Alla scoperta della Sicilia Orientale: Siracusa

Centro dalla grande vivacità culturale che attrasse personaggi quali Platone, Eschilo, Pindaro, Simonide, Bachilide e patria di Archimede,  quella di Syrakousai è una storia antica e misteriosa, le cui origini rimangono incerte nel tempo. È noto che, a partire dall’VIII secolo a.C., alcuni greci provenienti da Corinto fondarono una fiorente colonia, ricordata addirittura come il “primo impero d’Occidente”, per via delle sue enormi dimensioni.

Importante epicentro della Magna Grecia in Italia, nella città ellenica sorsero numerosi templi dedicati alle divinità greche: Zeus, Atena, Apollo. Qui si originò il mito dell’Aretusa, da cui prese il nome l’omonima fontana. La mitologia vuole infatti che Aretusa, figlia di Nereo e di Doride, si sia rifugiata nell’isola di Ortigia per sfuggire al Dio Alfeo, innamoratosi di lei.  La dea Artemide la trasformò quindi in una fonte e Alfeo, per mano di Zeus, fu mutato altresì in fiume, in modo che dal Peloponneso potesse ricongiungersi alla sua amata, attraversando il mar Ionio.

 

 

Origini ed etimologia del nome

La colonia greca di Siracusa fu fondata intorno al 732 a.C. da alcuni abitanti di Corinto, guidati da Archia, che si collocarono presso l’isola di Ortigia. Tale era il nome di uno dei figli proprio di Archia, nonché appellativo di Artemide, come racconta Ovidio nelle sue metamorfosi, originato dall’antico nome dell’isola di Delo. Il geografo e storico greco Strabone, vissuto circa 700 anni più tardi, scrisse che “Archia, navigando da Corinto, fondò Siracusa circa nello stesso periodo in cui furono fondate Nasso e Megara Archia, continuando nel suo viaggio, incontrò alcuni Dori che si erano separati dai coloni di Megara; li prese con sé e fondarono insieme Siracusa”.

Sulle origine del nome sono state avanzate due principali ipotesi: la prima vuole che esso derivi dalla parola Holm, termine con cui i Fenici, già presenti nel territorio, chiamavano quella regione, e che significa luogo orientale. Altri studiosi, invece, ritengono che la denominazione provenga da Siraka, nome della vicina palude situata vicino al fiume Arapo.

 

Fonte Aretusa

 

Il periodo greco

Siracusa divenne ben presto teatro di lotte intestine tra il gruppo aristocratico dei Geomori, discendenti dei primi fondatori della città, e il gruppo democratico dei Kylli Kyrii. Di tali scontri approfittò Gelone, tiranno di Gela il quale, su richiesta dei Geomori, intervenne prendendo il controllo di Siracusa (485 a.C.). Ben presto la città assunse una ruolo rilevante sia sul piano economico che militare, acquisendo la supremazia dell’intero bacino del Mediterraneo. Durante il governo di Gelone, la Sicilia assistette all’arrivo di circa 300000 Cartaginesi guidati da Amilcare. L’intervento del tiranno e del suo imponente esercito designò la vittoria di Siracusa. 

 Nel frattempo, la città si espandeva progressivamente, tanto da spingere i suoi abitanti verso l’interno, oltre Ortigia, e l’altipiano di Acradina. In seguito alla morte di Gelone il potere passò nelle mani del fratello Ierone I, che sconfisse gli etruschi a Cuma nel 413 a.C.. Dopo esser riuscita a far fronte vittoriosamente all’armata ateniese, sconfitta nel grande porto di Siracusa, la città dovette fare i conti nuovamente con i Cartaginesi. Quest’ultimi, avendo occupato quasi metà della Sicilia, si mossero pertanto contro Siracusa, epicentro dell’ellenismo nell’Isola, ma una pestilenza ne bloccò l’avanzata.

