notino le croci patente sulle vele delle caravelle di Cristoforo Colombo.

 

Il Santo Graal si trova in Puglia?

Il 9 maggio del 1087 le spoglie di San Nicola, vescovo cristiano di Myra, fecero il loro ingresso nella città di Bari, trasportate da un nutrito gruppo di marinai. I resti del Santo erano stati prelevati attraverso una missione segreta in Turchia, il cui mandante era addirittura il papa, Gregorio VII. Alcune fonti popolari assicurano che, in una chiesa sconsacrata di Myra, i marinai di Bari trovarono anche qualcos’altro, una reliquia dal valore inestimabile. Si tratterebbe di un preziosissimo calice, che subito fu identificato con il Santo Graal. Negli anni seguenti Gregorio VII ordinò la costruzione di un imponente edificio, la cui funzione doveva essere quella di custodire le spoglie di San Nicola. Da quel momento, il Graal si troverebbe nascosto all’interno della Cattedrale di San Nicola.

 

La cattedrale di San Nicola di Bari. 

 

La Cattedrale di San Nicola

Alcuni elementi presenti all’interno dell’edificio farebbero propendere per questa ipotesi. In primis nella Cattedrale di San Nicola è presente una riproduzione della Lancia di Longino, la lancia che il centurione utilizzò per trafiggere il costato di Cristo sulla Croce. Sull’archivolto di un portale dell’edificio, chiamata “Porta dei Leoni”, è presente una raffigurazione dei Cavalieri della Tavola Rotonda di Re Artù, un elemento iconografico chiaramente riconducibile al Santo Graal. Ciò che stupisce, tuttavia, è che la realizzazione del portale (Basilio, XII secolo) sia antecedente alla diffusione del ciclo arturiano. Un altro clamoroso elemento è rappresentato da una misteriosa scritta che nessuno è mai riuscito a decifrare. Si tratta di 624 caratteri latini incisi su di un altare del transetto destro della Cattedrale.

 

La  scritta misteriosa

La scritta è suddivisa in due porzioni orizzontali e due colonne.

Porzione superiore:

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VVSSOPEICMIIMIQVSIVCPDMPASTLCCLSSEPMEDE TESBEPMEGSAQPIMGDEPCLMCPCSMAGVEM

AIPNVPSATPPVEPLEGIMIGEMEELPPDIEMECMPLMGPEIQSFATGNQVQPDSDTSSAESCL 

ASCDGIETPECCGMISGPHEPDTMIDBODDTSAIGDHQHEMPAAMIEF

OPDVEPEDAGEPDORDCEDTDSSECHBEEBSAPDVMEDSACLAATMGA

Colonna destra:

EADQIVEMSEGECCACDTLSMNEPNNSBAIMSSQL

CQINCACIVGSADOATPPCADGRNTPAMIHDDSPIAP

Porzione inferiore:

QSCTIMCEVIMCAVEFCTPEPIAPMMTQCTEPLSMCCRSASMGIQ

PEACLTGADAAIMNNNMACCLSPCETDPPADMITQEDDMCIVPI 

MSIQPEPAMPRAMDIQPPCDAMARCCIISHAIVECQDBAMNEML

DSMDIIQIMRNCCEFGDCCDGEDMEDGELTPMNMCESNLMI 

GLAMRADCGEMSALSDMEPPFN

Colonna sinistra:

PPGMVNVFMAIMEDLACMDICRPPBLVMDTININPIV

DMDPLTDDTDERACISEPVSPALGMICEQVRDMNF

 

Interpretazioni

Una possibile interpretazione della scritta è stata fornita dallo studioso Vincenzo dell’Aere nel 2003, secondo il quale essa reciterebbe: “La cassa e lo scrigno provenienti dalla cripta di Mira ed il graduale proveniente dal sacello dell’Eterno di Galgano sono qui nascosti” [ARCA TESTA TECTA A CRIPTA IN MIRA ET GRADALE A SACEL(LO) IN GALVA(NI) SEPULCR(O)]. Si tratterebbe, pertanto, di una incontrovertibile testimonianza che a Bari è conservato il Santo Graal.

C’è da dire che persino la figura di San Nicola pare essere collegata al significato dello stesso Calice. Quest’ultimo, infatti, è descritto nel ciclo letterario arturiano come dispensatore dei bisogni dell’uomo, come cibo o oggetti, tanto che i Cavalieri Templari lo avrebbero utilizzato per assicurarsi le pietanze utili al sostentamento. La tradizione vuole che San Nicola (V secolo d.C.) fosse in possesso della Coppa, e che grazie a questa potesse elargire doni e cure a chi ne aveva bisogno. Da questi racconti nasce, infatti, il mito di Santa Claus, altrimenti detto Babbo Natale.  

 

Castel del Monte

Un altro possibile nascondiglio del Graal in Puglia è rappresentato da Castel del Monte ad Andria. L’edificio fu voluto da Federico II di Svevia che sarebbe entrato in possesso del Calice durante il periodo di dominio cristiano a Gerusalemme. Quest’ultima era stata conquistata (1099) nel corso della prima crociata. Federico II avrebbe nascosto il Graal proprio all’interno di Castel del Monte, la cui forma ottagonale richiamerebbe giustappunto quella di un calice cristiano. 

 

Il Graal è il Sacro Catino di Genova?

