Il Labirinto

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Il termine “labirinto” deriva certamente dal greco labýrinthos (λαβύρινθος), a sua volta derivato da Labrys, che indicava una particolare ascia con doppia lama. Tale arma simboleggiava il governo del re Minosse di Creta, e pertanto, nell’antichità,  per “labirinto” s’intendeva il maestoso palazzo di Cnosso. Questo edificio era celebre per le innumerevoli stanze e per l’intricata architettura: da qui la concezione moderna del termine.

 

  Labirinto inciso su uno dei pilastri di ingresso del Duomo di Lucca.

 

La leggenda del Minotauro

La leggenda vuole che Minosse, re dell’Isola di Creta, non fosse molto amato dai suoi sudditi. Per tale ragione, non smetteva di pregare Poseidone affinché questi gli inviasse un dono, il quale potesse legittimarne lo scettro. Il dio del mare, esaudendo l’insistente richiesta, inviò a Minosse un possente toro bianco, alla condizione che l’animale dovesse venire sacrificato in suo onore. Tuttavia il re di Creta, stimando di grande valore il prezioso toro bianco, ne sacrificò un altro. Si scatenò così l’ira di Poseidone che si ripropose fermamente di impartire al sovrano una punizione esemplare. Così accadde che la moglie di Minosse, veduto il toro, se ne innamorò a tal punto da accoppiarsi carnalmente ad esso. Dall’unione dei due, nacque il Minotauro (minos, re e taurus, toro).

Quando il Minotauro fu divenuto adulto, Minosse fu costretto a rinchiuderlo all’interno dell’intricato labirinto di Cnosso, in modo che non potesse nuocere ad alcuno. Il mostro era, infatti, dominato dalla bestialità dell’essere animale, in quanto aveva la testa di toro e solo il corpo dalle umane fattezze.

Qualche tempo dopo, Minosse sconfisse in battaglia la città di Atene. Questa, da quel momento, fu costretta a inviare ogni nove anni sette fanciulle e sette fanciulli per sfamare il Minotauro. Il principe della città ionica, Teseo, si offrì allora di uccidere il mostro e porre fino a quello sterminio di vite umane.

Giunto a Creta, la figlia del re Minosse, Arianna, si innamorò di lui e gli rivelò uno stratagemma per uscire dal labirinto. Consegnò a Teseo un gomitolo di filo che, srotolato man mano, consentì all’eroe greco di poter tornare sui propri passi. Con l’aiuto di una spada avvelenata, Teseo sconfisse infine il Minotauro e tornò a casa vittorioso.

 

Cenni storici e simbologia

Leggende a parte, sin dall’antichità il simbolo del labirinto, raffigurato sempre in maniera unicursale, fu utilizzato ampiamente come decorazione.

I Romani lo utilizzarono diffusamente, specie nella composizione di mosaici pavimentali. 

Più recentemente, invece, i cristiani lo rivisitarono nell’ottica del culto proprio, laddove simboleggia il percorso che l’uomo deve compiere verso Dio e verso se stesso. Secondo questa interpretazione, si tratterebbe di un cammino di conoscenza e di conversione: il labirinto come sinonimo della vita stessa. 

Nel periodo medioevale la simbologia del labirinto è particolarmente diffusa, specie lungo le principali vie di pellegrinaggio. In Italia se ne trovano numerosi esemplari presso le principali tappe della via Francigena e di quella Micaelica. Esempi rappresentativi sono quelli, circolari, rinvenuti presso la Cattedrale di San Martino a Lucca, San Michele Maggiore a Pavia e ad Alatri. Appare interessante notare come esista una duplice rappresentazione del simbolismo: nei primi due esemplari è il Minotauro raffigurato centralmente al labirinto, mentre nell’ultimo caso appare la figura di Cristo.

 

San Michele Maggiore a Pavia

 

 

Ricostruzione del labirinto di Pavia, Maurizio Costa (1982)

 

La duplice natura dell’uomo 

Perché questa dualità del soggetto, che pare a prima vista essere totalmente contraddittoria?

La risposta è insita nel mito e ben si adatta a un contesto cristiano e cristocentrico, sebbene non sia immediata. Il Minotauro era dominato dalla bestialità, che appare perfetta metafora della condizione umana. L’uomo, infatti, è dotato di spirito e intelletto, ma parimenti possiede una natura animale da cui non può fuggire. La tentazione e il peccato, in accordo con la teologia cristiana, conducono pertanto al centro dell’invalicabile Labirinto di Cnosso. Questa è la naturale collocazione del Minotauro: ogni uomo è destinato alla prigione della sua carnalità, dei suoi istinti primordiali. Chi può liberarlo da tale schiavitù, se non Cristo che ha vinto la morte, che ha natura umana e parimenti divina?

 

Il labirinto di Alatri

 

In definitiva, è l’uomo stesso che sceglie il suo percorso. Nella misura in cui segue la sua bestialità si addentra in un labirinto nel quale non incontrerà altro che un mostro (se stesso, ma persino il diavolo).  Ma se l’uomo cerca invece Dio, ecco che il labirinto è un percorso di elevazione, dove al centro c’è Cristo, la salvezza. Ciò ricalca le parole stesse del salvatore, il quale afferma: “Io sono la via, la verità e la vita”. 

 

Samuele Corrente Naso