 

Dionigi I

Da questa situazione trasse vantaggio il giovane Dionigi I il quale, grazie alla pace stilata con i Cartaginesi, fu ricompensato e proclamato signore di Siracusa, rimanendo al potere sino al 367 a.C. , anno della sua morte. Durante il suo governo la città conobbe un periodo di grande splendore: in primo luogo egli fece costruire diverse torri e una fortezza, che divenne la sua dimora. Inoltre, munì Siracusa di un’imponente cinta muraria, oltre che del grandioso castello Eurialo, rendendola inespugnabile.

 

 Il famoso “orecchio” di Dionigi. Si tratta di un’ampia conca il cui eco è talmente potente che Dionigi la utilizzava per origliare i discorsi dei suoi avversari.

 

Dionigi II, Timoleonte ed Archimede

A Dionigi I succedette il figlio Dionigi II. Successivamente, in seguito a un nuovo tentativo di attacco cartaginese, Corinto inviò Timoleonte, che cercò di trasformare la struttura politica della città in una forma più vicina alla democrazia piuttosto che all’oligarchia esistente all’epoca.

La repubblica di Timoleonte perdurò per circa 30 anni, finchè Agatocle da Imera riuscì ad assumere la guida della città. Il governo tirannico di quest’ultimo destò disprezzo ed odio da parte dei cittadini, tale da portarne alla morte per avvelenamento, avvenuta nel 289 a.C.. Siracusa si trovò quindi in balia dei capi di due contrapposti partiti: fu dominata da Iceta e successivamente da Pirro. Quest’ultimo, sebbene dapprima riuscì ad acquisire grande popolarità per aver respinto i Cartaginesi, nel 276 a.C. dovette abbandonare l’isola, essendo divenuto un despota.

 

Ierone II e Jeronimo

La guida della città passò quindi nelle mani del generale Ierone II, che donò alla città ben 60 anni di regno pacifico e culturalmente vivace: in questi anni, difatti, il poeta Teocrito compose alcuni dei suoi idilli, mentre Archimede inventò le sue famose macchine da guerra.

A Ierone II successe il nipote Jeronimo, durante la cui reggenza si inasprirono le lotte interne tra i partiti, e lui stesso cadde assassinato a Lentini per opera di alcuni congiurati. A seguito del prevalere del partito che sosteneva i Cartaginesi, nel 214 A.C., il pretore romano Marcello decretò la fine dell’ellenismo siracusano, dando inizio alla dominazione romana di Siracusa.

 Della dominazione greca rimangono numerose testimonianze nell’isola di Ortigia, primo fra tutti il tempio di Apollo, il tempio dorico più antico della Sicilia, costruito a partire dal VI secolo a.C. e soggetto a varie modifiche sin dal periodo bizantino: dapprima trasformato in chiesa cristiana, esso fu adibito a moschea durante la dominazione araba, per poi essere nuovamente trasformato in chiesa cristiana durante il periodo normanno.

 

Il Tempio di Apollo

 

siracusa

particolare del Tempio di Apollo

Il Tempio di Apollo

Il tempio presentava una struttura rettangolare, con colonne molto larghe che testimoniano la sua antichità. Lo stilobate, la parte su cui poggia il colonnato, presenta un’iscrizione con dedica ad Apollo, oltre ad un’ulteriore iscrizione riportante il nome di un certo architetto Kleo()es. Dallo stilobate si estendeva un lungo colonnato periptero, con ben diciassette colonne sui lati lunghi e sei in larghezza, mentre una doppia fila di colonne più piccole divideva la cella in tre navate. Sebbene il tempio sia tipicamente dorico, alcuni tratti sono riconducibili allo stile corinzio, nello specifico: la presenza di colonne monolitiche nel lato d’ingresso, la struttura dei capitelli. All’esterno il tempio presentava numerosi fregi decorativi, di stile tipicamente dorico, nonché varie sculture (sfingi bifronti, cavalieri).