Durante il saccheggio di Cesarea del 1101 fu rinvenuto un particolare oggetto, oggi chiamato Sacro Catino. Si tratta di un piatto di vetro di color verde smeraldo, che fu trasferito a Genova l’anno successivo da Guglielmo Embriaco. Il Sacro Catino è stato creduto come il Santo Graal per secoli, anche se oggi, in seguito ad approfonditi studi, sappiamo che non è così. La tradizione arturiana, infatti, voleva che il Santo Graal fosse stato ricavato scavando direttamente un enorme smeraldo, e la reliquia di Genova pareva davvero essere composta di quella preziosa pietra. Tuttavia, quando nel 1806 Napoleone Bonaparte conquistò la città, il Sacro Catino fu prelevato dalle truppe francesi e si ruppe, mostrando come in realtà fosse costituto soltanto di cristallo bizantino. La reliquia, dopo numerosi restauri, è oggi conservata presso il Museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo a Genova. 

 

San Galgano e l’Eremo di Montesiepi

L’idea che il Santo Graal si trovi a Chiusdino, presso l’Eremo di Montesiepi, deriva dalle straordinarie analogie tra la storia del santo Galgano Guidotti e quella di re Artù della mitologia anglosassone. 

Il giorno di Natale del 1180, infatti, il cavaliere Galgano Guidotti ebbe una visione mistica. Gli apparve dapprima l’arcangelo Michele e in seguito i dodici apostoli.  Galgano capì che Dio lo stava chiamando a conversione, a dedicare la sua vita soltanto all’Eterno. Come gesto di adesione a questa mistica visione, il cavaliere conficcò la sua spada in una roccia.

L’arma prese così le sembianze della croce di Cristo. Galgano, poi, stracciatesi il mantello ne ricavò un saio. Sul luogo dove aveva posto la sua croce sorse l’Eremo di Montesiepi. Qui è forte la connotazione templare, attestata dalla presenza della Croce Patente, l’Ordine religioso da sempre collegato alle vicende del Santo Graal. Inoltre, non lontano dall’Eremo scorre un torrente chiamato Gallesse; si tratta di una storpiatura in dialetto toscano di” Galles”, il paese di Re Artù? Come se non bastasse, in una favola tramandata oralmente dagli abitanti del luogo vi è un protagonista inatteso: il Mago Merlino sconfigge un terribile drago. Peraltro non lontano, ad Arcidosso (GR), esiste una grande spelonca chiamata “Grotta di Merlino”. 

 

La spada nella roccia presso l’Eremo di Montesiepi

 

Il Graal come percorso di illuminazione

Alcuni hanno ipotizzato che il Sacro Graal corrisponda alla pietra filosofale. Quest’ultima, detta anche donum dei, consente di raggiungere l’illuminazione al termine del percorso alchemico. Si tratta di un livello di coscienza e conoscenza superiore, che permette di elevare l’uomo dalla sua condizione comune. La realizzazione della pietra filosofale conferirebbe agli adepti di possedere straordinari poteri, che nel loro insieme sono definiti “la triplice corona dei saggi”. Questi doni corrispondono all’immortalità (o medicina universale), all’onniscenza, le quali sono ottenibili attraverso un elisir costituito dalla stessa pietra disciolta nell’alcool, e infine alla capacità di trasformare in oro qualsiasi metallo. La ricerca del Santo Graal, secondo questa visione, nient’altro sarebbe che un cammino di elevazione spirituale. 

 

Il Santo Graal e Adolf Hitler

Adolf Hitler, e i gerarchi nazisti in genere come Himmler, erano ossessionati dalla ricerca dell’occulto. L’obiettivo era dimostrare, attraverso l’esoterismo ma anche la mera archeologia, che i tedeschi discendevano dalla razza più pura, quella ariana. Inoltre, Hitler credeva fermamente che il ritrovamento di alcune sacre reliquie, come la Lancia di Longino, l’Arca dell’Alleanza e il Santo Graal, gli avrebbe consentito di dominare il Mondo. Al Calice dell’ultima cena, in particolare, il dittatore attribuiva gli incredibili poteri già descritti da Wolfram von Eschenbach, poteri che lo avrebbero dovuto mantenere in vita per almeno mille anni. 

Basandosi proprio sul “Parzifal” di von Eschenbach, Hitler commissionò all’archeologo Otto Rahn la ricerca del Santo Graal in varie località lungo i Pirenei, tra cui il castello di Montségur. Pare che un gruppo di esoteristi neocatari lo aiutò nell’impresa. Ciò nondimeno, per fortuna, il Graal non fu mai trovato, né fu trovata alcuna testimonianza d una razza tedesco-ariana. Hitler perse la guerra senza trovare le sacre reliquie che andava cercando. D’altronde, come per il cavaliere Parzifal, soltanto i puri di cuore possono avvicinarsi al Santo Graal, soltanto i puri di cuore sono degni dell’immortalità. 

  

Samuele Corrente Naso

 

 

NOTE

[1] Jacopo da Varazze, “Legenda Aurea“, 1260-1298.

[2] Robert de Boron, “Roman dou l’Estoire de Graal ou Joseph d’Arimathie”, XIII secolo

[3] Richard Barber, “Graal”, Piemme, 2004.

[4] Mt 27, 57-61

[5] M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln, “Il Santo Graal – Una catena di misteri lunga duemila anni”

[6] Gérard de Sède, “Le trèsor maudit”, 1967

[7]  G.F. Ersoch ,”Gli equivoci sul Graal”  

[8] Daniel Scavone, “Joseph of Arimathea, the Holy Grail and the Turin Shroud”, 1996

[9] Bolla pontificia “Faciens misericordiam