 

Le Latomie

Una delle caratteristiche principali del territorio siracusano sono le Latomie. Esse sono cave di pietra che, sin dal periodo greco e durante il successivo dominio romano, furono intagliate, come racconta lo stesso Cicerone, per adibirle a carceri. Inoltre i Romani le utilizzarono per estrarre materiale, impiegato successivamente per la realizzazione dei monumenti e dei templi, e per l’edificazione delle mura. Una delle più note è la Latomia dei Cappuccini, situata nei pressi dell’omonimo convento che, oltre ad essere la più grande, fu ampiamente usata per rinchiudervi i soldati nemici durante la guerra contro Atene. Al contrario, durante l’assedio del generale persiano Asad ibn al-Furat le truppe musulmane vi trovarono rifugio.

 

Il Teatro greco

La dominazione greca lasciò in eredità il meraviglioso teatro, di cui viene menzionata l’esistenza sin dal V secolo a.C. Situato sul colle Temenite, si ipotizza che inizialmente esso non avesse l’attuale struttura a semicerchio, bensì fosse composte da grandi gradinate rettilinee, tuttora visibili. L’odierna struttura, invece, pare sia attribuibile alle opere di ristrutturazione avvenute nel III secolo a.C. Esso era dotato di una cavea di circa 139 metri, la più grande di tutti i teatri greci, ed originariamente presentava ben 67 ordini di gradini. quest’ultimi erano direttamente scavati nella roccia, secondo i dettami delle costruzioni di teatri greci.

Nella recinzione, invece, sono incisi i nomi di alcune divinità greche, nonché i nomi di alcuni membri della famiglia reale e dei loro familiari (Gerone II e il figlio Gelone II). L’edificio scenico sfortunatamente non è più visibile, e ne rimangono solo alcuni intagli sulla roccia. Probabilmente erano presenti delle decorazioni, come la statua di una cariatide oggi conservata nel museo cittadino. Al di sopra del teatro, invece, è presente una terrazza, anch’essa direttamente scavata sulla roccia, dove probabilmente vi si trovava il santuario delle Muse, sede della corporazione degli attori. In epoca romano il teatro greco subì importanti modifiche, riguardanti soprattutto l’orchestra.

 

 

Il periodo romano

La dominazione romana, iniziata con la vittoria  del 211 a.C. da parte del console Marco Claudio Marcello, sottrasse a Siracusa l’antico splendore che aveva vissuto durante il periodo greco. Come raccontò Plutarco nelle Vite Parallele, “I Siracusani, quando videro i Romani investire la città dai due fronti, di terra e di mare, rimasero storditi e ammutolirono di timore. Pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l’impeto di un attacco in forze di tali proporzioni.” A difesa della città, si mosse anche Archimede, il quale progettò una serie di macchine da permisero a Siracusa di resistere ai continui assalti, via terra e via mare.

Dopo i primi attacchi del 212 a.C., 18 mesi dopo Siracusa capitolò, a causa principalmente della penuria di cibo. Proprio per tale ragione, un frammento dello storico Diodoro Siculo testimonia che molti siracusani preferirono dichiararsi schiavi per ricevere un mantenimento, piuttosto che morire di fame nella condizione di libero cittadino. I soldati romani commisero numerosi saccheggi ed uccisioni, malgrado l’ordine del console Marcello di risparmiare la popolazione.

 

Terme Romane

 

La città divenne sede di pretori e magistrati inviati da Roma per amministrare la Sicilia. A partire dal I secolo d.C., essa fu quindi una colonia latina, grazie all’imperatore Augusto. Durante tale periodo Siracusa attraversò un momento di grande pace, che seguiva invece a un grave malgoverno e ad una serie di depredazioni, denunciate persino da Cicerone. La pace, però, era destinata a finire: il V secolo d.C., difatti, segnò il crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Siracusa, pertanto, divenne territorio del re Odoacre.

 

Il Teatro romano

Una delle più celebri testimonianze della dominazione romana siracusana è il teatro, situato nell’area archeologica già comprendente il Teatro Greco e l’Ara di Gerone II.

 

Il teatro romano

 

 

ARCHIMEDE DI SIRACUSA

Geniale personalità siracusana, e forse anche la più famosa, fu il matematico e fisico Archimede. La sua vita è circondata da un alone di mistero, della quale si raccontano gli aneddoti e le straordinarie intuizioni. Fu lo scopritore del principio della leva, per il quale si racconta che affermò “datemi una leva e solleverò il Mondo!”.

Celebre è anche l’espressione “Eureka!” a lui attribuita, allorquando intuì i fondamenti dell’idrostatica da cui derivo giustappunto il principio di Archimede. Pare, infatti, che Gerone II gli avesse chiesto di verificare se una corona, che gli era stata donata, fosse effettivamente di oro puro come poteva apparire. Archimede prese ad arrovellarsi su come poter risolvere il quesito per giorni finchè, nell’entrare nella vasca da bagno, si accorse che il livello dell’acqua si innalzava in proporzione al peso del suo volume. A tale intuizione prese a correre nudo per le strade di Sircausa urlando “Eureka!”, vale a dire “Ho trovato!”.

Durante la Seconda Guerra Punica, come riferiscono Tito Livio [1] e Plutarco [2], Archimede fu assoldato da Gerone II per la costruzione di macchine da guerra. A tal fine mise appunto micidiali catapulte e un sistema di specchi riflettenti per incendiare le navi nemiche.

 

La morte di Archimede e il mistero della sepoltura

Nel 212 a.C., durante un saccheggio di Siracusa da parte dei Romani, Archimede fu ucciso da un legionario. La leggenda vuole che il soldato romano lo abbia sorpreso mentre stava lavorando, con l’intento di scortarlo vivo dal console Marcello, come scrive Plutarco [3]:

Ad un tratto entrò nella stanza un soldato romano che gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messa in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise.

Lo storico romano Valerio Massimo riporta le ultime parole di Archimede [4]: “noli, obsecro, istum disturbare”, vale a dire “ti scongiuro di non rovinare questo disegno!”.

Saputo della morte di Archimede, il console Marcello, addolorato, fece dare allo scienziato una degna sepoltura. Tuttavia, non è noto dove essa fosse stata effettivamente collocata, tanto che ancora oggi risulta dispersa.

 

Cicerone e la tomba di Archimede

La localizzazione della tomba di Archimede doveva essere un mistero già nei tempi antichi, tanto che persino Cicerone se ne mette alla ricerca, affermando di averla rinvenuta [5] [6]:

Io quand’ero questore scoprii la sua tomba [di Archimede], sconosciuta ai Siracusani, cinta con una siepe da ogni lato e vestita da rovi e spineti, sebbene negassero completamente che esistesse. Tenevo, infatti, alcuni piccoli senari, che avevo sentito essere scritti nel suo sepolcro, i quali dichiaravano che alla sommità del sepolcro era posta una sfera con un cilindro. Io, poi, osservando con gl’occhi tutte le cose – c’è, infatti, alle porte Agrigentine una grande abbondanza di sepolcri – volsi l’attenzione ad una colonnetta non molto sporgente in fuori da dei cespugli, sulla quale c’era sopra la figura di una sfera e di un cilindro.

E allora dissi subito ai Siracusani – c’erano ora dei principi con me – che io ero testimone di quella stessa cosa che stavo cercando. Mandati dentro con falci, molti ripulirono e aprirono il luogo. Per il quale, dopo che era stato aperto l’accesso, arrivammo alla base posta di fronte. Appariva un epigramma sulle parti posteriori corrose, di brevi righe, quasi dimezzato. Così la nobilissima cittadinanza della Grecia, una volta veramente molto dotta, avrebbe ignorato il monumento del suo unico cittadino acutissimo, se non lo fosse venuto a sapere da un uomo di Arpino. 

Purtroppo, da allora, nessuno è più riuscito a identificare la sepoltura di Archimede e non è noto se essa sia stata traslata, sia andata perduta o se si trovi ancora nel medesimo luogo descritto da Cicerone.

 

Dopo i Romani

In epoca medioevale (535 d.C.) Siracusa entrò a far parte dell’impero romano d’Oriente, dominio che si protrasse sino al IX secolo, quando la città cadde, come buona parte della Sicilia, sotto il dominio arabo. Dopo un tentativo di riconquista da parte del generale bizantino Giorgio Maniace, che si risolse in un fallimento, nel 1061 l’emiro Ibn ath-Thumna chiese l’intervento dei conti di Altavilla a seguito di alcune dispute interne con un altro emiro arabo.

Ruggero segnò l’inizio della dominazione normanna in Sicilia, tra cui la stessa Siracusa che tuttavia, per circa 15 anni, fu assoggettata al potere genovese. L’imperatore Enrico VI di Svevia, infatti, figlio di Federico I il Barbarossa, decise di sostenere Genova nella sua guerra contro Pisa, in cambio di favori. Nel XIII Federico II, invece, obbligò i genovesi ad abbandonare il dominio su Siracusa. Tra il 1232 e il 1239, egli affidò a Riccardo da Lentini la costruzione del Castello di Maniace, poco dopo il ritorno dalla VI crociata in Terra Santa.

 

Il Castello di Maniace

Situato sulla punta estrema di Ortigia, come a voler controllare e proteggere la città dai potenziali attacchi via mare, il Castello deve la propria denominazione al condottiero bizantino Giorgio Maniace che nel 1038 riuscì a sottrarre, seppur per breve tempo, la città agli Arabi. Esso presenta uno stile architettonico che si ritrova nelle varie costruzioni federiciane: la pianta quadrata, circondato da una possente cinta perimetrale con quattro torri cilindriche, con un imponente portale marmoreo, a struttura ogivale con strombatura, che ne segna l’ingresso.

 

L’interno

L’interno, nonostante i vari rifacimenti e le varie distruzioni avvenute nel tempo, presenta delle caratteristiche che non lasciano affatto pensare ad una struttura meramente a carattere militare. Manca difatti il baglio, cioè la piazza d’arme che consentisse la manovra delle macchine da guerra, così come mancano le catapulte.

 

Le torri

Anche le torri, essendo dotate di scale interne, lasciano pensare che la struttura non avesse scopi difensivi. Al contrario l’interno è caratterizzato da un’area che doveva contenere una grande sala, dotata dalla di ben 16 colonne libere, 4 semicolonne angolari e 16 semicolonne perimetrali, che sorreggevano 25 campate, coperte da volte a crociera costolonate. Agli angoli delle pareti erano probabilmente presenti 4 camini, ognuno segnalante i 4 angoli delle pareti. Le colonne che decoravano gli interni, realizzate in pietra calcarea,  presentavano dei capitelli decorati con foglie, si chiudevano à crochet con motivi di scene agresti, figure umane e serpenti.

 

Il Castello di Maniace

 

 

Ancora oggi la sua funzione originaria continua a rimanere un mistero. È comunque certo che l’edificio fosse sicuramente uno dei più importanti del periodo svevo: fu qui che Federico firmò il rescritto per la fondazione dell’Università di Napoli. Esso ospitò anche membri della famiglia d’Aragona, nonché l’ammiraglio Andrea Doria durante la spedizione contro i Musulmani organizzata da Carlo V. Dal XVI secolo iniziarono delle opere di rafforzamento militare, in modo da farne un punto di forza proteso sul mare.

 

Il Duomo di Siracusa

Un altro importante monumento, testimonianza del dominio greco, è il Duomo di Siracusa. Situato proprio al centro di Ortigia, nel punto più alto della città, esso fu costruito inglobando il preesistente tempio greco di Atena, poi convertito in edificio cristiano. Quest’ultimo fu eretto per volontà del tiranno Gelone che a seguito della vittoria di Imera contro i Cartaginesi, nel V secolo a.C, decide di far erigere, un maestoso tempio dorico in onere della dea Atena. Tanta era la sua importanza e grandiosità, che lo stesso Cicerone asserì che “porte più splendide e più squisitamente lavorate d’oro e d’argento, non sono mai esistite in alcun tempio”. Egli descrive il tempio come un edificio riccamente impreziosito da decorazioni in avorio, borchie d’oro sulla porta, e varie tavole dipinte raffiguranti una battaglia tra il tiranno Agatocle e i Cartaginesi.

 

Esterno

Il tempio, costruito con la roccia bianca calcarea locale, presentava delle imponenti colonne doriche, che tutt’oggi è possibile ammirare all’interno del Duomo. Nello specifico, esso presentava sei colonne nella facciata (era esastilo), con i quattro lati interamente circondati dalle colonne (periptero), e 14 colonne che invece circondavano i lati lunghi. All’esterno, nel frontone, inoltre, era presente il grande scudo della dea, in bronzo dorato che, secondo uno scrittore dell’epoca, Ateneo, rappresentava un segnale di riferimento per tutti i naviganti che entravano o salpavano da Siracusa. La parte alta era invece decorata con marmi bianchi che lo stesso Gelone aveva fatto arrivare dalla isole Cicladi.

 

Il Duomo di Siracusa

 

Resti del periodo greco, Duomo di Siracusa

 

Il Duomo in epoca bizantina

In seguito, durante l’epoca bizantina, il Duomo divenne un edificio di fede cristiana. E la profondità di questa fede è altresì ampiamente dimostrata dalla presenza delle catacombe, seconde per dimensioni a quelle romane. Inoltre Siracusa ospitò, per tre giorni, l’apostolo Paolo di Tarso, seppur negli Atti degli Apostoli non vi sia scritto cosa effettivamente l’apostolo fece in città. La rilevanza dell’edificio religioso fu altresì segnata dall’elevazione a Cattedrale, voluta dal vescovo Zosimo da Siracusa nel 640 d.C.

I bizantini apportarono numerose modifiche al Duomo: primo fra tutti emerge il rovesciamento della facciata, che andò ad occupare quello che era il retro del tempio. Essi inoltre murarono gli spazi tra le colonne, mentre all’interno furono aperti otto archi per lato, in modo da creare un edificio con tre navate ed un’abside sul fondo. Le navate laterali presentavano una volta a botte, diversamente da quella centrale, dotata di un soffitto in legna e tegole. Dopo la trasformazione in moschea, durante la dominazione araba, in epoca normanna riacquisì la sua funzione di edificio destinato al culto cristiano. Esso fu pertanto soggetto ad ulteriori abbellimenti, quali i mosaici situati sull’abside.

 

La facciata del Duomo

La facciata del Duomo (XVIII secolo) è nota per la sua magnificenza. Essa è dovuta al combinarsi di due importanti stili: quello barocco e quello rococò. Il prospetto può essere suddiviso in due ordini orizzontali. La parte inferiore presenta sei colonne corinzie, di cui le quattro centrali, che sorreggono il timpano, delimitano il portale centrale. Le due laterali, invece, oltre a delimitare la parte esterna, delimitano anche i due portali minori. Nella parte superiore delle due colonne esterno si ergono imperiose le statue dei due martiri siracusani: san Marciano e santa Lucia.

La parte superiore della facciata, invece, è composta da quattro colonne. Anch’esse di ordine corinzio, sorreggono il timpano superiore che circonda il frontone triangolare. Quest’ultimo poi, nella sua estremità superiore, sorregge una croce in ferro battuto, mentre ai lati è impreziosito dalle statue di due angeli. Al centro è situata una nicchia, impreziosita da uno stemma con statue di angeli, al cui interno è collocata la statua della Madonna del Pilar.

 

Perimetro esterno e campanile

La parte laterale sinistra, sulla cui parte superiore si erge il campanile settecentesco, testimonia le origini greche dell’edificio, con delle colonne di stile dorico.  Il perimetro laterale destro non è invece visibile, in quanto interamente coperto dal Palazzo Vescovile, con il quale il Duomo comunica.

Uno degli aspetti più caratteristici della parte esterna sono le innumerevoli statue. Oltre a quelle di san Marciano e santa Lucia, nelle due estremità inferiori, sono collocate le statue di san Pietro. Quest’ultimo mandò a Siracusa il primo vescovo Marciano. Ai piedi della statua è incisa inoltre la scritta: « APOSTOLORUM PRINCIPI FUNDATORI SUO ECCLESIA SYRACUSANA P. ». (Al suo fondatore, il principe degli apostoli, la chiesa siracusana).

 

 

Sul lato opposto, invece, è situata la statua dell’apostolo Paolo, che si era fermato a Siracusa per tre giorni nel suo viaggio verso Roma, dove avrebbe dovuto incontrare Cesare, che lo aveva mandato a chiamare. L’incisione sita nel piedistallo recita: « APOSTOLO GENTIUM HOSPITI SUO, ECCLESIA SYRACUSANA P. » (Al suo ospite, l’apostolo delle genti, la chiesa siracusana).

 

 

 

L’interno del Duomo

Come l’esterno anche l’interno è riccamente impreziosito con fregi e statue, oltre che dei mosaici di epoca normanna. Esso, diversamente dalla facciata, distrutta dal terremoto del 1693 che rase al suolo diverse città della Sicilia orientale, ha mantenuto la sua vecchia struttura normanna. L’interno presenta tre navate: quella centrale, con il  soffitto ricoperto da travi lignee e presbiterio barocco, e le navate laterali, con il soffitto a botte.  La cappella del Sacramento, situata alla fine della navata destra, è impreziosita da dipinti e da un pavimento con motivi geometrici risalente alla fine del XVII secolo.

 

Siracusa

 

 Daniela Campus e Samuele Corrente Naso

 

Note

[1] Ab Urbe condita libri, XXIV, 34

[2] Plutarco, 15-18

[3] Plutarco, Vita di Marcello, 19, 9

[4] Factorum et dictorum memorabilium libri IX, VIII, 7, 7

[5] Tusculanae disputationes, V, 64-66: Non ego iam cum huius vita, qua taetrius miserius detestabilius excogitare nihil possum, Platonis aut Archytae vitam comparabo, doctorum hominum et plane sapientium: ex eadem urbe humilem homunculum a pulvere et radio excitabo, qui multis annis post fuit, Archimedem. Cuius ego quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, saeptum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi sepulcrum.

Tenebam enim quosdam senariolos, quos in eius monumento esse inscriptos acceperam, qui declarabant in summo sepulcro sphaeram esse positam cum cylindro. ego autem cum omnia conlustrarem oculis – est enim ad portas Agragantinas magna frequentia sepulcrorum -, animum adverti columellam non multum e dumis eminentem, in qua inerat sphaerae figura et cylindri. atque ego statim Syracusanis- erant autem principes mecum-dixi me illud ipsum arbitrari esse, quod quaererem. inmissi cum falcibus multi purgarunt et aperuerunt locum. quo cum patefactus esset aditus, ad adversam basim accessimus. Apparebat epigramma exesis posterioribus partibus versiculorum dimidiatum fere. ita nobilissima Graeciae civitas, quondam vero etiam doctissima, sui civis unius acutissimi monumentum ignorasset, nisi ab homine Arpinate didicisset.

[6] Cuius ego quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, saeptum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi sepulcrum. Tenebam enim quosdam senariolos, quos in eius monumento esse inscriptos acceperam, qui declarabant in summo sepulcro sphaeram esse positam cum cylindro. Ego autem cum omnia collustrarem oculis – est enim ad portas Agragantinas magna frequentia sepulcrorum – animum adverti columellam non multum e dumis eminentem, in qua inerat sphaerae figura er cylindri.

Atque ego statim Syracusanis – erant autem principes mecum – dixi me illud ipsum arbitrari esse, quod quaererem. Immissi cum falcibus multi purgarunt et aperuerunt locum. Quo cum patefactus esset aditus, ad adversam basim accessimus. Apparebat epigramma exesis posterioribus partibus versiculorum dimidiatum fere. ita nobilissima Graeciae civitas, quondam vero etiam doctissima, sui civis unius acutissimi monumentum ignorasset, nisi ab homine Arpinate didicisset.